IL NOME. “Sorvegliato” non può uscire di notte. I carabinieri bussano e lui non risponde al citofono: “Ma era rotto”. LA SENTENZA
5 Aprile 2026 - 13:30
Non essendo state fornite prove convincenti, la responsabilità è stata confermata
SAN FELICE A CANCELLO – I Carabinieri bussano e suonano al citofono, ma dall’interno dell’abitazione nessuna risposta. Un silenzio che, per la giustizia, vale come una prova.
È questa la vicenda che ha portato alla condanna definitiva di Enzo Tramontano, 36enne di San Felice a Cancello, sottoposto a sorveglianza speciale con obbligo di restare in casa nelle ore notturne. Durante un controllo, i militari non ricevono alcun segnale dall’abitazione. Per i giudici, questo comportamento equivale a una violazione delle prescrizioni.
La difesa ha provato a giustificare l’episodio, sostenendo che il citofono potesse essere guasto oppure che l’uomo non avesse sentito. Ma per i giudici non basta: una volta dimostrata l’assenza di risposta, spetta all’imputato fornire una spiegazione concreta e dimostrabile. Secondo la Corte, infatti, è chi è più vicino alla prova – in questo caso l’imputato – a dover chiarire eventuali anomalie. Non essendo state fornite prove convincenti, la responsabilità è stata confermata. La Corte di Cassazione ha quindi respinto il ricorso, rendendo definitiva la condanna a otto mesi di reclusione e disponendo anche il pagamento delle spese processuali.
