IL NOME E LA FOTO. Fa il “palo” nell’omicidio di camorra e richiede uno sconto di pena. Ma la Cassazione…

17 Maggio 2026 - 16:32

L’uomo aveva chiesto l’applicazione dell’istituto della continuazione dei reati in relazione a due sentenze che lo riguardano

CASAL DI PRINCIPE – La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di Bartolomeo Cacciapuoti, 52 anni, considerato uno degli uomini di fiducia di Francesco ‘Sandokan’ Schiavone, confermando la pena inflitta in appello. La decisione è stata presa dalla quinta sezione presieduta da Stanislao Vittorio Enrico Scarlini.

Cacciapuoti aveva chiesto l’applicazione dell’istituto della continuazione dei reati in relazione a due sentenze che lo riguardano: la sua partecipazione alla consorteria criminale dei Casalesi dal 2010, attiva nel settore delle estorsioni, e il coinvolgimento nell’omicidio pluriaggravato di Crescenzo Laiso, avvenuto a Villa di Briano il 20 aprile 2010, oltre a reati connessi a armi e ricettazione aggravati dall’agevolazione mafiosa. La Corte d’Assise d’Appello di Napoli, in sede di rinvio dopo l’annullamento della Cassazione, aveva già respinto la richiesta.

Nel ricorso, presentato tramite il suo legale, Cacciapuoti sosteneva che l’omicidio di Laiso fosse stato un evento imprevedibile al momento della sua adesione all’associazione, e che la Corte partenopea non avesse tenuto conto del suo ruolo di capozona, che lo avrebbe reso partecipe di tutti i reati commessi dal clan, compresa la repressione violenta dei contrasti interni. Il difensore ha inoltre sottolineato che l’omicidio sarebbe stato deciso dal capoclan Nicola Schiavone, figlio di Sandokan, più per motivi di controllo dell’associazione che per questioni economiche legate alle estorsioni.

La Suprema Corte, tuttavia, ha giudicato il ricorso infondato. Nel motivare la decisione, i giudici hanno precisato che Cacciapuoti occupava una posizione di vertice all’interno del clan e aveva partecipato al piano per eliminare la vittima, ma che non era possibile applicare la disciplina del reato continuato. La ragione è che i reati “fine”, come l’omicidio di Laiso, non erano prevedibili al momento della prima violazione di legge e quindi non possono essere considerati come parte di un piano criminoso iniziale.

In sintesi, la Cassazione conferma che non può esserci alcuna riduzione di pena: le condotte successive, legate a circostanze imprevedibili, non possono essere ricondotte alla continuazione dei reati originari.