LA STORIA. 50 anni fa…due fratelli. Poi la supervilla di SAN LEUCIO di 4 piani con piscina. L’attentato, la guerra giudiziaria e il faccendiere Nicola Cuomo
16 Gennaio 2026 - 19:07
Ci siamo ritrovati davanti il nome di uno dei protagonisti della vicenda giudiziaria delle due società gemelle inquisite dalla Procura di Aversa, tra viaggi in Costa Azzurra e altri lussi. L’approfondimento ci ha permesso di ricostruire il filo di una narrazione piena di colpi di scena, di guerre familiari, di minacce e di sentenze che scrivono tutto e il contrario di tutto
CASERTA (G.G.) – Parafrasando Antonello Venditti, ci sono non amori – perché in questo caso l’amore è un sentimento inesistente – ma cose e soprattutto persone che fanno dei giri immensi e poi te li ritrovi sorprendentemente, completamente da un’altra parte.
I lettori di Casertace, quelli appassionati di cronaca giudiziaria, ricordano sicuramente il nome di Nicola Cuomo, di Caserta ma residente a Capua, con domicilio in piazza Vanvitelli, coinvolto, nella veste di indagato, in una misura cautelare che gli limita la libertà personale insieme a diversi altri coindagati, nei giochi proibiti di due società: la Italiana Congelati e la Italian Trade, a cui poi si aggiunge anche la Frozen, che secondo i magistrati inquirenti, secondo il PM della Procura della Repubblica che opera presso il Tribunale di Aversa–Napoli Nord, Giuliana Giuliano, hanno compiuto una serie plurima di reati che vanno dall’impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita alla truffa, in un meccanismo in cui i due enti economici risultavano di fatto la stessa cosa.
Di Cuomo abbiamo letto cose non certo edificanti in quella ordinanza e, cliccando qui, le mettiamo a disposizione dei lettori. Un farraginoso giro di conti correnti, di operazioni finanziarie equivoche e anche l’utilizzo del figlio Cristian come una sorta di prestanome del prestanome. Siccome, al di là di quelli che potranno essere gli esiti del processo, noi tendiamo a credere alla ricostruzione dei fatti operata dal PM, è ovvio che, nel momento in cui questo Nicola Cuomo ci torna davanti per una storia di qualche anno precedente rispetto a quella dell’ordinanza che lo ha coinvolto, va da sé che di questa vicenda ci andiamo a occupare.
Partiamo da ciò che riguarda direttamente Nicola Cuomo: l’acquisto, per una cifra ufficiale – non sappiamo se poi realmente sostanziale – di 200mila euro di una villa di campagna molto bella in quel di San Leucio, nella parte di territorio già ricadente nel comune di Casagiove.
Questa casa Cuomo la acquista da una persona nata a Milano ma figlia di un papà di Falciano di Caserta emigrato. Un acquisto a dir poco anomalo, perché questo milanese (che ha conservato salde radici a Caserta) potrebbe aver venduto la Fontana di Trevi.
E siccome di Nicola Cuomo tutto si può dire eccetto che sia un fesso – tutt’altro – come nel celebre monumento romano di Totò, francamente ci sembra strano che il faccendiere coinvolto nell’indagine di cui sopra abbia sborsato 200mila euro. Ma questo risulta ufficialmente e noi questo assumiamo come verità fino a prova contraria.
Perché Fontana di Trevi? Il milanese non ha mai avuto il possesso di questa villa, che a suo tempo fu costruita dallo zio, casertano doc, mancato da qualche anno, che aderì anche a una richiesta di sua madre, la quale riteneva che costruendo quell’immobile avrebbe reso il più agevole possibile il ritorno a casa di suo figlio, cioè il papà del milanese.
Siccome al tempo si trattava di una famiglia molto unita, il casertano doc acquistò il terreno con classificazione agricola e ottenne anche la concessione per la costruzione di una rimessa per attrezzature agricole che, grazie poi a un condono, diventò casa di abitazione messa in regola con alcuni condoni.
Sempre il casertano doc, che voleva molto bene a suo fratello, gli trasferì la proprietà del terreno nel 1976. L’atto di trasferimento non conteneva, però, il titolo che consentiva la costruzione, che rimase nelle mani di chi l’aveva ricevuto, cioè del fratello casertano doc. Da allora in poi la casa, che era stata completata, è stata abitata sempre, per 50 anni, dalla famiglia di chi l’aveva costruita, che lì ha impiantato un’attività di grafica pubblicitaria.
Quindi seguite bene il ragionamento: il possesso non ha mai avuto interruzione. Già in un istituto commerciale, dove si studia anche la materia del diritto, viene insegnato uno degli istituti classici più elementari del diritto reale: l’usucapione. Quando un bene resta in possesso di un soggetto per un numero totale di anni, senza nessun atto interruttivo, senza alcuna formale rivendicazione del proprietario, si forma un diritto di proprietà in capo a chi lo ha posseduto, che ovviamente vi ha eseguito lavori e migliorie.
Il milanese, un bel giorno, si è alzato e ha detto che quella villa era la sua, avendola ereditata da suo padre, il falcianese emigrato. Attenzione: questa rivendicazione non è stata presa malissimo da chi, invece, la casa l’ha abitata per 50 anni. Nel momento in cui il milanese ha detto che aveva intenzione di vendere il diritto di proprietà, nessuno dei cugini gli ha risposto che quel diritto in realtà lui non lo aveva più, perché probabilmente su quella casa erano maturate non una, ma due usucapioni per tutto il tempo trascorso.
Ma il milanese aveva intenzioni bellicose, perché evidentemente non riteneva di avere rapporti normali, civili, con i suoi congiunti. Sì, ha detto: la voglio vendere; i potenziali acquirenti sono tutti gli abitanti del pianeta, escluso voi.
Davanti a questo atto ostile è partita una vera e propria battaglia giudiziaria. Dopo più di 40 anni, nel 2016, il milanese ha presentato un’istanza al giudice per la reintegra del possesso. In poche parole, quell’atto interruttivo che per 40 anni non era mai stato realizzato. Il giudice avrà pensato tra sé e sé: ma questo che mestiere fa? Perché uno chiede la reintegra del possesso dopo che per 40 anni non l’ha esercitato per un solo giorno?
Il giudice si sarà interrogato ancora di più quando l’avvocato del milanese è andato in udienza e ha, in pratica, ritirato l’istanza, affermando che il suo cliente non si sarebbe presentato. Proprio nel giorno dell’udienza appena citata, il 21 gennaio 2016, avviene un fatto che non appartiene al diritto civile ma a quello penale: fino a prova contraria, un ignoto o degli ignoti distruggono l’attività commerciale della Grafica Nappo. Come vedete, a metà di questo articolo abbiamo svelato chi sono le vittime di questa vicenda.
Il danneggiamento era stato preceduto da una vicenda inquietante: davanti a testimoni, a pochi metri dall’aula di tribunale, il milanese aveva dichiarato: «Vi distruggo la sede dell’attività e vi faccio camminare sulla sedia a rotelle». Questa frase arriva nel momento in cui il milanese si rende conto che il giudice non intende nemmeno prendere in considerazione la sua possessoria. È molto arrabbiato e questa affermazione, fatta davanti agli avvocati, innesca la legittima denuncia presentata dai fratelli Nappo, i quali ipotizzano i reati di minacce e danneggiamento aggravato. Siccome, però, il reato di danneggiamento aveva subito una sorta di depenalizzazione, legata soprattutto alla relazione temporale tra lo stesso e le minacce, il PM Capone archivia un pezzo della denuncia. Rimane valida l’accusa di minacce, per la quale il milanese viene condannato a sei mesi.
I tempi della giustizia sono quelli che sono e l’imputato si salva grazie alla prescrizione dall’esito penale. Non da quello civile che, come è noto, resta vivo anche quando arriva il non luogo a procedere per intervenuta prescrizione. In quel procedimento si costituisce parte civile la società dei Nappo, che oggi attende che il giudice civile, in separata sede, quantifichi il risarcimento dei danni, rispetto al quale il milanese potrà presentare appello. Ma è una storia ancora da vedere.
Siamo partiti da Nicola Cuomo e arriviamo a Nicola Cuomo. Non si capisce come e quando, ma probabilmente per un incontro più o meno fortuito, il milanese fa la conoscenza di Cuomo in un ristorante di San Leucio e lì nasce il rapporto che porta alla vendita dell’immobile. Cuomo, baldanzosamente – perché siamo in un’epoca ben anteriore a quella dell’inchiesta giudiziaria che lo ha coinvolto, forse in un periodo in cui se la spassava tra viaggi a Nizza e altri divertimenti (CLICCA QUI) – presenta un’istanza di possessoria di quell’immobile di quattro piani con piscina e accessori acquistato a San Leucio a prezzo di saldo di 200mila euro.
Questa volta non accade quello che era successo anni prima, quando il milanese si era ritirato. Cuomo va avanti, spera in un colpo di fortuna, ma non lo ottiene, perché il giudice ovviamente, dopo 42 anni (eravamo arrivati all’agosto 2018), rigetta l’istanza e condanna Cuomo anche alle spese.
Siccome si sa che i tribunali sono una scienza inesatta ed è giusto dire che ogni giudice è un tribunale, la richiesta di usucapione dei Nappo viene rigettata, il che crea una situazione paradossale. Da un lato l’istanza di possessoria viene rigettata da un giudice, dall’altro quello che dovrebbe essere, per logica giuridica, l’automatico riconoscimento dell’usucapione viene ugualmente respinto. Se non è una follia, poco ci manca. La speranza è che la Corte d’Appello di Napoli ci metta la testa e che la logica venga ripristinata.
A quanto ci risulta, di qui a un mese ci sarà la prima udienza davanti a una delle sezioni civili della citata Corte d’Appello.
