L’EDITORIALE. Coronavirus. Sulla coscienza di De Luca gravano morti che si potevano evitare. Frase grave ma meritiamo che le nostre argomentazioni siano lette e rispettate

30 Marzo 2020 - 09:57

di Gianluigi Guarino

 

Qual è la differenza tra i 60, 70 positivi, dichiarati quotidianamente in Campania fino a qualche giorno fa, e i 170 dichiarati ieri sera? E’ frutto di una pesante e sconfortante recrudescenza del coronavirus, nonostante le quasi tre settimane di clausura completa a cui ci siamo tutti sottoposti?

E allora, nostro compito, almeno per quelli (fortunatamente non pochi) che ci leggono è dare un senso a questa situazione che non ha alcun precedente nella storia dell’uomo. Perché se un governo, nazionale o regionale che sia, ti dice da un giorno all’altro, in pieno XXI° secolo, in pieno Terzo Millennio, che la tua vita è cambiata totalmente e che per non rischiare di ammalarti di un’influenza grave devi mettere in discussione molto di quello che hai costruito fino ad oggi da un punto di vista professionale e magari ricominciare da zero quando questo finirà, rendendo reale, crudelmente reale, la famosa fotografia della locandina del film The Day After Tomorrow, allora lo devi trovare un senso, la devi trovare una ragione.

Dunque, chi come noi sta lavorando alla realizzazione di giudizi, di considerazioni, come apice, come effetto di un’analisi faticosa e approfondita dei numeri e degli elementi oggettivi che ci portano a criticare, anche pesantemente, chi ha funzioni di governo, ha il dovere di mettere oggi a disposizione questo suo know-how per non lasciare soli nella valutazione della situazione le persone che invecchiano nelle case e che ogni giorno guardano con sgomento i dati della Campania irresistibilmente in ascesa.

No, tranquilli (naturalmente, si fa per dire) non sta succedendo niente di particolare. Questi numeri erano incubati da tempo. Quel furbone che sta a Napoli, cioè De Luca, quando l’altro giorno ha capito l’antifona, ha giocato in anticipo preannunciando questa drammatica escalation, in modo da non far ricadere su se stesso la responsabilità. Nel giorno del suo messaggio strappalacrime, De Luca aveva, infatti, capito, e capito molto bene, seppur con colpevolissimo ritardo, che con la miseria due o tre ospedali e ancor prima con il solo Cotugno ad analizzar tamponi, i numeri in evoluzione sarebbero cresciuti significativamente quando altre strutture si sarebbero, quasi per inerzia, aggiunte a quelle operanti, come conseguenza evidente del fallimento della pianificazione istituzionale, rappresentata impietosamente dal rapporto tamponi effettuati/popolazione residente, che assegnava (e assegna) alla nostra regione una maglia nera che più nera non si può.

Gli ospedali che oggi analizzano i tamponi c’erano anche 10, 15, 20 e 25 giorni fa; c’erano le competenze degli specialisti; c’era la qualità e l’affidabilità dei prodotti che servono per analizzare i tamponi, forniti da aziende che si sono fatte letteralmente in quattro in questo periodo. Eppure, noi leggevamo di mattina dei rapporti surreali che indicavano i risultati di 200, massimo 250 tamponi, su una popolazione di quasi 6 milioni di residenti.

Mentre tutti gli altri si scapicollavano a far propri almeno quei dati, a prestar bordone, senza opporre né un sé, né un ma, ad una narrazione totalmente fallimentare di chi regge le sorti di questa regione, spacciando nei loro giornali, nelle loro televisioni, nella loro web informazione, stendendosi a tappetino i numeri farlocchi comunicati da De Luca come fotografia autentica dell’epidemia in Campania, noi scrivevamo che quei numeri non valevano un benemerito cazzo. E non potete non ricordarlo, perché noi di fronte all’imperio dell’ignoranza, all’allergia per la cultura e l’approfondimento, vera tara della provincia e della regione, abbiamo utilizzato, come legittima difesa, a disposizione solo l’arma dei titoli ad effetto, sufficientemente pop, per recuperare qualcuno alla pratica della resipiscenza. E siccome di quei titoli ne abbiamo sfornati parecchi in questo periodo, non possono essere scomparsi dalla memoria.

Comunque, i conti con la devastante informazione fatta dall’autorità regionale nelle prime due settimane dell’epidemia si faranno alla fine e noi di CasertaCe e NapoliCe già sappiamo che tra tre o quattro mesi saremo di nuovo in una meravigliosa solitudine, quando cercheremo, come ci capita di consueto, di tenere fuori la testa e di non annegare nel marasma delle markette con cui la presunta informazione di questa regione connoterà, ancora una volta ingloriosamente, la sua funzione conformistica che fa passare erratamente il nostro lavoro come anticonformistico, quando in realtà è solo una forma normale di esercizio giornalistico. Tra qualche mese, diremo ancora più forte, approfondendone le argomentazioni, che su questo governatore, sul suo presunto staff di esperti dell’unità di crisi grava il peso, ammesso e non concesso che il loro algido e gelido cinismo glielo farà avvertire, di vittime che si potevano evitare, di vite che si potevano salvare.

In che modo? Ancora una volta imbracciamo il disarmo di un semplice ragionamento logico: la Campania non ha dovuto fronteggiare, come è successo in Lombardia e seppur in misura inferiore nel Veneto e in parte di Emilia-Romagna, Marche e Piemonte, il pugno in faccia di centinaia e centinaia di casi che si sono presentati da un giorno all’altro, portando repentinamente il numero di contagiati da 0 a 4/500 e poi oltre i mille. Ecco perché la responsabilità dei Bonaccini, dei Fontana, dei Cirio (Zaia non lo nominiamo proprio perché uno che fa 70 mila tamponi dimostra di aver capito tutto in mezzo a chi non ha capito nulla) non è paragonabile a quella di De Luca. E né De Luca può essere assimilato agli altri governatori del Meridione, perché al di là delle isole che hanno comunque goduto di uno sbarramento geografico, le consorelle del Sud non hanno certo il peso demografico della Campania. Qui, più che altrove, occorreva immediatamente focalizzare la situazione. E non si può dire che, mancando l’esperienza, non esisteva una casistica a cui ispirarsi.

Se la Lombardia, infatti, per il numero straripante di casi di positività, non poteva rappresentare un modello, lo rappresentava sicuramente il Veneto, dove il numero dei positivi era rilevante ma non enorme e a fronte di ciò, quel governatore e quell’unità di crisi dimostravano di aver focalizzato benissimo la prospettiva nel momento in cui si rendevano conto che la progressione dei tamponi non erano una variabile dipendente rispetto ai positivi, ma un dato a prescindere, una variabile indipendente che diventava dipendente solo in relazione all’aspetto demografico. Il numero dei tamponi, dunque, era funzionale al numero di abitanti.

Tutto ciò, lo scienziato dei lanciafiamme, delle fucilazioni e delle pulcinellate non l’ha capito. Ma non perché gli manchi l’intelligenza, tutt’altro. Ma quanto tempo De Luca ha dedicato nelle prime due settimane e mezzo dell’emergenza alla riflessione strategica, al ragionamento logico, alla valutazione delle esperienze e delle strategie dei suoi colleghi? Zero. Ha trascorso il tempo a fare interviste, ovviamente a microfono steso, cioè senza che gli fosse rivolta nessuna domanda giornalisticamente dignitosa, ha confezionato monologhi e ha trasformato il coronavirus, che non era certo un fatto ordinario e solito, nella rituale esposizione del proprio ego, manco stessimo parlando delle luminarie di Salerno o del problema dei parcheggiatori abusivi.

Sì, lo sosteniamo e lo ripetiamo, se il governatore De Luca avesse letto immediatamente la prospettiva, molti morti si sarebbero potuti evitare. E su questo non possiamo non dare ragione alle valutazioni dure espresse nei giorni scorsi dal Movimento 5 Stelle nella sua versione campana (LEGGI QUI).

Potete esserne certi: tra 3 o 4 mesi, quando l’emergenza non sarà finita ma sarà superata la sua parte più acuta, ascolterete altre narrazioni, altre favolette, paragonabili per pressapochismo e/o cultura della menzogna a quella degli ospedali dismessi non agibili se non con lavori edili di 6 o 7 mesi (CLICCA QUI PER LEGGERE L’ARTICOLO DI IERI). Noi lo sappiamo che questo accadrà, ma il nostro senso, la ragion d’essere dei nostri due giornali ha smesso da un pezzo di sognare un cambiamento, reso impossibile da fattori storici che hanno condotto al declino implacabile della qualità culturale della Campania e del Sud. Ma se non speriamo più, ci piace (anche alla luce dell’enorme numero di lettori che abbiamo) esprimere il nostro senso delle cose. Perché, quantomeno, rendiamo le loro giornate, le giornate di molta parte dei politici campani, complicate e non serene. Almeno questo rappresenta una piccola soddisfazione, come quella, con rispetto parlando, la faccia nostra sotto i piedi suoi, che un incazzatissimo Dante Alighieri in esilio si prese quando “schiaffò” nell’Inferno tanti soggetti che gli stavano sulle scatole e gli avevano fatto del male, ma soprattutto avevano fatto male ai valori in cui credeva.