LA NOTA DI GEO NOCCHETTI. Guarino e CasertaCe “attenzionati” dal nipote di Michele Zagaria, ma siccome non fanno parte del ceto blasonato dei professionisti dell’anticamorra, silenzio totale

17 Giugno 2026 - 13:11

Il noto collega interviene a commento dell’intercettazione nella quale Mario Francesco Capaldo dice di questo giornale e del suo direttore: “Sono le iene di Caserta, più li quereli e peggio è. Danno fastidio e se ti prenon di mira ti fanno arrestare

Di Geo Nocchetti: “Niente nemmeno uno dei tanti “don Diani” sparsi per la provincia di Caserta e per il resto del mondo hanno sentito l’esigenza di spendere una parola a favore di questo giornale e del suo direttore

In un’intercettazione captata dai carabinieri durante un’inchiesta sul clan camorristico degli Zagaria, due membri dello stesso clan si lasciano andare a pesanti considerazioni contro questo giornale e lo paragonano alle “iene”dicendo che i suoi componenti non hanno paura di nessuno, non temono le centinaia di querele, vanno avanti senza preoccuparsi delle conseguenze di ciò che scrivono.

Giustamente il direttore di questa testata si “appunta“ questa medaglia al proprio petto a dimostrazione, con questa sorta di prova del 9, che l’azione cosiddetta anticamorra si fa con i fatti e talvolta con le parole di articoli ben strutturati e conseguenziali. Una “medaglia“, certo, ma anche un’esplicita minaccia e un’attenzione non certo piacevoli da parte di esponenti pericolosi della criminalità organizzata.

A questo punto, uno si aspetterebbe una levata di scudi che, a favore di giornalisti e persone, si è già verificata e per molto meno. È bastata una frase scontata di uno dei capi della camorra per attribuire, ormai da anni, a un esponente politico una scorta, nonostante il clan di questo boss sia sostanzialmente polverizzato e lo stesso sia al 41 bis da anni.

È giustamente encomiabile la mobilitazione a favore del giornalista Mimmo Rubio allorquando avrebbero voluto togliergli la scorta. Analogamente e inquietante il silenzio che ha avvolto questa notizia dell’intercettazione del nipote di Michele Zagaria che parla di CasertaCe e del suo direttore, da parte di quegli ambienti che sono in servizio permanente effettivo per evidenziare, proteggere, esaltare tutti coloro che fanno argine contro la criminalità organizzata. Parliamo delle decine di comitati, ONLUS, associazioni più o meno blasonate che dell’anticamorra e antimafia hanno fatto il loro vessillo e, più di una volta, il loro core business.

Da loro non sono arrivate parole nemmeno, per così dire, di circostanza, attestati di solidarietà come in altri casi, appunto, magari fotocopiati, clonati. Niente nemmeno uno dei tanti “don Diani” sparsi per la provincia di Caserta e per il resto del mondo hanno sentito l’esigenza di spendere una parola a favore di questo giornale e del suo direttore.

La qual cosa conferma ciò che ho scritto qualche settimana fa a proposito del ruolo svolto dal “pazzo, ostinato e brutto, sporco e cattivo”Guarino. Dicevamo che questo assordante silenzio è la prova del 9 che apparire è meglio che essere. E non c’è bisogno di scomodare Fromm per spiegare cosa significhi. Un po’ quello che è accaduto a Rosaria Capacchione con il suo “loro della camorra“, scritto che davvero ha inflitto un danno ai camorristi che se la sono legata al dito, danno che giustifica in pieno la protezione che la Giornalista ha ricevuto e un po’ meno l’oblio nel quale è stata relegata .

Questa vicenda dimostra ancora una volta che quella dell’antimafia è quasi una consorteria , un circoletto chiuso, gestito dagli “ayatollah” della lotta al malaffare e alla criminalità organizzata, con i riti celebrati dai “gran sacerdoti“ unici deputati a distribuire patenti e medaglie di anti “camorrità”indipendentemente, come accade per i premi cinematografici o letterari nei confronti di grandi attori e registi o scrittori misconosciuti, Guarino non può o forse non deve ritirare il suo “nastro d’argento”o il suo “premio strega” di anti camorrista.

Meglio relegarlo nel ruolo del sanguigno e viscerale“ anti tutto“, magari con una spruzzata di pettegolezzo e maldicenza sussurrata a mezza bocca e mai esplicitata, giacché non supportata da nessuna legittima ragione o meno ancora prova. Ci si può consolare, tuttavia, pensando che il quel riconoscimento che dovrebbe seguire a dichiarazioni così inquietanti, quel riconoscimento di autenticità nella lotta al crimine camorristi è arrivato proprio da chi di quella lotta è il terminale passivo.

Un po’ come avviene nell’ambito sportivo quando lo sconfitto riconosce meriti e superiorità del vincitore, ma la tifoseria organizzata e orientata lo ignora o addirittura lo fischia. Ci fermiamo qui, per ora, riguardo a quelli che Leonardo Sciascia definiva i “professionisti dell’antimafia“. Ce ne occuperemo ancora a proposito della gestione dei beni confiscati. Altro capitolo dove le autocertificazioni di onestà, rettitudine e anti-camorra, la fanno da padrone.