TUTTI I NOMI. Investimenti in ristoranti e non solo del il clan Bidognetti: a processo l’imprenditore Antonio Fusco “Lupin” e altri quattro

25 Marzo 2026 - 10:33

Il gup Emilio Milio del tribunale di Santa Maria Capua Vetere ha deciso per il rinvio a giudizio di Antonio Fusco, detto Lupin, e di altri quattro, accusati di aver svolto attività negli interessi del clan Bidognetti. La vicenda ruota attorno all’acquisizione di terreni e alla realizzazione di progetti imprenditoriali da parte di Fusco attraverso gli investimenti del gruppo criminale

CASTEL VOLTURNO – Un imprenditore di 45 anni, Antonio Fusco, detto “Lupin” originario di Castel Volturno, dovrà affrontare il processo nell’ambito di un’inchiesta antimafia sui presunti rapporti economici con il clan dei Casalesi. La decisione è stata presa dal giudice dell’udienza preliminare Emilio Minio del tribunale di Santa Maria Capua Vetere, che ha disposto il rinvio a giudizio al termine della fase preliminare. All’imprenditore è collegata la nota catena di negozi di arredamenti, chiamata proprio Lupin, finita negli ultimi tempi sotto il mirino della Dda.

Fusco, soprannominato “Lupin”, comparirà a partire da maggio davanti al collegio presieduto da Giorgio Pacelli. Nei suoi confronti l’accusa è stata ridefinita in concorso esterno in associazione mafiosa, dopo il ricorso in Cassazione presentato dal suo legale, l’avvocato Ferdinando Letizia.

Secondo gli investigatori della Direzione distrettuale antimafia di Napoli, l’imprenditore avrebbe intrattenuto rapporti con il clan dei Casalesi, in particolare con la fazione Bidognetti, assumendo un ruolo di referente economico. Tra gli episodi contestati figura un progetto imprenditoriale lungo la Domiziana, relativo alla realizzazione di un ristorante finanziato, secondo l’accusa, anche con denaro riconducibile al gruppo criminale. L’area interessata, inoltre, sarebbe stata in passato legata a un imprenditore già colpito da misure di prevenzione.

Un altro filone riguarda l’acquisizione di immobili tramite aste fallimentari: esponenti del clan Bidognetti avrebbero esercitato pressioni sugli altri partecipanti per indurli a rinunciare, consentendo così a Fusco di aggiudicarsi i beni. In cambio, sarebbero stati versati compensi alla criminalità organizzata.

L’indagine coinvolge anche altri soggetti ritenuti vicini al clan. Tra questi Nicola Gargiulo, detto “Capitone”, indicato come referente dei Bidognetti sul territorio di Lusciano, accusato di estorsione ai danni di un imprenditore edile dopo la scarcerazione. Stessa accusa viene mossa anche a Nicola Pezzella, soprannominato “Palummiello” e ritenuto vicino al gruppo Schiavone dei Casalesi.

Tra gli indagati figura anche Hermal Hasanai, 41 anni, accusato di concorso esterno per aver versato denaro al clan al fine di gestire in modo esclusivo le forniture di droga nelle piazze di spaccio del litorale. Coinvolto infine Umberto Meli, 32 anni, accusato di un’estorsione da 15mila euro ai danni di un imprenditore edile della zona.

L’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Napoli mira a delineare un sistema in cui attività economiche apparentemente lecite si intrecciano con interessi e metodi della criminalità organizzata. Sarà ora il processo a chiarire responsabilità e ruoli.