MARCIANISE. Velardi e Fecondo si scornano. Il sindaco le spara grosse su Don Rodrigo, i bravi e la Storia con la S maiuscola

18 Maggio 2019 - 17:06

MARCIANISE(Gianluigi Guarino) Ieri, il sindaco Antonello Velardi ha scritto che a Marcianise ci sarebbe un Don Rodrigo che, attraverso i suoi bravi…deficienti (l’aggettivo lo aggiungiamo noi, dato che il sindaco li definisce inconsapevoli) non consentirebbe un’affermazione del New Deal e dell’Illuminismo illuminato da cotanta testa.

Però, così conclude il suo post, un Bene (aggiungiamo ancora noi, un poco deprezzato, visto che sarebbe incarnato proprio da lui) trionferà sul Male, cioè su Don Rodrigo e i bravi deficienti, che poi, come si dice a Napoli, “a finale” sarebbero Filippo Fecondo e qualche suo diretto sostenitore politico, cioè coloro i quali determinarono la vittoria elettorale di Velardi che, dunque, al tempo, considerava Don Rodrigo uno statista-filantropo.

Poi, la perla: “Vincerà la Storia, quella con la S maiuscola.”

Cosa daremmo per fermarci qui, chiudendo questo articolo con un cazzeggio leggero e ringraziando Velardi di averci offerto un’altra visione, un’altra identità dell’estensione letterale della parola “Esse”, a noi che conoscevamo solo i supermercati della Esselunga.

E invece, ci tocca la fatica vana, ma ugualmente doverosa, per riconfermare il rispetto di una istituzione, quella di sindaco, letteralmente spernacchiata ogni giorno dalle uscite del nostro.

Per cui, andiamo avanti: secondo Velardi, Manzoni chiude I Promessi Sposi utilizzando il lieto fine di Renzo e Lucia come metafora di un tempo galantuomo, di una storia che propenderebbe sempre per la causa dei buoni e non per quella dei cattivi.

Un fuoriclasse: Velardi afferma esattamente il contrario di quello che Manzoni vuole significare. Avrebbe avuto la possibilità di salvarsi in calcio d’angolo, adattandosi, saggiamente e furbamente, ad una battuta di Gregorio Corrado, regista ell’apprezzabile rivisitazione teatrale de I Promessi Sposi, messa in scena, per due sere, al Teatro Izzo di Caserta, da una compagnia marcianisana. La stessa Provvidenza, secondo le parole del regista, che tiene viva la passione di questi attori, rappresenta lo strumento, spiritualmente elevatissimo, ma storicisticamente inesistente, che mette le cose a posto, che distribuisce la felicità e il dolore, che fa prevalere il bene sul male.

Dunque, che cosa c’azzecca la storia con la S maiuscola? Il fatto che I Promessi Sposi siano un romanzo storico non significa certo che sia la storia con la S maiuscola o minuscola, la motrice dei destini.

Ma, purtroppo, questo passa il convento a Marcianise. Noi non ci permetteremmo mai di entrare nella concione culturale se di mezzo non ci fosse un sindaco, il sindaco della terza città della provincia di Caserta, che spericolatamente, velleitariamente, ritiene di poter parlare e scrivere di cultura senza possedere, come è del tutto evidente, nelle sue quotidiane esternazioni, un fondamento cognitivo solido.

La scelta di utilizzare il delicatissimo strumento culturale a scopi politicisti è sua e noi non possiamo che essere conseguenti.

 

STORIA, PROVVIDENZA E COLONNA INFAME: CHE CULO, FECONDO! – Non sappiamo se Filippo Fecondo, architetto non ignorante, di buona struttura culturale, sia o meno un appassionato studioso di Alessandro Manzoni. Non lo sappiamo e dunque non possiamo nemmeno dire se la sua sfilettata di replica a ciò che Velardi ha scritto dopo l’evento del Teatro Izzo, sia frutto di una sottile, profonda conoscenza dei fondamenti della critica manzoniana, o se, invece, ha semplicemente avuto una botta di culo più o meno…provvidenziale e ci ha indovinato.

Proprio, infatti, il riferimento alla “Colonna infame” è il rimbrotto più adatto al superficiale, quanto banalmente maccheronico accostamento velardiano.

La Colonna infame è proprio il simbolo, l’antidoto, questa volta tutto storico, che Manzoni utilizza per affermare l’altra sua anima culturale, frutto dell’aria che ha respirato attraverso i suoi autorevoli congiunti Cesare Beccaria e Pietro Verri. Manzoni ha il problema irrisolto del sincretismo tra la sua anima cristiana, cattolico-praticante, per i critici anche bigotta, che lo porta a tacere nel suo saggio sulla Colonna infame sulle torture ordinate dal cardinale Carlo Borromeo, con la liberalità, con l’affermazione della religione dei diritti civili che rappresenta il marchio di fabbrica dell’Illuminismo.

E allora, la Colonna infame, cioè il racconto, pesantemente critico che trasla il romanzo in un saggio politico, si configura come l’attestazione di quel dubbio da cui Manzoni è percorso, che la Provvidenza non sempre determina la giustizia, non sempre mette le cose a posto, così come aveva fatto, invece, con i personaggi immaginari, romanzeschi di Renzo e Lucia. 

Il processo osceno a cui vengono sottoposti fino alla condanna a morte degli innocentissimi Guglielmo Piazza e Giangiacomo Mora, il barbiere a cui, dopo l’esecuzione, viene rasa al suolo la casa dalle cui macerie viene affiorare quella Colonna infame demolita poi in un tempo successivo, in una sorta di riabilitazione postuma di due persone non colpevoli, accusati, ingiustamente, di essere untori, cioè propagatori della peste che falcidiò Milano e non solo, nel XVII secolo, produce una naturale riflessione non implicita, ma che Manzoni esplicita dicendo che l’ignoranza al massimo deve produrre degli inconvenienti, ma mai una iniquità, frutto dell’auto-referenzialità cieca di una istituzione, in questo caso la magistratura, che non si determina, che non si risolve in sè.

Ciò Manzoni lo scrive nell’introduzione della sua storia della Colonna infame, considerando la corretta esplicazione dell’istituzione come fondamentale fattore di giustizia.

Dunque, la Storia, quella con la S maiuscola, col piffero che mette le cose a posto, visto che il più delle volte, la storia è erogatrice di iniquità, di ingiustizia, di prevaricazione e di violenza. Esattamente il contrario di quello che Velardi scrive, così come potete constatare nel testo del suo post che pubblichiamo integralmente in calce a questo articolo, accompagnato da quello di replica, confezionato da Filippo Fecondo.

Se il romanzo dei Promessi Sposi fosse stato regolato dalla storia, mica è detto che Renzo e Lucia avrebbero potuto godere di quelle coincidenze che il cattolico Manzoni associa all’intervento della divina Provvidenza. Avremmo avuto quantomeno un finale aperto e magari Lucia Mondella, crescendo e mettendo in un equilibrio più razionale la sua struttura genetica di timoratissima di Dio, facendo, insomma, un ragionamento più pratico, avrebbe potuto infinocchiare il Don Rodrigo, aspettando magari, complice la differenza d’età, che questi tirasse le cuoia, per godersi poi le sue rendite e le sue ricchezze, non disdegnando, a tempo perso, qualche furtivo incontro con il beneamato Renzo.

Se Velardi avesse parlato di Provvidenza, quale motore di un epilogo di giustizia della trama politica di Marcianise, uniformandosi concettualmente, in senso lato a quello che il buon Gregorio Corrado aveva detto nel suo discorso a fine rappresentazione, allora avremmo potuto contestare la figura retorica, la similitudine, ma non il riferimento letterario.

Ma siccome ha parlato della Storia con la S maiuscola e Fecondo, per fortuna (dato che ha scelto la citazione per utilizzare, secondo noi, l’aggettivo “infame” in maniera poco subliminale), o per conoscenza culturale, ha citato la Colonna infame, allora l’architetto finisce per fare un figurone, consegnando al suo antico sodale, oggi maggior nemico, la patente di autentico peracottaro della cultura.

 

QUI SOTTO IL POST DI ANTONELLO VELARDI E LA REPLICA DI FILIPPO FECONDO

Sono stato ieri sera al Teatro Izzo a Caserta allo spettacolo “I Promessi Sposi”, una commedia musicale messa in scena dalla compagnia teatrale “Leopoldo Mugnone” di Marcianise. E’ stata una bellissima serata: si replica stasera alle 20.45, vi invito ad andare. Ne scrivo qui per fare i complimenti più vivi agli attori e all’intera compagnia: autentici professionisti. Non cito ognuno di loro, perché avrei difficoltà di spazio; ricordo, uno per tutti, il regista, Gregorio Corrado, ma è come se li citassi tutti, dall’attore principale al tecnico del suono. E ricordo qui ciò che ha detto Gregorio dal palco, al termine dello spettacolo: “Ci muove la passione, soltanto la passione. E siamo persone che crediamo nella divina provvidenza”.

Mi ha colpito questa frase, un pensiero non ostentato ma semplicemente condiviso. Sì, chi fa teatro è mosso solo dalla passione e non ha alcun interesse ulteriore: anzi, ci rimette dal punto di vista economico. Per la verità, in tutti i campi dell’arte e non solo. Essere mossi dalle passioni è – l’ho sempre pensato e lo ripeto – la più grande ricchezza di un uomo. La serata di ieri mi ha consegnato una realtà che ben conosco ma che mi è apparsa ancor più nitida: una serata non solo di divertimento, ma anche di tanta umanità.

Due ulteriori riflessioni ho fatto tra me e me mentre lo spettacolo si snodava. La prima: è imperdonabile la mancanza di un teatro comunale a Marcianise che consenta alle compagnie di esibirsi e ai giovani di cimentarsi. Ancor più imperdonabile perché la tradizione teatrale in città è sempre stata molto forte e ultimamente lo è ancor di più, con risultati eccellenti. L’insipienza di chi ha determinato ritardi e omissioni nella realizzazione del Mugnone grida vendetta davanti a Dio.

La seconda riflessione attiene al tema. I Promessi Sposi sono un classico della letteratura italiana, chiunque si è seduto su un banco di una qualsiasi scuola conosce la trama ed è consapevole del messaggio che arriva dal capolavoro di Alessandro Manzoni. Un messaggio universale che non ha limiti né temporali né spaziali. Assistendo alla rivisitazione (intelligente) di un matrimonio da non farsi, rivedendo don Rodrigo e i suoi “bravi” in azione, ascoltando l’Innominato, ho pensato subito a ciò che è accaduto nel passato e accade tutt’oggi a Marcianise, sulla scena politica. C’è sempre un don Rodrigo che vuole bloccare i processi e si muove nell’ombra, utilizzando e strumentalizzando i suoi (spesso inconsapevoli) “bravi”. Passano gli anni, cambiano gli scenari, non muta nulla. Resta fortunatamente il messaggio della grande opera di Manzoni: alla fine don Rodrigo viene sconfitto dagli uomini e dalla storia, quella con la esse maiuscola. Occorre tempo, occorre pazienza, ma il bene trionfa sempre sul male.
#orgogliomarcianise