LA DOMENICA DI DON GALEONE: “Oggi l’uomo si presenta come Polifemo: un gigante ma cieco…”

19 Gennaio 2020 - 09:30

19 gennaio 2020 – II Domenica T.O. (A)

“CHIAMARE” FA RIMA CON “AMARE”

gruppo biblico ebraico-cristiano השרשים הקדושים

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Dio ama e chiama   In tante pagine della Scrittura Dio chiama: “In principio Dio chiama le creature all’esistenza” (Sap 11,25). Chiama l’uomo alla vita e quando Adam si allontana da lui gli chiede: “Dove sei?” (Gn 3,9). Chiama il popolo ebraico e lo predilige fra tutti gli altri: “Fra tutti i popoli Dio ha scelto voi” (Dt 10,14). Chiama Abramo, Mosè, i profeti… e affida loro una missione. Chiama per nome anche le stelle del cielo ed esse rispondono: “Eccoci!” e brillano di gioia per il loro creatore (Bar 3,34). Comprendere queste vocazioni significa scoprire il progetto che Dio ha su ogni creatura. Nessuno e nulla è inutile. Dio non fa cose superflue! “Dall’Egitto ha chiamato mio figlio” dichiara il Signore per bocca di Osea (Os 11,1) e Matteo applica questa profezia a Gesù (Mt 2,15). E la nostra vocazione? “Dio ci ha chiamati con una vocazione santa” (2Tm 1,9). I cammini che conducono a Dio sono diversi per ciascuno… ciò che importa è ascoltare e scoprire dove Dio vuole condurre ciascuno di noi e “camminare in modo degno della nostra vocazione” (Ef 4,1).

Mio servo tu sei, Israele   Difficile stabilire se il profeta Isaia si riferisce a un personaggio storico (Geremia? Mosè?) o alla comunità d’Israele: il primo versetto sembra favorire questa seconda interpretazione (Israele = popolo) ma quello successivo sembra contraddirla: Israele sarebbe inviato dal Signore… a riunire Israele? L’identificazione più coerente e rispettosa del testo è quella di chi lo considera una personificazione del “resto fedele d’Israele”: si tratta cioè di quelle persone buone che, pur vivendo tra i malvagi, sono rimasti fedeli a Dio. Ci troviamo in Babilonia nel 500 a.C. e gli ebrei sono umiliati in terra straniera: “Cantateci i canti di Sion” chiedono loro gli aguzzini che li hanno deportati (Sal 137,3). Ma come intonare l’inno di vittoria eseguito dai loro padri sulle rive del Mar Rosso (Es 15,1) ora che sono schiavi in terra straniera? In questa situazione disperata, il piccolo resto, l’Israele fedele, il Servo, è chiamato da Dio a un duplice compito: a) riunire gli ebrei dispersi (v.5); b) diventare luce di salvezza per le genti (v.6). Per realizzare tale impresa occorre un uomo dalle qualità eccezionali, e invece Dio sceglie il servo debole. Non sappiamo a quale personaggio storico Isaia si sia ispirato. Ciro? Ezra? Neemia? Il resto fedele a Dio? E’ certo che i primi cristiani vi hanno scorto il ritratto anticipato di Gesù. Come quella del Servo del Signore (Is 49,4), anche l’attività di Gesù si è conclusa con un fallimento, ma Dio è intervenuto e ha trasformato in trionfo l’apparente sconfitta.

Dalla voce nel deserto alla voce nella città Il brano del Vangelo di Giovanni nella prima parte è segnato dalla solenne espressione del Battezzatore: “Ecco l’agnello di Dio, che toglie i peccati del mondo” (Gv 1,29). L’atteggiamento del Battezzatore in questo brano è di colui che a tappe progredisce nella fede in Gesù: non lo conosce (v. 31), è il Messia sofferente (v. 29), il santificatore (v. 33), il Figlio di Dio (v. 34). Pare che Gesù sia stato l’ultimo ad essere battezzato da Giovanni nel fiume Giordano; infatti il Battezzatore fu subito dopo arrestato dai soldati di Erode Antipa e decapitato. Aveva esaurito il proprio compito, spianato la strada a Colui che avrebbe battezzato nello Spirito. Alla storia dei profeti ora succede la storia degli apostoli e dei testimoni. Oggi balza in primo piano l’ultimo degli apostoli, Paolo. Se Giovanni era una voce che gridava nel deserto, Paolo è una voce che grida nelle città. Non era coperto di peli di cammello, non si nutriva di locuste e di miele selvatico; vestiva secondo la moda, aveva un mestiere, aveva la cittadinanza romana, pur essendo ebreo. Ma aveva in comune con il Battezzatore la passione per Cristo, e come Giovanni farà esperienza del carcere e del martirio. Per cinque domeniche consecutive, Paolo si rivolgerà a noi con le parole della prima delle sue due lettere che egli scrisse ai cristiani di Corinto. Per un discorso sull’amore, Paolo sceglie una città molto singolare, Corinto, la città delle prostitute consacrate alla dea Venere. Paolo vuole annunciare, alle tante Maddalene dei sacri postriboli, il Cristo, uomo perfetto e figlio di Dio.

Gesù toglie i peccati del mondo Proviamo a fare l’analisi logica. Il soggetto è Gesù: egli è il liberatore, non la politica o la scienza o le ideologie o l’economia o le religioni. Quello da cui ci libera Gesù è il peccato, cioè il male nella sua radice, non nelle sue sovrastrutture, ma in quella struttura profonda, che è il cuore dell’uomo. E qui, due domande sono necessarie: a) ma noi crediamo davvero che Gesù è l’unico salvatore? b) ma noi abbiamo dei peccati da farci perdonare? Oggi assistiamo ad un’assoluzione generale, a un pentitismo diffuso. Nessuno è colpevole. La colpa è dei cromosomi, dell’ambiente, del sistema, delle strutture. Anche numerosi cristiani rifiutano il cosiddetto “armadio dei peccati”, per il più confortevole lettino dello psicologo. A pagamento! Ci farà del bene ricordare queste due verità: a) anzitutto il peccato non è solo la trasgressione di una legge; la strada del cristiano non è costellata da cartelli: “Fa’ questo, non fare quello”. Sulla nostra strada c’è un Dio che fa autostop, che ci prega di caricarlo sulla nostra macchina, di fare il viaggio con Lui; diventare amici, compagni, mangiare cioè lo stesso pane della gioia e del dolore; peccato è quindi rifiutare l’incontro, il dialogo, l’amicizia; b) inoltre, in ebraico, il verbo ‘peccare’ alla lettera significa mancare il segno, fallire il bersaglio; chi pecca fallisce il proprio bersaglio; non solo fa male, ma si fa del male; quelle che noi chiamiamo leggi di Dio sono in realtà leggi dell’uomo; peccato è non realizzare ciò a cui siamo chiamati. “Adamo, dove sei?”. L’uomo non è là dove dovrebbe essere. E’ andato a nascondersi. L’uomo diventa meno uomo. Questo è il peccato!

Il pentitismo è molto diverso dal pentimento! Oggi l’uomo si presenta come Polifemo: un gigante ma cieco: alla immensa ricchezza tecnologica corrisponde una paurosa povertà valoriale. O come l’astuto Ulisse davanti alle Sirene: in filigrana si intravede il destino dell’uomo occidentale, che diventa sì padrone della natura, ma asservendo se stesso, legato all’albero della sua stessa nave, e disperatamente smanioso di libertà; in questo senso va anche letta la risposta di Ulisse: a Polifemo che gli chiede chi sia, Ulisse risponde: “Nessuno”; grazie a quello stratagemma Ulisse salva la vita, ma negando la propria identità.

 L’Agnello di Dio   Bisogna insistere di nuovo sul fatto che, quando qui si dice di Gesù che è l’Agnello di Dio, con questo non si vuole affermare che è la vittima del sacrificio, che muore per i nostri peccati. Il Padre di Gesù non ha bisogno di nessun capro espiatorio (R. Schwagen). Perché un ‘padre’ così non è un padre. Questo sarebbe un Signore giustiziere, secondo il costume degli antichi tiranni, che avevano bisogno di morte e sangue per perdonare. Fa paura pensare ad un simile ‘Dio’, che non perdona se non quando c’è ”effusione di sangue” (Eb 9,22).

Lo Spirito scese su Gesù Nei quattro vangeli si insiste sul fatto che, quando Gesù fu battezzato da Giovanni, lo Spirito Santo discese su Gesù, «come una colomba» che si posò su di lui (Mc 1,10; Mt 3,16; Lc 3,22; Gv 1,32). Per questo i vangeli ripetono il fatto che Gesù durante la sua vita era condotto dallo Spirito (Mt 4,1 par; 12,28 par; Lc 4,1; 10,21 par). Quando pensiamo a Gesù senza considerare lo Spirito, non comprendiamo Gesù. E non comprendiamo l’opera di Gesù, inclusa la Chiesa. Incorriamo allora in quello che è stato definito (da Yves Congar) come “cristomonismo”: Cristo – Apostoli – Chiesa. Quando lo Spirito, che condusse Gesù, smette di condurre la Chiesa, ci ritroviamo una gerarchia senza Spirito. BUONA VITA!