LA RICOSTRUZIONE. Sfregiato in faccia per volere dei due capoclan. Ma lo zio era uomo vicino al boss Picca
19 Aprile 2026 - 09:30
Negli ultimi giorni sono stati ascoltati Nicola Di Martino e Salvatore De Santis, ritenuti dagli inquirenti i mandanti dell’aggressione ai danni di un 44enne di Teverola. Di Martino, che con Aldo Picca condivide il ruolo di vertice del clan che porta il loro cognome, è anche lo zio della consigliera comunale di maggioranza Ellen Di Martino. Salvatore De Santis, invece, ha ricoperto il ruolo di reggente del clan durante l’assenza dei due boss locali; nel giugno 2024, i carabinieri lo hanno allontanato dai seggi, dove si sarebbe presentato in rappresentanza del gruppo criminale durante le elezioni comunali di Teverola. Ed è difficile non ipotizzare che le 468 preferenze ottenute dalla consigliera Di Martino – nipote diretta del boss – possano essere state, almeno in parte, la “dote” portata alla corte di Caserta-Lusini. Una dote che ha poi contribuito a garantire la vittoria della lista Teverola Futura
TEVEROLA (fede.borr.) – Bisognava punire chi ‘sgarrava’. E bisognava farlo procurando uno sfregio che potesse rimanere sulla pelle di chi aveva sbagliato. Una lesione incisa nella carne da guardare ogni mattina allo specchio, un monito permanente che ricordasse, a chi aveva infranto la regola, l’errore da non ripetere mai più.
Questa la punizione per chi osava mettersi contro il gruppo; questa la furiosa logica del clan, come quella che si è abbattuta sul 44enne ferito al volto da un coltello la sera del 18 marzo 2023, per ordine – stando all’accusa – di Nicola Di Martino alias Nicola 23 e del suo reggente Salvatore De Santis detto ‘o buttafuori, già reclusi in carcere per altri motivi, e che adesso sono stati raggiunti da una nuova misura cautelare disposta dal giudice per le indagini preliminari Rosaria Maria Aurilia.
Un gesto che va al di là dell’intimidazione, che si trasforma in violenza sanguigna, per far capire a chi si era permesso di sfidarli in qualche maniera, chi comandava. In questa vicenda è indagato a piede libero anche l’altro boss del clan Picca-Di Martino, Aldo Picca di Carinaro, che nella gerarchia criminale sta ai vertici assieme a Nicola Di Martino di Teverola, zio della consigliera comunale Ellen Di Martino che siede attualmente ai banchi della maggioranza del sindaco Gennaro Caserta.
Ma l’episodio finito sotto i riflettori della Dda di Napoli, coordinata nelle indagini dal pm Simona Belluccio, aveva occupato uno spazio, seppur limitato, anche tra le pagine di un’altra ordinanza. Facciamo riferimento a quella sugli arresti del clan Picca-Di Martino del settembre 2024.
È proprio lì che, per la prima volta, si fa menzione di quello sfregio perpetrato la notte del 18 marzo del 2023 e in quella narrazione striminzita vengono fatti già i nomi di chi avrebbe partecipato a quel raid.
Due, fra tutti, vengono individuati dagli inquirenti prima che sopraggiungano i tempi del blitz del settembre 2024: sono i nomi di Antonio Zaccariello e Vittorio Mottola (o Vincenzo, non sappiamo se nella stesura dell’ordinanza sia stato commesso un errore), entrambi raggiunti dai carabinieri da un fermo di indiziato per il delitto commesso all’epoca della violenza, crimine aggiuntosi alla condanne per altri reati che li hanno visti coinvolti nei traffici del clan.
A confermare quell’episodio su cui, ai tempi, c’erano ancora troppi pochi elementi che dessero spazio alla dinamica, è stato anche il pentito Francesco De Chiara, anche lui coinvolto nella maxi inchiesta della Dda partenopea che ha smantellato il clan Picca-Di Martino. De Chiara, in particolare, fungeva da fattorino per la droga ed era l’autista di Nicola Di Martino nel periodo delle estorsioni. Dopo l’arresto del 2024, ha deciso di collaborare con la giustizia per fare luce sull’organizzazione criminale di cui ha fatto parte.
Nelle sue propalazioni rese davanti agli inquirenti, De Chiara spiega che sugli affari illeciti che portavano proventi al gruppo camorristico, dallo spaccio nelle piazze tra Teverola, Carinaro e Aversa fino alla gestione delle slot machine e alla riscossione di denaro, bisognava fare silenzio, tacere.
Vigeva un ordine di fedeltà che, probabilmente, non sarebbe stato rispettato dal 44enne preso di mira e che, stando all’accusa, era a conoscenza delle attività adoperate dal clan per guadagnare denaro. Così, la notte del 18 marzo, l’uomo è stato dapprima avvicinato da alcuni ragazzi del clan all’uscita del bar Cristal di via Roma, a Teverola. Datosi alla fuga, è stato poi raggiunto e colpito con un’arma da taglio sulla guancia sinistra da uno degli aggressori. Successivamente, l’uomo si è recato in ospedale dove ha avuto 25 giorni di prognosi. Mentre dai carabinieri ha indicato i responsabili dell’agguato.
Non sappiamo dire con esattezza quale fosse la natura dei rapporti tra la vittima dell’agguato e il clan Picca-Di Martino, se dietro a questo gesto violento ci potesse essere un regolamento di conti o se sia il frutto di un castigo nei confronti di chi, all’interno di quel mondo, non stava seguendo le giuste regole.
Tutto questo è al vaglio degli inquirenti. Ciò che però abbiamo individuato è un rapporto di parentela che la vittima ha, in effetti, con una persona la cui posizione è stata per qualche tempo quella di indagato a piede libero proprio durante la retata che disarticolò i membri del clan Picca-Di Martino.
Si tratta di uno zio di 73 anni residente a Teverola, molto vicino al nipote 44enne aggredito. Leggendo l’ordinanza sugli arresti del 3 settembre di due anni fa, per i PM il 73enne era invece tutt’altro che estraneo ai rapporti con il clan locale. Anzi, era stato individuato dal boss Picca come uno degli uomini che avrebbe dovuto aiutarlo nell’avviare le attività di estorsione ad alcuni imprenditori all’interno della zona Asi.
“Abbiamo il diritto di campare anche noi! – esordisce il boss nella sua conversazione con il 73enne – “Non è che qua ora ci alziamo la mattina, chi si arricchisce di qua, chi si arricchisce o politicamente o perché tiene l’amicizia o perché … ora basta!”.
Per il ras era infatti più opportuno che fosse il 73enne a interloquire con gli imprenditori, facendo proprio il nome di Aldo Picca: “Ci deve tener presente anche a noi a Teverola” sostiene Picca, ritenendo a detta sua che l’imprenditore da intimidire avrebbe dovuto provvedere anche al sostentamento del loro gruppo criminale, del quale fanno parte persone che sono in carcere da venti anni ed hanno il “diritto di campare”.
Tuttavia, nonostante la ricostruzione dei pubblici ministeri, diversa è stata la decisione presa dal gip che ha rigettato la domanda cautelare, limitatamente al capo di imputazione, nei confronti dell’uomo di 73 anni. Non vi è dubbio, per il giudice, che gli indagati stessero sul punto di preparare un’estorsione aggravata dal metodo mafioso, con un’esternazione di propositi del Picca, a detta del gip, davvero inequivocabile. Ciononostante non sussisterebbero per l’uomo gravi indizi di colpevolezza poiché a mancare è la prova di un effettivo contatto tra gli indagati e le persone offese del presente procedimento.
Resta, però, un alone di incertezza attorno a quella notte di marzo. La ferita sul volto del 44enne parla di violenza, di gerarchie criminali e di logiche di potere, ma non restituisce, a nostro avviso, ancora del tutto il contesto in cui si è consumata, soprattutto se si tiene in considerazione il legame fidato tra lo zio della vittima e il boss di Carinaro. Gli inquirenti nel frattempo hanno ascoltato De Santis e Di Martino durante il loro interrogatorio di garanzia.
