Marcello De Rosa ci fa scompisciare dalla risate. Si inventa di essere stato prosciolto, ma in realtà è stato salvato in corte d’appello dalla prescrizione
2 Aprile 2026 - 13:54
Era stato condannato in primo grado a tre anni per falso. L’altra sera ha modificato il codice di procedura penale. Noi ci siamo fatti quattro risate, ma abbiamo voluto aspettare il riscontro ufficiale
CASAPESENNA – Un po’ di procedura penale, un bel po’, l’abbiamo studiata da autodidatti negli anni di Casertace. Non potevamo fare altrimenti per dare spessore al racconto della cronaca giudiziaria, che deve essere di prim’ordine al pari di tutti i prodotti giornalistici che questa testata eroga ogni giorno ai suoi lettori.
Conseguentemente, quando l’altroieri abbiamo letto un post del consigliere provinciale, sindaco di fatto — perché il sindaco è lui, non certo la persona che indossa pro forma la fascia — in cui veniva annunciato “un proscioglimento in Corte d’Appello”, abbiamo capito immediatamente l’antifona.
Non esiste, infatti, nel Codice di Procedura Penale, l’istituto del proscioglimento operato dagli organi deliberanti dell’Appello, tribunale della corte di secondo grado.
Lì ci vai per effetto di un ricorso presentato per impugnare una sentenza di primo grado che ti ha condannato o per fronteggiare un ricorso della Procura della Repubblica che non ha ritenuto equo il verdetto di primo grado di assoluzione o l’irrogazione di una pena non soddisfacente. I giudici di secondo grado, che sono poi al vertice del distretto giudiziario di appartenenza, ti possono condannare o assolvere, non certo proscioglire.
Ma De Rosa non voleva far conoscere la verità e ha puntato sull’ignoranza delle persone in materia giuridica.
Prosciogliere non significa, infatti, assolvere, ma si tratta di una parola che si collega al concetto di innocenza, di non colpevolezza. Quando abbiamo letto quel post ci siamo fatti una risata. Però abbiamo voluto attendere il riscontro ufficiale, che è arrivato stamattina attraverso il dispositivo del verdetto dei giudici di secondo grado sul processo frutto del ricorso degli avvocati difensori di De Rosa contro la condanna a 3 anni per il reato di falso in atto pubblico, riguardante l’antica storia delle pressioni che De Rosa operò nei confronti di un consigliere comunale di Casapesenna affinché si dimettesse. Pressioni che non servirono e, di conseguenza, resero necessario — ovviamente secondo la testa di Marcello De Rosa — l’apposizione di una firma falsa sotto l’atto di rinuncia alla carica di quel consigliere.
Fatti evidenti, riscontrati dall’esistenza di un documento ufficiale assolutamente falso.
I giudici del Tribunale di Aversa – Napoli Nord non ebbero dubbi. La legge Severino non scattò con la sospensione di Marcello De Rosa dalle cariche ricoperte in quanto, per motivi misteriosi, il reato di falso commesso da pubblico ufficiale in un atto amministrativo non rientra tra quelli per i quali la sospensione dalle cariche pubbliche ricoperte scatta già in caso di condanna di primo grado.
Se la Corte d’Appello avesse confermato quel verdetto o l’avesse anche ridotto fino a un limite di due anni, la sospensione per De Rosa sarebbe scattata, sempre ai sensi della legge Severino. Ma siccome la giustizia italiana ha tanti problemi — tra cui l’enorme lunghezza dei processi — è capitato che il reato contestato a De Rosa sia andato in prescrizione.
Ed ecco la terza cosa che può decidere un tribunale, una Corte d’Appello o anche la Cassazione: altro che proscioglimento.
Quello incassato dal sindaco di fatto di Casapesenna è un “non luogo a procedere per intervenuta prescrizione”. Per cui De Rosa non ha raccontato la verità. Ma figuriamoci: se ci mettessimo a contestargli questa cosa di fronte a tutto quello che è il contenuto delle sue esperienze politiche, staremmo a spaccare, come si suol dire, il capello.
