DUPLICE OMICIDIO DI CAMORRA, teste chiave ritratta: la Cassazione nega la revisione del processo
18 Maggio 2026 - 11:56
La Cassazione ribadisce che una ritrattazione, da sola, non basta a ottenere la revisione di una sentenza definitiva
SAN CIPRIANO DI AVERSA – La Quinta sezione penale della Corte di Cassazione ha respinto il ricorso presentato da Corrado De Luca contro l’ordinanza della Corte d’Appello di Roma che aveva dichiarato inammissibile la richiesta di revisione della condanna definitiva per il duplice omicidio di Vincenzo Maisto e Italo Venosa, avvenuto il 15 dicembre 1992 nell’ambito della faida interna al clan dei Casalesi. De Luca era stato condannato in primo grado dalla Corte d’Assise di Santa Maria Capua Vetere. La sentenza era stata poi confermata dalla Corte d’Assise d’Appello di Napoli nel maggio 2020, diventando irrevocabile nel gennaio 2022 dopo il rigetto del ricorso in Cassazione.
Al centro della richiesta di revisione vi erano le nuove dichiarazioni di Cristina Maisto, sorella di una delle vittime e testimone oculare del duplice delitto. Sentita dal difensore ai sensi dell’articolo 391-bis del codice di procedura penale, la donna aveva manifestato dubbi sul riconoscimento di De Luca come autore dell’omicidio, dichiarandosi disponibile a fornire chiarimenti all’autorità giudiziaria. Secondo la difesa, si trattava di una prova nuova capace di mettere in discussione il giudicato, anche perché la testimonianza della Maisto era stata considerata centrale nel processo di condanna. La Cassazione, però, ha ritenuto infondato il ricorso, confermando la correttezza della decisione della Corte d’Appello di Roma. Nella sentenza, i giudici hanno ribadito un principio già affermato dalla giurisprudenza: la semplice ritrattazione di un testimone non costituisce automaticamente una prova nuova utile per ottenere la revisione di una sentenza definitiva. Perché ciò accada, occorrono ulteriori elementi capaci di dimostrare che le prime accuse fossero false e che il cambiamento di versione non sia frutto di manipolazioni o pressioni. Secondo la Suprema Corte, nel caso specifico mancavano elementi concreti in grado di sostenere la tesi del primo mendacio e di spiegare il successivo cambio di versione della testimone.
I giudici hanno inoltre evidenziato diversi aspetti ritenuti problematici: il notevole lasso di tempo trascorso dai fatti, oltre vent’anni, e le modalità con cui sarebbero emersi i dubbi della donna, nati dopo l’ascolto di una registrazione di provenienza non chiara e dai contenuti non perfettamente coincidenti con quanto riportato nell’istanza di revisione. La Cassazione ha poi richiamato anche gli altri elementi probatori che avevano sostenuto la condanna di De Luca, tra cui le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e dei coimputati, oltre alla latitanza dell’imputato subito dopo il duplice omicidio. Secondo il Collegio, il ricorso non si sarebbe confrontato in maniera adeguata con questi elementi accusatori, limitandosi a contestazioni generiche. Da qui la decisione finale di rigettare il ricorso e confermare l’inammissibilità della richiesta di revisione, con conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.
