CHIESTO L’ARRESTO IN CARCERE PER ZANNINI. Ecco perché, secondo noi, la non assoggettabilità alla Vinca dei lavori del super caseificio dei Griffo non è un argomento che il mondragonese può utilizzare in sua difesa. Lui abusa della sua funzione per operare pressioni violente

5 Febbraio 2026 - 13:51

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Passo dopo passo, tutto quello che è successo nel pomeriggio del 12 giugno 2023. La tesi di Luigi Griffo e le ragioni oggettive con le quali i pm lo smentiscono sulla visita alla dirigente della Regione, Brancaccio, che fa infuriare Zannini, il quale, due secondi dopo essere uscito dalla sua stanza, indovinate chi chiama? Naturalmente Bonavitacola. Ma in quel pomeriggio il consigliere regionale capisce per la prima volta che, oltre alla Vinca che la Regione non concede ai Griffo, presenti fuori dalla stanza, esiste anche la possibilità della non assoggettabilità, coltivata attraverso il marchingegno vergognoso del Comune di Castello del Matese. Tutto ciò dimostra che il consigliere regionale riteneva che occorresse una Vinca o una procedura di non assoggettabilità e che non fosse sufficiente che i Griffo presentassero a Invitalia, per ottenere i soldi, una loro dichiarazione nella quale affermavano semplicemente che non fosse necessaria la valutazione di incidenza ambientale per allargare esponenzialmente il caseificio, come avevano del resto già fatto ben prima di entrare nella fase di ricezione materiale del finanziamento

CASERTA (G.G.) – Alla luce della decisione, assunta da Giovanni Zannini e dai suoi avvocati, di non rispondere – forse per timore di essere messi in difficoltà – alle domande formulate dal Gip del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere durante l’interrogatorio di garanzia di ieri, diventa ancor più serio, da un punto di vista professionale e nel segno della validità giornalistica, esaminare i contenuti di alcuni passaggi fondamentali della richiesta di applicazione di misura cautelare presentata dai pm ai danni del consigliere regionale.

Nei giorni scorsi ci siamo occupati soprattutto della contestazione del reato di concussione che Zannini avrebbe compiuto nei confronti di Enzo Iodice, determinandone la defenestrazione dalla carica di direttore sanitario dell’Asl. Da quello che abbiamo capito, la mancata convocazione, da parte del Gip Daniela Vecchiarelli, del direttore generale della Sanità campana Antonio Postiglione – per il quale il giudice ha ritenuto probabilmente non sussistenti le accuse dei pm Urbano e Cozzolino, che avevano invece chiesto la sospensione dalle sue funzioni – rappresenta in qualche modo, da un punto di vista giuridico (per quello politico non ne parliamo proprio, siamo a Sodoma e Gomorra all’ennesima potenza), un punto a favore di Zannini. La logica suggerisce infatti che, se un giudice ritiene non sussistenti i gravi indizi di colpevolezza nei confronti di chi sarebbe stato l’esecutore materiale della cacciata di Enzo Iodice, questo è un fatto che può minare tutto l’impianto accusatorio relativo alla concussione.

Iodice non ha avuto la forza e la capacità di resistere, ha sbagliato – a nostro avviso – a dimettersi, perché se non l’avesse fatto avrebbe probabilmente costretto De Luca, Bonavitacola, Postiglione, Zannini e compagnia bruttissima a compiere una mossa aggiuntiva rispetto a una telefonata in cui Postiglione (assa fa ’a iss, vecchia volpe) si è limitato a un discorso avvolgente nel quale, tessendo le lodi di Iodice, in realtà non lo promuoveva, ma gli chiedeva di trasferirsi a Benevento, nell’azienda ospedaliera San Pio, per assumere lì la carica di direttore sanitario. Dunque, in questo caso non possiamo nemmeno utilizzare l’antico adagio latino promoveatur ut amoveatur, dato che questa non era una promozione. Ma siccome Postiglione ha pesato le parole, è probabile che questo abbia legittimamente e comprensibilmente inciso sulla decisione del Gip di non convocarlo per l’interrogatorio di garanzia finalizzato a stabilire se la richiesta di sospensione dalla sua funzione dovesse o meno essere applicata.

Passiamo all’altra accusa, quella di corruzione, formulata ai danni di Zannini ai sensi dell’articolo 318 del Codice penale, che regola una particolare tipologia di corruzione, quella legata all’abuso della propria funzione istituzionale. Qui bisogna seguire bene il segno della traccia disegnata dai pm, passo per passo, ed è per questo motivo che abbiamo ipotizzato la redazione di almeno tre articoli per capire come si sono mossi Zannini e i titolari della Spinosa Spa, caseificio molto grande e noto di Cancello e Arnone, che avevano bisogno del rilascio di una Vinca oppure dell’attestazione della non assoggettabilità a Vinca dei lavori che, con molta fiducia, avevano già compiuto per espandere il caseificio senza aver ancora intascato il finanziamento ottenuto da Invitalia, ossia dal Ministero dell’Economia.

Ultima cosa prima di addentrarci nella nostra sintesi valutativa. Uno dei punti su cui le difese puntano è quello che dimostrerebbe che effettivamente quel tipo di intervento – ripetiamo, già effettuato senza avere ancora, trapattonianamente, il gatto nel sacco, cioè i soldi del ministero – era realizzabile senza obbligo di Vinca. Ma i protagonisti della storia, cioè gli indagati Giovanni Zannini, Luigi e Paolo Griffo, si muovono sviluppando comportamenti che integrano, secondo i pm, il reato di corruzione in concorso, senza alcuna consapevolezza di ciò.

Quando andremo a ragionare su ciò che la dirigente della Regione, Brancaccio, ha dichiarato agli inquirenti, ci accorgeremo infatti che, al netto dell’aggressione verbale che Zannini compie nei suoi confronti, lui era lì – probabilmente con i Griffo fuori dalla porta – per ottenere la Vinca. Zannini esce da quell’ufficio molto contrariato e chiama, manco a dirlo, Fulvio Bonavitacola, all’epoca vicepresidente della Regione e plenipotenziario di De Luca. Ma ne esce anche con la consapevolezza di poter percorrere un’altra strada. Solo dopo quel colloquio con la Brancaccio capisce che si può utilizzare anche lo strumento della non assoggettabilità alla Vinca e infatti, a strettissimo giro di tempo, in quel pomeriggio del 12 giugno 2023, contatta il sindaco di Castello del Matese, Salvatore Montone, affinché un comune montano assorbisse, in maniera a dir poco singolare, una procedura riguardante il comune di Cancello e Arnone, che è semimarino e si trova a 70 chilometri di distanza.

Questa premessa è fondamentale perché ora andremo a riassumere ciò che Luigi Griffo dichiara ai magistrati della Procura e i motivi concreti e oggettivi che affermano e documentano la smentita della tesi di Griffo.

È uno dei passaggi centrali della richiesta di arresto nei confronti del consigliere regionale Giovanni Zannini e riguarda l’incontro del 12 giugno 2023 con la dirigente della Regione Campania Brancaccio, incontro che – secondo l’ipotesi investigativa – avrebbe preceduto una serie di contatti telefonici politicamente rilevanti.

Una ricostruzione che si scontra frontalmente con quanto dichiarato da Luigi Griffo in sede di interrogatorio.

Secondo quanto riferito da Griffo agli inquirenti, il suo ruolo quel giorno sarebbe stato limitato a un semplice accompagnamento. Griffo ha infatti dichiarato di aver prelevato Zannini a Caserta e accompagnato il consigliere regionale al Centro Direzionale di Napoli, rimanendo lì in attesa, mentre Zannini si sarebbe recato da solo dalla dottoressa Brancaccio, con la quale avrebbe avuto un alterco.

Una versione che tende quindi a collocare Griffo fuori dall’incontro e lontano dai successivi contatti telefonici intercorsi tra Zannini, Bonavitacola e il sindaco di Castello del Matese, Salvatore Montone.

Una ricostruzione che, secondo la Procura, non regge alla prova dei dati oggettivi. Gli investigatori, per verificare le dichiarazioni rese, hanno proceduto all’acquisizione e all’analisi del traffico telefonico e telematico delle utenze in uso ai soggetti coinvolti.

Dall’esame dei tabulati e delle connessioni emerge un quadro diametralmente opposto. In primo luogo, una conversazione intercettata alle ore 12:31 del 12 giugno 2023 documenta come i due Griffo si accordino per recarsi a Caserta e prelevare Zannini, con il quale raggiungono successivamente Napoli.

Le celle telefoniche collocano i dispositivi dei due Griffo in movimento da Castel Volturno verso Caserta, con arrivo in corso Trieste tra le 13:11 e le 13:14, per poi risultare, dalle 14:09 alle 14:12, agganciati tra corso Arnaldo Lucci e via Nuova Marina, a poche centinaia di metri da via Alcide De Gasperi, sede dell’ufficio VINCA – VIA – VAS della Regione Campania.

Un dato ritenuto dirimente dagli inquirenti: nessuna sosta risulta nei pressi del Centro Direzionale, contrariamente a quanto sostenuto da Griffo.

Secondo la richiesta di arresto, le connessioni telematiche collocano entrambi i Griffo stabilmente nell’area di via De Gasperi dalle 14:12 alle 16:08, ossia nelle immediate vicinanze dell’ufficio dove si sarebbe svolto l’incontro tra Zannini e la dottoressa Brancaccio.

Da qui la conclusione degli inquirenti: l’incontro si sarebbe concluso intorno alle 15:30 e proprio in quell’orario sarebbe avvenuta la telefonata tra Zannini e Bonavitacola, in presenza dei due Griffo.

Una circostanza che, se confermata, rafforza l’ipotesi di una partecipazione non meramente occasionale dei due accompagnatori.

Solo in un momento successivo, tra le 16:14 e le 16:27, le utenze risultano agganciate rispettivamente al Centro Direzionale di Napoli e a via Lauria, a pochi metri dalla sede del Consiglio regionale. Per gli investigatori è plausibile che, terminato l’incontro in via De Gasperi, i Griffo abbiano riaccompagnato Zannini nei suoi uffici prima di fare rientro a Castel Volturno.

Diversamente, alle 17:45, orario della conversazione intercettata tra Zannini e il sindaco Salvatore Montone, la presenza dei Griffo a Napoli non risulta più registrata, elemento che la Procura sottolinea per delimitare con precisione tempi e ruoli.

In conclusione, secondo gli inquirenti, la versione fornita da Luigi Griffo è “puntualmente smentita” dai dati tecnici, che confermerebbero l’ipotesi investigativa sia sulla presenza congiunta a Napoli, sia sulla collocazione temporale dell’incontro e delle telefonate successive.

Un contrasto netto tra dichiarazioni e riscontri oggettivi che rappresenta uno dei cardini dell’impianto accusatorio nei confronti di Giovanni Zannini.