I NOMI. Slot illegali e scommesse clandestine gestite dal clan dei casalesi: la Cassazione conferma il carcere per due

8 Gennaio 2026 - 13:02

L’organizzazione si sarebbe avvalsa di prestanome, intestazioni fittizie di attività commerciali e siti internet dedicati alla raccolta illecita del gioco

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SAN CIPRIANO D’AVERSA – La Corte di Cassazione ha definitivamente confermato la custodia cautelare in carcere per Raffaele Letizia e Pasquale Di Bona, rigettando i ricorsi presentati contro l’ordinanza del Tribunale del riesame di Napoli. Con la sentenza n. 41877 del 2025, i giudici hanno ritenuto pienamente sussistenti i gravi indizi di colpevolezza e le esigenze cautelari in relazione a un articolato sistema di scommesse clandestine, aggravato dall’agevolazione mafiosa del clan dei Casalesi.

Secondo la ricostruzione accusatoria, condivisa dalla Suprema Corte, gli indagati avrebbero fatto parte di una struttura criminale stabile e organizzata, attiva sia nel settore delle scommesse online sia nella gestione di slot machine e videopoker illegali, installati all’interno di esercizi commerciali formalmente leciti ma privi delle necessarie autorizzazioni. L’organizzazione si sarebbe avvalsa di prestanome, intestazioni fittizie di attività commerciali e siti internet dedicati alla raccolta illecita del gioco.

Un ruolo centrale viene attribuito a Raffaele Letizia, ritenuto figura apicale del sodalizio. Dopo il rientro a Casal di Principe nel 2021, Letizia avrebbe riallacciato i rapporti con esponenti di primo piano del gruppo Schiavone-Russo, articolazione del clan dei Casalesi, creando e ampliando una rete criminale capace di operare sul territorio grazie alla protezione e all’influenza mafiosa. Pasquale Di Bona, cognato di Letizia, avrebbe invece collaborato attivamente nell’acquisizione e gestione di bar e locali destinati all’installazione degli apparecchi da gioco illegali.

La Cassazione ha respinto tutte le censure difensive, chiarendo che il giudizio di legittimità non consente una nuova valutazione del merito delle prove. Le doglianze degli indagati, fondate su una diversa interpretazione delle intercettazioni e degli elementi investigativi, sono state giudicate inammissibili. Al contrario, i giudici hanno ritenuto logica e coerente la motivazione del Tribunale del riesame, basata su intercettazioni telefoniche e ambientali, dichiarazioni di collaboratori di giustizia, analisi patrimoniali e riscontri investigativi.

Particolarmente rilevante il passaggio sull’aggravante mafiosa ex art. 416-bis.1 c.p.: secondo la Corte, in un territorio fortemente controllato dalla criminalità organizzata, un’attività illecita di tale portata non avrebbe potuto operare senza la finalità di agevolare il clan dei Casalesi, finalità ritenuta consapevolmente condivisa da entrambi gli indagati.

Confermato anche il giudizio sulle esigenze cautelari. Il carcere resta la misura adeguata in ragione del radicamento territoriale, dei precedenti penali, dei legami familiari e criminali e del concreto pericolo di reiterazione dei reati. Oltre al rigetto dei ricorsi, la Cassazione ha condannato Letizia e Di Bona al pagamento delle spese processuali e di 3.000 euro ciascuno in favore della Cassa delle ammende.