SEQUESTRO AI FONTANA. Un “refuso” da 300 MILA EURO in bilancio, soldi e capannoni di famiglia. E le accuse anonime dei dipendenti su stipendi e tredicesime
2 Marzo 2026 - 18:47
Molto forti, ad un certo punto, le parole del giudice a Giovanni Fontana: “Vi state rovinando da soli”
SANTA MARIA CAPUA VETERE – Si è tenuta dinanzi alla IV Sezione Penale del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere l’udienza del procedimento di prevenzione nei confronti di Giovanni Fontana e del fratello Michele. La società più nota, Fontana Service, è stata sequestrata, su richiesta della DDA di Napoli, per i presunti legami di Giovanni Fontana – arrestato, poi scarcerato, e recentemente condannato in primo grado per spaccio internazionale di droga – con gli interessi del clan del boss Michele Zagaria. A capo dell’impresa, ora guidata da un amministratore giudiziario, c’è il fratello di Giovanni, Michele Fontana, che avrebbe lavorato in sinergia con Michele, ritenuto imprenditore di fiducia della camorra dell’agro Aversano.
Al centro del dibattimento, la presunta sproporzione tra i redditi dichiarati dal nucleo familiare e il patrimonio accumulato nel corso degli anni. A fornire la propria ricostruzione è stato il tenente colonnello Nicola Cuomo, ufficiale della Guardia di Finanza in servizio presso la Dia di Napoli, chiamato dal Pubblico Ministero a illustrare gli approfondimenti patrimoniali delegati alla Direzione Investigativa Antimafia.
Le difformità nella ricostruzione reddituale
Il consulente ha spiegato di aver analizzato un arco temporale particolarmente ampio, partendo dal 1985 fino al 2021, utilizzando banche dati fiscali, visure camerali e bilanci societari. Tra gli elementi di criticità emersi, una rettifica dei redditi attribuiti ai componenti della famiglia, con particolare riferimento alla moglie di Fontana Michele, che non sarebbe mai stata socia della Tullio Trasporti Snc, contrariamente a quanto ipotizzato in precedenti valutazioni. Altro nodo centrale è stato il passaggio dal reddito lordo al reddito netto disponibile, che ha portato a una riduzione di circa 262 mila euro nelle disponibilità complessive del nucleo.
I 300 mila euro “fantasma” e l’operazione Italease
Un altro capitolo complicato riguarda un immobile di proprietà di Anna Cerullo, la mamma dei fratelli Fontana. La signora vende un capannone a una banca, la Italease, che poi lo affitta alla società dei figli. Tutto regolare, sulla carta. Ma secondo gli investigatori, qualcosa non quadra.
Primo: la banca paga il capannone, ma una parte dei soldi, circa 187 mila euro, arriva alla signora con un assegno della stessa società che poi prenderà in affitto l’immobile. Praticamente, spiega il colonnello, è come se il compratore usasse i soldi del venditore per pagare.
Secondo: la banca valuta il capannone molto più di quanto valga realmente. Poco dopo, quando l’affittuario va in difficoltà, la stessa banca ridimensiona il valore dell’immobile. Insomma, un’operazione che – secondo l’accusa – sa tanto di “gonfiato”. Terzo: il capannone, tra il 2004 e il 2008, viene costruito. Costa circa 600 mila euro. Ma la signora Cerullo non risulta avere chiesto mutui per costruirlo. Da dove sono usciti quei soldi, ci si chiede in aula.
La gestione aziendale e i whistleblowing
Nel corso dell’udienza, l’amministratore giudiziario ha dato conto di una serie di segnalazioni anonime (il cosiddetto whistleblowing) pervenute nelle ultime settimane. Le denunce riguardano presunte irregolarità nella gestione del personale della FGM, società riconducibile ai fratelli Fontana, con sede ad Aprilia.
In queste lettere emergerebbe che i lavoratori vengono pagati meno di quanto dovuto, che a volte gli chiedono di restituire in contanti somme che erano state accreditate, che c’è un clima di paura e incertezza. In una delle segnalazioni si parla addirittura di una riunione in cui si sarebbe deciso di pagare una parte dello stipendio in nero.
A dar forza le ipotesi di queste richieste dei Fontana è il fatto che il giudice, proprio a seguito di questo udienza, ha attivato una procedura disciplinare che dovrebbe arrivare al licenziamento di due dipendenti. Secondo le segnalazioni, avrebbero fatto da collante tra imprenditori di Villa Literno e i dipendenti per la restituzione di parte degli emolumenti.
Le parole del Presidente
A un certo punto, il presidente ha un po’ perso la pazienza. Si è rivolto direttamente a Giovanni Fontana, presente all’udienza, e gli ha detto chiaro e tondo che l’azienda rischia di autodistruggersi. “Lavorate con appalti pubblici – ha spiegato – e certe regole vanno rispettate. Se continuate così, perderete i clienti e l’azienda chiuderà”.
