ODISSEA DI UNA PAZIENTE ALL’ASL DI MADDALONI (ovvero: quando il diabete diventa il problema meno grave)
11 Febbraio 2026 - 16:37
La testimonianza di Antonietta Sasso, cittadina maddalonese che per tanti anni ha anche collaborato con testate giornalistiche locali, che racconta in prima persona la sua vicenda surreale (ma purtroppo fin troppo reale). Sarebbe utile, e noi lo auspichiamo, che i responsabili del Distretto maddalonese replicassero, intervenissero, eventualmente smentissero. Siamo a loro disposizione, chiaramente per quella che sarebbe comunque un’interazione dialettica
MADDALONI – Quando scopri di avere il diabete pensi: “Ok. È una malattia seria. Dovrò imparare a gestirla.” Illusa. Perché capisci presto che la vera patologia cronica è la burocrazia sanitaria.
Il laboratorio mi chiama dopo analisi di routine: valori allarmanti. Esco dal lavoro e corro dal mio medico di base — l’unico supereroe in questa storia, senza mantello ma con competenza. Mi assegnano il primo diabetologo: urgenza massima. Mi guarda e decreta: diabete “di tipo alimentare”. Aggiunge pure: “Finalmente dimagrirà.” Empatia: livello zero. Mi stampa una dieta generica, neanche fosse un copia-incolla frettoloso, due pilloline e via. Sipario.
Dopo qualche settimana sto male. Molto male. Corro in ospedale: flebo di insulina, ricovero finché la glicemia non rientra nei ranghi. Contattare il diabetologo? Tre mesi di attesa. Perché evidentemente il pancreas può mettersi in pausa. Torno all’ASL e scopro che, prima della cura, servivano esami che nessuno aveva richiesto: prelievi, visita cardiologica, ecodoppler.
Vado dal secondo diabetologo. Scopriamo che, con la mia pressione bassa, una delle pillole poteva farmi collassare. Dettagli. Iniziamo una seconda terapia, sempre convinti che la colpa sia dell’alimentazione. Io, nel frattempo, cammino, mi alleno, faccio la brava paziente modello. Poi arrivano le montagne russe glicemiche: iper, ipo, vertigini, stanchezza da bradipo in una società che pretende sprint.
Allo sportello dell’ASL chiedo un appuntamento. Risposta: “Signò, che dobbiamo fare! Deve aspettare che la chiamiamo.” Io non ho tempo di crollare psicologicamente. Ma forse loro sì.
Finalmente mi prescrivono il sensore glicemico per evitare l’insulina. Inizia la missione: trovare l’ufficio giusto. Un’ora di esplorazione tra corridoi e porte chiuse. La signora protocolla il piano terapeutico: “Entro dieci giorni la chiamiamo.” Ne passano dodici. Torno. “Il suo ordine non c’è!” Scendo al piano di sotto: l’ordine è stato fatto dodici giorni prima. Risalgo. Le colleghe sono in maternità. Lei “tiene da fare”. Io pure. Ma il mio pancreas non ha ferie.
Dopo uno sclero educato — diciamo semi-educato — un camice bianco entra nella stanza magica ed esce con i miei sensori. Miracolo.
Finisce la “luna di miele”. Benvenuta insulina. Entro in una community di diabetici per capire come si calcolano i carboidrati, come si fa un bolo, come si sopravvive senza andare in ipo o iper. La diabetologa numero tre, però, ha un metodo scientifico alternativo: “Proviamo.” Proviamo 2 unità, proviamo 4, proviamo a cena, proviamo a colazione. Io, nel frattempo, provo a non svenire. Crampi, formicolii, vertigini.
La cardiologa, molto fashion, mi comunica che sono “a un passo dall’infarto”. Io continuo a correre 10 chilometri, tre volte a settimana. Il cuore regge. Regge anche a un lutto improvviso. Ma nessuno si accorge di un’infezione renale. Nessuno, tranne il mio medico di base. Ad agosto: febbre e letto.
A settembre incontro finalmente un medico che fa una cosa rivoluzionaria: mi prescrive il test degli anticorpi. Risultato: diabete di tipo 1 autoimmune. Non era “questione alimentare”. Era una questione autoimmune. Piccolo dettaglio.
Accetto il microinfusore, un piccolo dispositivo attaccato alla pelle, tecnologia avanzata. Ora serve solo l’autorizzazione dell’ASL. Ritorno al primo piano: porta chiusa. “Signò, la signora è in malattia. Non possiamo ammalarci pure noi!” Rispondo: “Veramente anche io sono malata.” Mi voltano le spalle. Scena da fiction.
Scendo al piano terra. L’unico che lavora davvero prende il piano terapeutico e promette di occuparsene. Dieci giorni dopo, l’azienda mi comunica che l’ordine non esiste. Sportello chiuso, aperto solo il lunedì. Informazioni: zero. La signora “tiene da fare”. Io pure.
Solo che io, oltre a tenere da fare, ho anche il diabete.
E alla fine la vera terapia non è stata l’insulina. È stata la pazienza. Che, purtroppo, non è rimborsabile dal Servizio Sanitario.
