LA NOTA. 4 pregiudicati del clan dei Casalesi “fanno un comizio” in piazza per garantire la loro protezione ai cittadini colpiti dai furti. Una spia di pericolo più volte da noi segnalata

21 Gennaio 2026 - 16:13

A Casapesenna

CASAPESENNA – Più volte abbiamo messo in guardia le autorità deputate al mantenimento dell’ordine pubblico; più volte, rivolgendoci alla Prefettura, abbiamo ventilato il pericolo legato a un peso specifico molto più alto dei fenomeni della cosiddetta microdelinquenza, che sulla pelle dei cittadini sono fenomeni di macrodelinquenza a tutti gli effetti, e che possano ricreare condizioni di consenso sociale per la camorra. Per quella camorra che uccideva, estorceva, minacciava, ma era furba al punto da mantenere una relazione pacifica con la cittadinanza dei comuni in cui operava, Casapesenna — e tutti gli altri dell’agro aversano — in quanto gendarme dell’ordine pubblico.

A Casal di Principe, Casapesenna, San Cipriano era vietato vendere droga. Poi magari i Bidognetti incentivavano questo mercato a Castel Volturno, ritirando ingenti cifre estorsive dagli spacciatori, il più delle volte africani, come dimostrò plasticamente la strage di San Gennaro operata da Setola e dai suoi.

Ma a Casal di Principe non doveva girare droga, non ci dovevano essere ladri; le auto potevano essere parcheggiate in strada anche aperte e, quando qualche ladro extracomunitario, magari non ben informato su come funzionassero le cose da quelle parti, compiva qualche reato, facilmente veniva trovato appeso a un albero o crivellato di proiettili in qualche cunetta.

Ecco perché lo Stato, che in parte si è reimpossessato doverosamente di un pezzo di Italia che, diciamocela tutta, ha vissuto in una extraterritorialità in cui le leggi non erano quelle della Repubblica ma quelle del clan dei Casalesi, avrebbe dovuto usare e dovrebbe usare un particolare metodo di sorveglianza del territorio, mettendo insieme due scopi: quello di colpire i cosiddetti microdelinquenti, i topi d’appartamento, i rapinatori che terrorizzano famiglie intere e, allo stesso tempo, svolgere un’azione di prevenzione affinché non accada che i cittadini possano dire: “ridateci i camorristi perché almeno ci facevano dormire tranquilli nelle nostre case”.

Al riguardo ci segnalano un episodio accaduto nella piazza Petrillo di Casapesenna, dove quattro persone non precisamente identificate, almeno da parte nostra, avrebbero inscenato una sorta di manifestazione durante la quale, partendo da una protesta per il dilagare dei furti, avrebbero poi rivelato la loro appartenenza a clan malavitosi allorquando, alla stregua di un agente commerciale che consegna il bigliettino a potenziali acquirenti, avrebbero urlato, parola più parola meno, le seguenti frasi:

“Dovete lasciare il paese e non fatevi vedere mai più; anzi, non ci dovete passare nemmeno per sbaglio a Casapesenna, perché qui comandiamo noi”.

Questo giornale affronta il problema della corteccia ancora troppo tenera del tessuto sociale dei territori citati già da qualche tempo. I nostri lettori più attenti ricorderanno infatti una videointervista da noi effettuata nell’abitazione di un imprenditore di Casal di Principe, che oggi vi riproponiamo. Era successo che dei rapinatori, entrati nella sua casa, lo avevano legato e picchiato insieme a moglie e figlia. Lui non arrivò a dire esplicitamente che era meglio quando la camorra controllava il territorio, ma le allusioni furono evidenti.

Pur mantenendo il punto, non potemmo scagliarci contro di lui né sciorinare la riprovazione degli ipocriti benpensanti, perché se una persona viene legata e seviziata, vaglielo a spiegare il dato sociologico legato alla necessità di far mancare alla criminalità organizzata l’humus del consenso e della protezione sociale. È lo Stato che deve fare in modo di essere e apparire migliore e dunque unica soluzione possibile per la difesa della tranquillità delle famiglie.

Altrimenti, tra chiacchiere e convegni, la vita reale si sviluppa giorno per giorno e succede che quattro persone inscenino un comizio, come se si trattasse di un’iniziativa politica (e tutto sommato questa, a pensarci bene, lo è), dicendo alla gente: “tranquilli, ci siamo noi e da questo momento in poi il primo che entra nelle vostre case lo braccheremo con i nostri strumenti investigativi più spicciativi e veloci, per poi andarlo a punire in modo che questo rappresenti un esempio che indurrà tutti quelli che vogliono venire a fare un furto a Casapesenna a pensarci non una ma cento volte”.

Attenzione: occorrono molti più carabinieri, poliziotti, finanzieri e ancora più soldati di quelli che ormai pigramente sorvegliano il territorio.

Più uomini e mezzi, perché nell’agro aversano non sono trascorsi cento anni, non si sono avvicendate quattro o cinque generazioni. Al contrario, il ricordo dei trentenni, dei quarantenni, dei cinquantenni e oltre è molto vivo rispetto al male ma anche alle “comodità” (non useremmo mai la parola bene) che la camorra garantiva nella vita di ogni giorno, al punto da far sembrare sopportabili anche i soldi che commercianti e imprenditori versavano a titolo di tassa della tranquillità.

Un’espressione purtroppo utilizzata in maniera troppo facilona, collegata com’è stata alla tranquillità di chi pagava il pizzo e non incrociava alcun pericolo di vedersi esplodere una bomba sotto la saracinesca. Se la tassa della tranquillità era anche questo, solo uno Stato superficiale, affiancato dai professionisti della camorra — quelli che si sono fatti una posizione “alla Saviano”, per intenderci, in quanto principale indotto della camorra — ha potuto ignorare in maniera codina e ipocrita, diventando struzzo che mette la testa sotto terra, la bivalenza di questa espressione: tassa della tranquillità contro gli attentati, contro le ritorsioni, con tanto di benefit costituito dal poter lasciare le porte delle case aperte in ogni momento.

Ma questi sono discorsi scomodi che infastidiscono quelli del cosiddetto ordine costituito, ai quali non interessa se quattro persone vanno in una piazza a inneggiare alla camorra-gendarme, ma tengono solamente affinché nessun porto venga seminato per guerre tra clan, in modo da poter coltivare la loro tranquillità: quella della comodità borghese dei culi mosci.

CLICCA QUI: IL VIDEO FOCUS da CASAL DI PRINCIPE. Parla Adolfo Scalzone, ex titolare dell’omonimo bar: “Io e la mia famiglia picchiati e rapinati. Lo Stato dice di aver battuto la camorra, ma ci ha dato in pasto ai predoni”