REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA. Dal convegno organizzato da Carlo Sarro: “L’unione in un solo ordine di pm e giudice fu decisa da una legge fascistissima di Benito Mussolini, mai modificata dal 1941”.
28 Febbraio 2026 - 18:24
In tanti ieri sera al teatro Garibaldi di Santa Maria Capua Vetere. Presente in videoconferenza anche Stefano Ceccanti, storico esponente del Pd e della sinistra, ma schierato per il sì
COMUNICATO STAMPA
SANTA MARIA CAPUA VETERE – Folta partecipazione all’evento promosso dal “Comitato per il SI-Terra di Lavoro”, presieduto dall’Avv. Carlo Sarro, svoltosi ieri nel Salone degli Specchi del Teatro Garibaldi di Santa Maria Capua Vetere.
Presenti, come da locandina, l’Avv. Claudio Sgambato, il Prof. Antonio Pagliano, il Prof. Stefano Ceccanti (collegato in video conferenza da Firenze) e gli On.li Roberto Giachetti e Giorgio Mulè.
Dopo il saluto istituzionale del Sindaco, Avv. Antonio Mirra e del Presidente della Camera Penale, Avv. Alberto Martucci, i relatori hanno sottolineato come il confronto referendario vada tenuto al riparo dalla polemica politica tra maggioranza ed opposizione, per discutere esclusivamente dei contenuti della riforma; non a caso all’iniziativa hanno aderito personalità che, pur appartenendo a mondi culturali e politici diversi tra loro, condividono il merito della riforma e dei principi che la ispirano, dando vita, nell’illustrare le ragioni del SI, ad un dibattito interessante e distante da
speculazioni propagandistiche.
Si è finalmente compreso che la decisione di separare le carriere della Magistratura giudicante da quella requirente, trae origine dalla Costituzione e precisamente dalla VII Disposizione transitoria e finale che imponeva, sin dal 1948, la modifica dell’ordinamento giudiziario che andava adeguato ai nuovi principi dello Stato repubblicano;
si è perciò ricordato che, ancora oggi, vige il Regio Decreto n. 13 del 1941, voluto da Mussolini, contenente l’unificazione tra Giudici e Pubblici Ministeri in un unico ordine, in coerenza con la visione totalitaria dello Stato fascista.
Ed è proprio per dare concreta attuazione allo spirito della Costituzione, che alla fine degli anni ’80 l’allora Ministro della Giustizia, Giuliano Vassalli (giurista insigne, partigiano e medaglia d’argento della Resistenza), lavorò alla modifica varando il nuovo ordinamento del processo penale (al tempo era ancora vigente il codice di procedura fascista), passando dal sistema inquisitorio – nel quale Pubblico Ministero e Giudice hanno la corresponsabilità nella ricerca delle prove – a quello accusatorio in cui il Giudice è assolutamente terzo rispetto alle parti, in una posizione di totale autonomia. Varato il nuovo codice di procedura penale, in senso fortemente garantista, occorreva completare il percorso normativo introducendo la separazione delle carriere tra Giudici e Pubblici Ministeri che dovevano logicamente avere ordinamenti distinti: questo risultato, tuttavia, non è stato finora impedito dalla granitica opposizione della magistratura associata che ha sempre difeso, con spirito corporativo, l’assetto attuale.
Ed è sempre per la stessa ragione, che la riforma sottoposta oggi a Referendum, prevede due consigli superiori della magistratura (uno per i giudici e l’altro per i P.M.) nei quali la componente dei magistrati conserva la maggioranza assoluta ed il Presidente della Repubblica ne mantiene la presidenza, smentendo quanto affermano i sostenitori del NO, ossia che con la riforma verrebbe intaccata l’autonomia dei Magistrati e limitate le funzioni del Capo dello Stato.
Infine non potendosi confondere, in un ordinamento democratico, l’autonomia con l’irresponsabilità, la riforma prevede l’istituzione di una Alta Corte disciplinare, chiamata a valutare la responsabilità dei magistrati autori di illeciti disciplinari, così come accade per tutte le categorie professionali (medici, ingegneri, avvocati, notai, etc.). La riforma serve all’Italia per uscire da un clima trentennale segnato da polemiche e contrapposizioni tra poteri dello Stato, per ripristinare un corretto equilibrio tra le istituzioni e, soprattutto, per assicurare ai cittadini che entrano in un aula di giustizia sapere di avere di fronte un Giudice veramente terzo, equidistante cioè dalle parti in causa, capace di giudicare in autonomia ed in esclusiva libertà di coscienza. Alla fine dell’incontro, da tutti i relatori l’appello al voto ed alla mobilitazione per favorire la più alta partecipazione dei cittadini al Referendum e la vittoria del SI.
