L’EDITORIALE. Ecco perché la festa dei carabinieri meriterebbe il numero rosso nel calendario. Dipendesse solo da loro, Caserta e provincia non sarebbero popolate da tutti i papponi che la infestano

5 Giugno 2022 - 19:18

GUARDA IL VIDEO CELEBRATIVO. Domani mattina torna la cerimonia nel piazzale interno alla caserma del comando provinciale di via Laviano

di Gianluigi Guarino

Tramontava il neo imperialismo napoleonico, imbellettato dalle idee di riforma sortite dalla Rivoluzione francese, si restaurava l’Ancien Regime. Lontano da quel circo che fu il Congresso di Vienna, a cui parteciparono migliaia e migliaia di persone, politici, diplomatici, ma anche nani, ballerine e anche tante donnine allegre, tutti impacchettati nelle variopinte delegazioni di Stati e staterelli, si celebrava, il 13 luglio 1814, a Torino, un avvenimento, apparentemente insignificante rispetto all’appuntamento che quel congresso aveva chiesto alla storia e ottenuto dalla storia, le cui conseguenze, però, alla lunga, sarebbero diventate parimenti importanti, ma, decisamente, più nobili e che, comunque, sono andate ben al di là di ogni più rosea previsione vaticinata da Vittorio Emanuele I, che però, al Corpo dei carabinieri reali, trasmise il suo carattere volitivo, che, all’allora re di Sardegna e Principe di Piemonte, valsero l’appellativo di Tenacissimi.

Da

quella fondazione che il re Tenacissimo realizzò ispirandosi al modello della Gendarmeria francese è, infatti, venuta fuori una storia inimitabile, che anche oggi, a 208 anni di distanza da quella fondazione, non cessa di essere propulsiva e in costante progressione, non paga del tanto, tantissimo onore guadagnato in questi due secoli e del riconoscimento, anche un po’ tardivo, di quarta Arma delle Forze Armate della Nazione.

A quelli, che, come noi, ritengono di avere solide ragioni per lamentarsi delle attitudini della maggior parte dei nostri connazionali, torna buono rivolgere ogni tanto un pensiero ai carabinieri.

Non solo a quello che fanno, ma anche e soprattutto, a come loro sono, al carattere che hanno, allo stilema della loro peculiare rigidità, a quello spirito di corpo non scalfito dall’incedere del tempo, di ogni tempo con cui l’Arma ha saputo sempre convivere, in un confronto da cui i suo valori, che a qualche fustino di detersivo pieno di un modernismo, ma vuoto, ma proprio vuoto a perdere in fatto di qualità del prodotto, stampano sulla bocca il sorriso dell’idiozia alimentata ogni giorno da un’ignoranza coltivata con orgoglio demenziale, sono usciti sempre, immancabilmente vincitori.

Un albo d’oro rimasto invitto per un motivo evidente al cospetto di chi ha occhi per vedere e cervello per elaborare quello che vede: un valore, un principio non vive o muore perché attraversato dalla fisiologia dissolutoria del tempo, ma perché, semplicemente, la loro attestazione riesce a scavare la minaccia di un suo esercizio rituale, da rinnovare, con stanca inerzia, magari perché quello di carabiniere, bene o male, è sempre un posto fisso.

Se i carabinieri oggi sono più forti di sempre è proprio perché, al contrario, non si sono mai posti il problema di essere demodé, di dover diventare moderni nell’apparenza. I carabinieri hanno saputo, sempre e con grande intelligenza ben distinguere la modernità, con la quale si sono costantemente, generosamente confrontati e da cui si sono fatti alimentare nelle loro attività operative, dal modernismo, che, come ben sanno quelli in grado di ragionare intorno al tema millenario del pensiero forte “versus” pensiero debole, sanno ben individuare come semplice e normale sequenza di mode, transitorie per definizione.

È un fatto di educazione e dunque di formazione: se uno vive riuscendo a guardare al di là del proprio naso, ci mette dieci secondi orologio per capire che i valori di ispirazione di quella divisa restano e si rafforzano addirittura, perché la formale variabile della loro durata dipende e dipenderà dal grado di convinzione, di autentica consapevolezza, né l’una e nell’altra semplicemente e sterilmente assertive e retoriche (perché questi qua di solito razzolano bene senza aver bisogno di predicare) grazie alle quali il più importante e autorevole dei generali e il carabiniere semplice, che si muove ed opera, in un presidio materiale e morale di prossimità, nel paesino più remoto, trovano, perché, ripeto, li trovano realmente, credetemi, e non retoricamente, qualcosa che li perequa, che li rende perfettamente uguali, che, dunque, li rende squadra, in una composizione di intenti, tanto semplice e lineare quanto efficace ed efficiente.

Ecco perché, di fronte a certi sperpetui italiani, alla banalissima rappresentazione di un Paese in cui finanche il relativismo, cioè il declino dei valori, dei principi, che dovrebbe essere un processo storico e logico bastante a se stesso, non è mai un roba seria, riflettuta, ma si manifesta con modalità , spesso impercettibili, si diceva ecco perché il contatto col pensiero debole italiano può trovare ristoro dedicando un pensiero ai carabinieri, come tutti possono ben fare oggi, in occasione della Festa dell’Arm. Un pensiero che diventa una sorta di bene rifugio, rassicurante e consolatorio. Parafrasando la famosa canzone di Gaber, pensare ai carabinieri, alla semplicità., alla linearità dei loro punti di riferimento ideali, significa, secondo me, declinare, in questo caso non come parafrasi, na come pura citazione, il significato della prima parte del verso di questo magnifici pezzo. “Io non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo lo sono”.

Lunga vita all’Arma.

Per fortuna ci sono grandi e umili allo stesso tempo, autentici vaccino contro il virus dell’egoismo, profumati delle fragranze liberare da un forno alimentato da legno pregiato e stagionato autentico gradiente di fratellanza con quelle meravigliose barzellette, spesso ideate da loro stessi. Dipendesse solo da carabinieri, Tenacissimi oggi come lo erano 208 anni fa, avremmo un’Italia migliore, un Sud migliore, ma, soprattutto, una provincia di Caserta sgomberata e liberata dalla gran parte dei papponi che la popolano.