APPALTI TRUCCATI E CORRUZIONE. Il duo Pezzella-Iorio aveva in mano 17 società. E sulle gare “pilotate” l’imprenditore Verrazzo registra di nascosto il sindaco
18 Marzo 2026 - 06:45
Dal «bip-bip» del cerca-microspie all’incontro al Monaldi: il processo Lombardi e di altri 12 entra nel vivo
CALVI RISORTA / SANTA MARIA CAPUA VETERE (Elio Zanni) – L’aula della terza sezione del tribunale di Santa Maria Capua Vetere si è trasformata oggi 17 marzo 2026 (stavolta a partire dalle 10.30 e fino al pomeriggio inoltrato – compresa una breve pausa fisiologica) nel quartier generale di un’inchiesta che prova ad accertare il «sistema» degli appalti pubblici a Calvi Risorta. Per cinque ore, a tutto campo: intercettazioni telefoniche, ambientali e video.
A ricostruire il puzzle, davanti al Collegio presieduto da Luciana Crisci, con a latere Valerio Riello e Luca Vitale, sono stati tre sottufficiali del Nucleo Investigativo di Caserta, i Carabinieri che hanno seguito per anni quella che viene ritenuta essere l’ombra lunga dei clan dietro i cantieri pubblici.
Il primo a essere escusso dei tre sottufficiali in servizio al nucleo investigativo dei carabinieri del comando provinciale di Caserta già svela un particolare pesante e inedito finora. «Tutto comincia da un nome e un soprannome: Francesco Zagaria, per tutti “Ciccio ‘e Brezza”. È il collaboratore di giustizia a offrire la prima crepa nel muro, parlando ai magistrati della Dda di un appalto dell’Asi. Il riscontro arriva durante una perquisizione a casa del pentito: tra le sue carte spunta un manoscritto. Poche righe, ma pesanti come macigni: il riferimento ai lavori, il nome dell’ingegnere Piero Cappello e una cifra, 50mila euro». Da questo momento in poi in udienza si cercherà di trovare un “fil rouge” tra questi tre elementi.
Quel foglietto galeotto è stato una specie di istruzioni per l’uso per i militari, che hanno iniziato a tessere la tela, piazzando microspie e telecamere tra la sede della ditta Cgs e gli uffici del Comune di Calvi Risorta. Qui però la microspia farà una brutta fine. Secondo le notizie svelate in aula qualcuno – sarà indicato il vicesindaco Giuliano Cipro – procuratosi un dispositivo cerca-cimici scova il dispositivo. Dall’altra parte del trasmettitore gli inquirenti sentono intensificarsi i “bip-bip” del cerca-cimici e poi la portante audio che sparisce.
Con il piazzamento delle microspie (audio e video) l’indagine si “umanizza”, rivelando i volti dietro le sigle societarie. Sulla carta, la Cgs Costruzioni era di Carmine Petrillo – così, almeno, credevano di sapere tutti – ma per gli investigatori l’uomo era poco più di un paravento. Per gli investigatori i veri padroni erano Raffaele Pezzella e Tullio Iorio.
I carabinieri hanno raccontato in aula episodi di vita aziendale quasi paradossali: quando a Petrillo arrivò una cartella esattoriale da 17mila euro a casa propria, anziché in sede, l’amministratore andò in ansia, preoccupato che ogni documento finisse sotto i suoi occhi. Eppure, nonostante la carica formale, non muoveva un dito senza chiedere il permesso. «Ragguagliava Pezzella e Iorio su ogni profitto – come hanno spiegato i testi seduti a schiera di lato al Pm – descrivendo un sistema dove i bonifici venivano ordinati da Iorio non appena i fondi arrivavano sui conti».
Emergono anche i contrasti interni, le frizioni di chi il cantiere lo viveva davvero. Come Giuseppe Napoletano, il capocantiere, che spesso “teneva testa” a Iorio. Quest’ultimo, che considerava la Cgs «come una figlia sua», pretendeva licenziamenti punitivi per alcuni operai, scontrandosi con la resistenza di Napoletano che difendeva i colleghi.
La deduzione logica cui portano le rivelazioni dei tre sottufficiali è che per mascherare la presenza dei due “dominus” – entrambi gravati da pesanti ombre giudiziarie – l’organizzazione aveva già pronto il copione in caso di controlli. Un qualcosa da dire che avrebbe dovuto giustificare tutto: Pezzella doveva figurare come un semplice consulente, mentre la presenza di Iorio in ditta andava giustificata come quella di un vecchio conoscente che, dopo i guai con la giustizia, chiedeva una mano per risolvere piccoli problemi.
Ma i numeri raccontano un’altra storia, nella ripresa pomeridiana del processo a carico dell’ex sindaco di Calvi Risorta Giovanni Rosario Lombardi e di altre 12 persone coinvolte nell’inchiesta della Dda di Napoli su appalti ritenuti truccati e somme di denaro distratte per eludere le disposizioni antimafia nel municipio caleno.
In sintesi: su 30 ditte sorteggiate per i lavori sulla Casilina e per la scuola “Cales”, ben 17 società sono risultate in un modo o nell’altro riconducibili, direttamente o indirettamente, al duo Pezzella-Iorio. Un monopolio di fatto che, secondo l’accusa, avrebbe soffocato la libera concorrenza all’ombra del municipio caleno, trasformando le gare pubbliche in un affare di famiglia.
In aula, stavolta, viene evocato più volte l’ex sindaco di Calvi Risorta, Giovanni Rosario Lombardi, che nelle sue interlocuzioni e incontri con chi, deluso, si aspettava invece di essere aggiudicatario di un appalto caleno, lo invita persino a un incontro presso un nosocomio napoletano: «Ci vediamo al Monaldi», dirà, infatti, a Francesco Verrazzo.
L’imprenditore di Capua, a sua volta indagato per altre questioni, commette un’imprudenza: registra la conversazione con Lombardi. Le accuse su Verrazzo cadranno e verrà prosciolto, ma intanto le conversazioni avute col sindaco finiranno – assieme al telefonino – in mano agli inquirenti, compresa la registrazione vocale. E su Calvi Risorta si accendono i riflettori, stavolta su tutta l’amministrazione comunale.
