Imprenditore casertano fallisce. Buco da 400mila euro, per la Procura è “bancarotta fraudolenta”

10 Dicembre 2025 - 11:00

Secondo la Corte d’Appello, concetto poi confermato anche dalla Corte di Cassazione, si tratterebbe invece di bancarotta semplice

MADDALONI (alfonso centore) – La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dalla Procura generale (ovvero quella attiva in corte di Appello) nei confronti di un noto imprenditore di Maddaloni, condannato in primo grado per bancarotta fraudolenta nel 2013, reato poi caduto in prescrizione a seguito della riqualificazione del reato dalla Corte d’Appello a bancarotta semplice.

Secondo il Procuratore, invece, l’avvenimento era stato doloso portando in ricorso diverse motivazioni: la prima consisteva nel fatto che l’imprenditore avesse detto falsamente al curatore fallimentare che la documentazione era stata sequestrata dalla Guardia di Finanza; la seconda riguardava la mancata consegna delle scritture contabili, precedenti e successive al procedimento, le cui prime erano state restituite al titolare dell’impresa un mese prima del fallimento, mentre le seconde, nonostante la richiesta, non furono mai consegnate; l’ultima ragione riguarda il bilancio negativo della società, con un debito stimato di circa 400 mila euro e che, secondo il Procuratore, fosse un atteggiamento riconducibile alla procedura fraudolenta.

Nonostante il lungo ricorso presentato dalla pubblica accusa, la Cassazione ha giudicato inammissibile, definendo le valutazione presentate “poco logiche” in quanto l’imprenditore non aveva consegnato la contabilità al curatore, ma le carte erano state comunque analizzate dalla Guardia di Finanza a seguito di sequestro.

Inoltre, secondo quanto già sancito dalla Corte d’Appello, viene a mancare la prova dell’atteggiamento doloso dell’imprenditore nei confronti dei propri creditori dal momento che per dimostrare la bancarotta fraudolenta documentale serve provare che l’imputato abbia occultato la contabilità per nascondere condotte distrattive o dannose.

In ultima analisi la Cassazione ritiene che il procuratore abbia solo richiamato la sproporzione tra attivo e passivo, senza dimostrare che il proprietario dell’impresa volesse realmente danneggiare i creditori, fornendo così, ancora una volta, nessuna prova dell’atteggiamento doloso da parte dell’imprenditore.