IL NOME. Prima vende un cane “invisibile” e poi denuncia la vittima: 43ENNE CONDANNATA

15 Febbraio 2026 - 15:30

Ha incassato oltre 4 mila euro promettendo un cane di razza dagli Stati Uniti che non è mai arrivato. Poi, per coprire tutto, ha denunciato la cliente accusandola di usura. Ora la condanna è definitiva

CASERTA – La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da Laura Gravante, 43 anni, nata a Caserta, confermando di fatto le decisioni già prese nei precedenti gradi di giudizio.

I fatti risalgono alla fine del 2017. Secondo quanto ricostruito dai giudici, Gravante avrebbe convinto una donna, T.C. , di poter acquistare per suo conto un cane di razza “Shin Tsu” negli Stati Uniti. La cliente avrebbe versato complessivamente 4.105,74 euro, fidandosi delle rassicurazioni ricevute e di un contratto di acquisto poi risultato falso. Il cane, però, non è mai arrivato.

Quando la persona offesa ha iniziato a chiedere la restituzione del denaro, l’imputata si sarebbe resa irreperibile. Non solo: nel maggio 2018 avrebbe presentato una denuncia contro la stessa cliente, accusandola di usura. Accusa che si è rivelata infondata e che ha portato a contestarle anche il reato di calunnia.

Il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere nel febbraio 2023 ha condannato la donna a un anno e otto mesi di reclusione per truffa e calunnia, riconoscendo le attenuanti generiche ma ritenendo i due reati legati dalla continuazione.

La Corte di appello di Napoli ha confermato integralmente la sentenza.

Il ricorso in Cassazione puntava a far dichiarare la nullità di alcune notifiche, la tardività della querela, la prescrizione del reato e a mettere in discussione la valutazione delle prove. I giudici della Suprema Corte hanno però ritenuto i motivi generici o manifestamente infondati, chiarendo che in Cassazione non si possono rivalutare i fatti già accertati nei precedenti gradi di giudizio.

Con la pronuncia del 29 gennaio 2026, la Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile.

Oltre alla pena già stabilita, la donna dovrà pagare le spese processuali, 3.000 euro alla Cassa delle ammende e 3.686 euro, oltre accessori di legge, alla parte civile per le spese del giudizio di Cassazione.