Estorsioni in nome dei casalesi, la Cassazione conferma la condanna per l’uomo di Zagaria

8 Marzo 2026 - 18:30

Secondo i giudici avrebbe operato nel settore delle estorsioni e avrebbe fornito anche supporto economico alle famiglie degli affiliati detenuti, attività considerata funzionale agli interessi del clan

CASERTACE STA PER CAMBIARE PER SEMPRE: TE LO SPIEGA IL DIRETTORE GIANLUIGI GUARINO – CLICCA E GUARDA IL VIDEO

CANCELLO ED ARNONE – La sesta sezione della Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di Carlo Bianco, 41 anni, di Villaricca, confermando la condanna per partecipazione all’associazione camorristica del clan dei Casalesi.

Secondo quanto stabilito dai giudici, Bianco svolgeva il ruolo di referente sul territorio di Cancello e Arnone per il boss Michele Zagaria, capastorta.

Il processo ha avuto un lungo iter giudiziario: la sentenza della Corte d’Appello di Napoli era già stata annullata due volte dalla Cassazione, nel 2016 e nel 2021, per ulteriori approfondimenti sulla reale identificazione dell’imputato nelle intercettazioni e sul suo ruolo all’interno del clan.

Nel nuovo giudizio la Corte d’Appello ha rivalutato il materiale probatorio, fondato soprattutto su intercettazioni ambientali e telefoniche. In una conversazione del 2010, ad esempio, alcuni affiliati indicavano Bianco come l’unica persona in libertà con contatti diretti con Zagaria. Ulteriori elementi sono stati ricavati da controlli di polizia giudiziaria e dalle frequentazioni dell’imputato con altri esponenti del sodalizio criminale.

Secondo i giudici, Bianco avrebbe operato nel settore delle estorsioni e avrebbe fornito anche supporto economico alle famiglie degli affiliati detenuti, attività considerata funzionale agli interessi del clan.

La Corte d’Appello ha quindi rideterminato la pena in sei anni e sei mesi di reclusione e 1.000 euro di multa, riconoscendo la continuazione con un precedente reato di estorsione aggravata. Nel ricorso in Cassazione la difesa ha contestato l’identificazione dell’imputato nelle intercettazioni e la valutazione del suo ruolo, chiedendo inoltre il riconoscimento delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha però ritenuto la motivazione della sentenza «completa ed esaustiva», respingendo tutte le censure difensive e confermando definitivamente la condanna.