IL NOME. Il killer del clan dei Casalesi chiede uno sconto di pena ai giudici. Condanne per estorsioni e omicidio

25 Gennaio 2026 - 09:30

La Corte di Cassazione ha negato lo sconto di pena per continuazione dei reati allo storico collaboratore di Casalesi. Fu ritenuto responsabile dell’omicidio di Vincenzo Martino nel 1998, oltre ad una lunga serie di violente estorsioni perpetrate nel primo decennio del 2000

CESA/CASAPESENNA – La Corte di Cassazione ha messo la parola fine al ricorso presentato da Salvatore Verde, 57enne di Cesa, dichiarandolo inammissibile e confermando il no già espresso dalla Corte di Appello di Napoli.

Verde è stato inquadrato come responsabile dell’omicidio di Vincenzo Martino, risalente alla fine del secolo scorso, dalle testimonianze dei collaboratori di giustizia Antonio Iovine e Nicola Panaro tra il 2016 e il 2018. Nello specifico venne raccontato come l’uomo di Cesa vicino al clan dei casalesi avesse sparato a Martino perché “parlava troppo”. Successivamente nel tentativo di occultare il cadavere, il corpo della vittima fu nascosto in una cava di Capua in cui fu ritrovato con una pietra in bocca. Per questo reato, riconosciuto solo nel 2019 a seguito delle deposizioni di un ingente numero di collaboratori di giustizia, Verde fu condannato a 30 anni di reclusione.

Verde aveva chiesto ai giudici di riconoscere il vincolo della continuazione tra più condanne definitive, sostenendo che i reati per cui è stato condannato fossero riconducibili a un unico disegno criminoso. In particolare, la richiesta riguardava l’omicidio di Martino del 1998 e una serie di estorsioni commesse tra il 2003 e il 2010. Secondo la difesa, entrambi i fatti sarebbero maturati nell’ambito della partecipazione dell’imputato al clan dei Casalesi e sarebbero stati finalizzati ad agevolarne gli interessi criminali.

La Cassazione, però, non ha condiviso questa impostazione. I giudici hanno chiarito che il riconoscimento della continuazione non può basarsi su affermazioni generiche o sul semplice riferimento a un contesto mafioso. Non basta dire che più reati sono stati commessi “per il clan” per farli rientrare automaticamente in un unico progetto criminoso. Serve dimostrare, con elementi concreti, che già al momento del primo reato l’autore avesse in mente, almeno nelle linee essenziali, anche i successivi.

Nel caso esaminato, secondo la Suprema Corte, questa prova non c’è. I reati presi in considerazione sono di natura diversa, omicidio ed estorsione, e sono separati da un intervallo temporale molto ampio. Il primo fatto risale alla fine degli anni Novanta, mentre le condotte estorsive si collocano diversi anni dopo. Una distanza che, per i giudici, rende ancora più difficile sostenere l’esistenza di una programmazione unitaria.

La Cassazione ha inoltre ribadito un principio ormai consolidato: anche nei casi di criminalità organizzata non esiste alcun automatismo nel riconoscimento della continuazione. Nemmeno il rapporto tra il reato associativo e i cosiddetti reati-fine consente scorciatoie. La continuazione può essere riconosciuta solo se risulta che quei reati siano stati programmati quando il soggetto ha deciso di entrare nell’organizzazione criminale, non perché rientrano genericamente nelle attività tipiche del sodalizio.

Alla luce di queste considerazioni, il ricorso è stato giudicato inammissibile. Oltre alla conferma delle decisioni precedenti, la Corte ha condannato Salvatore Verde al pagamento delle spese processuali e al versamento di 3.000 euro alla Cassa delle Ammende. Una decisione che conferma la linea rigorosa della giurisprudenza di legittimità nel valutare le richieste di continuazione, soprattutto quando riguardano reati gravi, diversi tra loro e commessi a distanza di molti anni.