L’EDITORIALE REGGIA. Ve lo diamo noi il Felicori vero: crolli, furbetti del cartellino, furti in Terrae Motus. Ecco tutto il lercio che si nasconde dietro il paravento della propaganda e delle piaggerie

Caserta – (Pasman) Altri più autorevolmente e meglio di noi hanno detto in queste ore di Mauro Felicori nel momento in cui si accinge a lasciare l’incarico di direttore della Reggia per andare in pensione. Proprio ieri, sul Corriere del Mezzogiorno, Vincenzo Trione (CLICCA QUI PER LEGGERLO), il più che noto preside della Facoltà di Arti presso l’università milanese IULM e pubblicista del quotidiano di via Solferino sui temi dei beni culturali, ha pubblicato un suo commento crudo ma veridico – che invitiamo caldamente a leggere: per noi, una requisitoria che sottoscriviamo appieno – sull’attività del manager bolognese alla guida del museo vanvitelliano.

Ma, poiché da anni il nostro giornale segue le vicende di Palazzo Reale, per il quale vorremmo quel meglio che può venire solo dalla critica motivata, documentata, mai animosa e personale quale quella che noi esercitiamo, pensiamo di poter a buon diritto esprimere la nostra opinione in questa particolare occasione.

Bene. Siamo certi che Mauro Felicori a Caserta si sia trovato benissimo e che ne serberà un ricordo eccellente, non foss’altro per il fatto che vi ha potuto fare ciò che ha voluto. Forte del salvacondotto politico datogli dall’allora ministro Dario Franceschini e soppesando immediatamente il coté di personaggi che gli si stringevano attorno, in buona parte adulatori ed opportunisti, ha potuto agire indisturbato.

E così è passato indenne da più di una bufera, che per altri avrebbero significato la rimozione immediata. Dall’ultimo furto dalla mostra Terrae Motus al matrimonio Ammaturo ( la scena dell’operaio che in piedi si issa in groppa al maestoso leone di marmo dello scalone di parata per appendere un parato resterà negli annali), dallo scempio fatto subire al parco la scorsa estate per la mancata irrigazione al campo libero concesso ad abusivi di ogni sorta, dall’anarchia fatta regnare nel parco, dove i visitatori hanno potuto variamente bivaccare, arrampicarsi su statue e gruppi marmorei, fare il bagno nelle vasche o prendere il sole in costume e persino permessa negli appartamenti reali (gli episodi delle feci trovate nella sala del trono e dei bagagli trolley introdotti liberamente dai turisti e trascinati sui delicati pavimenti sono noti a tutti). Per non parlare delle vicende legate al crollo avvenuto nella sala delle Dame, duramente sottolineato e certificato in una relazione di rara severità, stesa dagli ispettori del Mibac (CLICCA QUI PER LEGGERE L’ARTICOLO) o dei provvedimenti giudiziari intervenuti a carico di un nutrito gruppo di dipendenti del museo per episodi di assenteismo risalenti ai mesi di settembre, ottobre e novembre 2016, dunque sotto la sua piena direzione e fortunatamente gestiti disciplinarmente in sede ministeriale con la decisione del licenziamento degli incolpati.

Immancabilmente, dopo questi fatti, Felicori ha annunciato l’avvio di rigorose inchieste interne, di cui poi più nulla si è saputo, non prima, tuttavia, di aver allontanato da se ogni minimo profilo di responsabilità per l’accaduto, imputandolo all’ufficio o al funzionario di volta in volta implicato, quasi entità diverse e distanti da sé. Anche se autorevoli sindacalisti, qual è Antonio Donia della Uil non hanno fatto mancare il loro commento, tra l’ironico e lo stupito sul fatto che quelle illegalità, oggi oggetto di un’inchiesta della magistratura e che hanno prodotto il licenziamento in tronco da parte del Mibac, sono risultate letteralmente invisibili agli occhi di Felicori e del suo gruppo di lavoro. Insomma, l’ex dirigente del cimitero di Bologna è rimasto impassibile, rispetto alla propria e tipica responsabilità dirigenziale quale direttore del museo, in forza della quale, come avviene in ogni altro comparto della pubblica amministrazione, la figura del dirigente a capo di ogni ufficio risponde direttamente dell’efficienza e dell’andamento di esso.

In realtà, se si guarda dietro al paravento della propaganda e delle piaggerie, è facile vedere che nessuno dei problemi che affliggevano il monumento vanvitelliano all’atto del suo arrivo è stato risolto. Sotto il profilo logistico e della gestione amministrativa gli uffici hanno continuano ad arrancare e la loro azione permane carente, affetta da lungaggini e ritardi. Sulla questioni della sicurezza, parlano per noi i fatti, che sono sotto gli occhi di tutti. Le relazioni sindacali, certamente onerose ma dovute e poi strategiche per ogni azione manageriale, sono da tempo deteriorate. Ma il disastro maggiore è stato quello del museo come istituzione culturale.

Con un comitato scientifico ridotto all’irrilevanza, si è finito con il confondere la cultura con lo svago, con il solo obiettivo di portare alla Reggia il maggior numero di persone possibile per ragioni di cassetta, in quanto tale insensato dato è stato assunto a metro di valutazione dell’ affermazione di essa. Si è dato spazio ed ospitalità a chiunque abbia voluto, per velleità o vanità, ed il palazzo Reale è stato ridotta al rango di quinta monumentale, di “splendida location”. Hanno così imperversato compagnie teatrali da dopolavoro, recite scolastiche, ricostruzioni e balli storici farseschi e cene, sempre annunciate come rigorosamente di …gala… .

In realtà, quello che è riuscito a Felicori è stato di raddoppiare i visitatori in questi anni, dopo che erano arrivati al minimo storico, a seguito di una gestione dissennata tollerata dalle autorità ministeriali da parte della ex direttrice Paola Raffaella David. Ma non ci stanchiamo mai di ribadire che il capolavoro borbonico ha una sua propria attrattività, che negli anni novanta, in epoca di comunicazione digitale non evoluta come la presente, vi richiamò bel oltre il milione di turisti.

Per il resto un affastellamento di mostre ed iniziative artistiche profit, inconferenti o di basso profilo, assolutamente inconcludenti. Per i grandi eventi, poi, tutto avviene e si decide altrove e la Reggia si presta a fare da cornice di lusso. Eventi il cui carattere elitario, per i costi dei biglietti, per la gestione verticistica degli accessi di cortesia e per il carattere mondano non ci stancheremo mai dei denunciare, quanto all’opposto di quella democratizzazione della cultura che noi propugniamo.

Nonostante i suoi meriti tutti virtuali, a Caserta Felicori ha goduto più che di buona stampa, di una stampa accondiscendente, tranne qualche rare eccezione oltre alla nostra, a cui dobbiamo rendere l’onore delle armi citando i giornalisti Francesca Nardi, Michela Formisano, Leonardo Crocetta, che hanno esercitato senza tentennamenti la loro critica.

Paradossalmente, la nota di commiato al funzionario bolognese del primo giornale cittadino, di cui si è ricordata la sua passione per il mangiar bene e il bere bene, è sembrato più un necrologio culturale, non essendosi potuto ricordare niente di notevole a lui riconducibile sotto questo ultimo riguardo.

L’unico fronte artistico che avrebbe richiesto l’impegno più assiduo e convinto, quello della valorizzazione della mostra Terrae Motus, è rimasto negletto e gravemente sottovalutato, con tutto quello che è accaduto in queste settimane in termini di polemiche e di disdoro per Caserta.

Chiudiamo proponendo il post sull’uscente direttore Felicori pubblicato dal conosciutissimo ed insigne storico dell’arte Tomaso Montanari, che ci fa dire di sentirci in buona compagnia.

Ed un’ultima foto di quello ancora oggi si combina da quelle parti: il furgone dell’emittente Automat radio, che oggi ha realizzato una trasmissione dal parco reale, che a momenti entra nella fontana di Diana ed Atteone.

 

La ragazza con la maglietta numero 10 è la figlia di Mauro Felicori