ESCLUSIVA AVERSA. Il documento in cui Limone fa capire i motivi (ma non sono quelli reali) per cui ha “cacciato” la dirigente dell’ospedale Moscati

3 Luglio 2026 - 13:20

Prima di entrare nel merito di questi contenuti, esprimiamo come spesso capita qualche punto di vista di esperienza sui motivi per cui il Moscati è ridotto nelle condizioni in cui si trova

AVERSA (g.g.) Vi inquadriamo un attimo Antonio Limone, direttore generale dell’Asl, nel senso che quelli definiti dalle nostre parti manager della sanità non hanno mai cacciato un dirigente, un direttore di presidio ospedaliero o un direttore di distretto in quanto, dopo aver ravvisato carenze della loro attività.

Queste cose, da noi, si arrangiano sempre alla meglio: se un direttore, un dirigente, è gradito al direttore generale, resta al suo posto al di là di tutto.

Per cui, istruzioni per l’uso: la comunicazione ufficiale firmata dal dg dell’Asl di Caserta Limone va presa con le pinze perché l’elenco delle carenze, dei disagi, dei problemi dell’ospedale Moscati di Aversa, significati all’interno del documento, sono senz’altro autentici, veri, ma saltano fuori per lanciare un messaggio ben preciso alla dottoressa Stefania Fornasier, cacciata di fatto dalla sua funzione di direttore del presidio ospedaliero San Giuseppe Moscati di Aversa.

In poche parole, “non ti agitare perché io, Limone, ho qui tanti argomenti, tutti dimostrabili, per affermare che hai diretto malissimo il Moscati e che dunque meritavi di essere rimossa”.

Stesso discorso viene rivolto a chi della questione si interessa. Limone, in pratica, comunica ufficialmente che non ci sono motivi inconfessabili e che la decisione è dovuta al mancato raggiungimento dell’obiettivo di una corretta gestione del nosocomio normanno.

Scusate la botta di demagogia, ma noi conosciamo da trent’anni come funziona la sanità in provincia di Caserta e come operano i direttori generali, e i loro sottoposti, tutti nominati dalla politica, e mai discriminati in base a uno straccio di valutazione meritocratica.

Per cui, non è solo lecito, ma è doveroso nutrire dubbi sul fatto che la Fornasier sia stata allontanata dal Moscati per i motivi elencati nell’atto amministrativo firmato da Antonio Limone che comunque andremo ad elencarvi.

Partiamo, però, da quella che è stata nell’ultimo periodo la percezione sull’operato della Fornasier da parte di chi nel Moscati ha lavorato e lavora. Si parla di una conduzione troppo chiusa su se stessa, che avrebbe scontentato un po’ tutti. Si parla di ripicche, di un clima omertoso e di una direttrice molto temuta proprio per questo motivo. Al riguardo possiamo dare anche noi un piccolo contributo ricordando una querela cervellotica che la Fornasier ha presentato nei nostri confronti, negando l’evidenza di un allagamento (clicca e leggi) avvenuto al quarto piano dove si svolge l’attività di chemioterapia vescicale. Pubblicammo video e foto inoppugnabili, la Fornasier fece quella querela e ci diede la sensazione di averla fatta anche per conoscere i nomi di chi aveva fatto uscire la notizia: una vera e propria caccia alle streghe.

Ma al di là di questo occorre concentrarsi un attimo su alcuni punti fondamentali che costituiscono la cornice in cui è iscritta la vicenda della Fornasier. Attenzione, attenzione ancora, stiamo parlando di un ospedale difficilmente recuperabile in quanto reca da tempo immemorabile un meccanismo di potere politico e sindacal-mafioso.

E attenzione, quando noi mettiamo insieme il concetto di sindacato con quello di mafia, non inseguiamo effetti speciali, non facciamo i creativi. Chi conosce, come noi, la storia di certi grandi sindacati americani degli anni ’60 e ’70, sa bene che questi erano diventati preda della mafia italoamericana e della lobby ebraica nel totale controllo delle potestà attraverso capi, il più noto Jimmy Hoffa. Aversa e l’agro aversano sono a quel livello lì perché sono sicuramente 30-40 anni indietro rispetto a una modernità che può considerare totalmente fuori luogo l’idea che un sindacato possa muoversi come un clan di una cosca malavitosa.

Tra le altre cose, i lettori più attenti di CasertaCe sanno benissimo cosa voglio dire e conoscono anche gli episodi di intimidazione che hanno connotato e connotano una condizione molto grave in cui il Moscati versa e che frena il suo approdo a uno status di un ospedale quanto meno decente.

Fatte tutte le premesse, ecco i motivi declinati da Antonio Limone attraverso una sua fotografia di quello che la nuova dirigente ad interim, o commissaria di fatto, dovrà fare, la dottoressa Maria Chiara Pizzeghella.

Ah, a proposito, l’incarico era stato proposto anche a Enzo Iodice, dirigente dei distretti sanitari di Aversa e Lusciano nonché coordinatore di tutti i distretti sanitari di Aversa. Visti gli impegni che Iodice aveva, si è scelta la Pizzeghella che comunque ha lavorato a contatto di gomito proprio con lui e che viene descritta come una persona con un polso sufficiente in grado di fare qualcosa al Moscati. Questo lo vedremo, stavolta non faremo un’ulteriore digressione. Ecco l’elenco delle cose da fare che poi, così vuol far capire Limone implicitamente, sono tutte le cose che Stefania Fornasier non avrebbe fatto:

  • migliorare la gestione dei percorsi assistenziali al pronto soccorso, finalizzati al ricovero, attraverso la riduzione della percentuale di pazienti con permanenza superiore a 8 ore tra la presa in carico al triage e il ricovero;
  • ridurre la presenza breve dei pazienti in osservazione intensiva oltre 44 ore, garantendo appropriati e tempestivi percorsi di dimissione o ricovero;
  • ottimizzare l’utilizzo dei posti letto e dei percorsi di ricovero;
  • favorire l’integrazione funzionale tra attività ospedaliere e territoriali;
  • rafforzare i processi di governo clinico, gestione del rischio e monitoraggio delle performance assistenziali;
  • assicurare il perseguimento degli standard organizzativi e qualitativi previsti dalla programmazione regionale.