L’EDITORIALE. Il caso di don Michele Mottola che violentò una ragazzina di 11 anni e ora celebra con il Vescovo. La colpa di Spinillo? Aver banalizzato e politicizzato il concetto di perdono

5 Gennaio 2026 - 16:58

Essendo arrivati un po’ in ritardo nella pubblicazione della notizia sull’iniziativa delle firme con cui un comitato spontaneo proposto dall’avv. Sergio Cavaliere chiede le dimissioni, per giunta del già pensionando, Angelo Spinillo abbiamo voluto esprimere la posizione sulla vicenda dolorosa e spinosa che ha coinvolto il sacerdote di Trentola Ducenta, comparso in tre occasioni, con tanto di paramenti sacri, il altrettante celebrazioni ufficiali della diocesi di Aversa. IN CALCE ALL’ARTICOLO IL COMUNICATO DELLA DIOCESI DI AVERSA IL TESTO INTEGRALE DELLA NOTA DI RISPOSTA AL COMUNICATO STAMPA DEL VESCOVO SPINILLO

Gianluigi Guarino

La questione relativa alle presenze frequenti di don Michele Mottola, sacerdote di Trentola Ducenta, reo confesso e condannato diversi anni fa per l’odiosissimo reato di violenza sessuale, perpetrata ai danni di una ragazzina di 11 anni, è balzata – una terminologia adatta come non mai in questo caso – agli onori, meglio sarebbe dire ai disonori, delle cronache giornalistiche di questi giorni.

Don Michele Mottola che ha scontato per intera la pena comminatagli dal Tribunale penale è stato infatti avvistato e ampiamente fotografato insieme al vescovo della diocesi di Aversa, Angelo Spinillo, in tre occasioni: lo scorso 8 ottobre durante la cerimonia che ha celebrato l’insediamento del nuovo parroco del santuario della Madonna di Casaluce, il 26 dicembre a Qualiano in occasione delle celebrazioni del patrono Santo Stefano Protomartire, infine, due giorni dopo, il 28 dicembre, quando la diocesi di Aversa ha chiuso il Giubileo Ordinario che anticipa l’epilogo di quello Generale che avverrà domani in Vaticano.

In quest’ultima circostanza, don Michele Mottola, ha indossato i paramenti sacri in tutte e tre le occasioni, svolgendo dunque la funzione di sacerdote pienamente allegato, come concelebrante, alla diocesi di cui fa parte. Sul punto ha fatto sentire la sua voce l’avvocato Sergio Cavaliere che ha contestato duramente la scelta del vescovo Spinillo di ridare visibilità pubblica a don Michele Mottola.

Di qui, è nata la decisione della diocesi di redigere un comunicato stampa di replica nel quale ha chiarito la sua posizione, affermando che don Michele Mottola ha pienamente e totalmente espiato le pene irrogate dal Tribunale della Repubblica Italiana e da quello Ecclesiastico, aggiungendo che il sacerdote è comunque soggetto a restrizioni che gli impediscono l’esercizio del ministero e la partecipazione a eventi pubblici, salvo in alcune eccezionali occasioni motivate da una prospettiva di pentimento e redenzione cristiana.

Di fronte a questa presa di posizione si è innescata la reazione dura dell’avvocato Cavaliere il quale ha promosso una raccolta di firme (al momento 400) a corredo di una petizione che chiede in sostanza al vescovo Spinillo di dimettersi, anticipando – questo lo aggiungiamo noi – il momento in cui dovrà comunque lasciare la guida della diocesi per raggiunti limiti di età nel prossimo maggio, quando il presule compirà 75 anni.

Inquadrati i fatti, veniamo ora alla esplicazione del nostro punto di vista. Non vogliamo avventurarci in questioni di ordine dottrinale, men che meno in una esegesi complicata e altamente scivolosa delle Sacre Scritture dalle quali salterebbero fuori interpretazioni di diverso segno. Per altro, la dottrina si è mossa nei millenni anche attraverso statuizioni conciliari oppure attraverso encicliche papali la cui analisi, seppur selettiva, aprirebbe, in merito all’argomento specifico di cui stiamo trattando, un dibattito complesso e di una portata tanto grande da necessitare di competenze e di cognizioni che noi non possediamo.

Conosciamo, invece, le nuove prassi, ossia la modulazione, spesso diversificata di ciò che gli ultimi papi hanno fatto quando si sono trovati di fronte a casi molto gravi, simili a quello di don Michele Mottola. Di pedofilia dei sacerdoti e dei vescovi si parla liberamente da diversi anni, grazie soprattutto alle denunce delle famiglie. Un fatto che ha indotto il Vaticano ad assumere posizioni drastiche che in passato magari non ha assunto, chiudendo un occhio ed anche due di fronte a certe nefandezze.

Il perdono è un concetto molto complicato che si complica ancora di più quando riguarda un ministro della Chiesa, dal quale si pretende giustamente un ancor più rigoroso rispetto delle regole morali a cui sono legati giuramenti, atti di fede, sin dall’assunzione del ministero sacerdotale. Detto ciò, il perdono è una bussola di fede della Chiesa moderna, in quella che si è mossa a partire dalla perdita del suo potere temporale, il quale invece prevedeva nelle sue prassi un’estrinsecazione del perdono dal connotato troppo politico, e dunque troppo variabile, per essere un sistema assoluto e assolutamente in aderenza a ciò che arriva dalle Sacre Scritture.

Tuttavia, data per buona la scelta di un vescovo di non ridurre allo stato laicale un sacerdote che si macchia di una colpa gravissima, ma che si pente della stessa accettando a testa bassa di espiare per intero le pene subite dai Tribunali dello Stato e da quello della Chiesa, non è affatto detto che il suo ministero debba continuare all’interno della stessa diocesi e negli stessi luoghi dove quel delitto è stato consumato.

Il comunicato stampa di Spinillo è connotato da questo punto di vista da un tratto di debolezza, perché politicizza il perdono attraverso una scelta che, per l’appunto, è tutta politica e dunque smaccatamente discrezionale, di presentare don Michele Mottola al cospetto di tante persone, di tanti fedeli, anche dei tanti che possiedono una memoria viva e diretta di tutto il brutto che il sacerdote perpetrò ai danni di quella ragazzina. Nel momento in cui, poi, don Mottola si fa vedere in cerimonie pubbliche della diocesi ad ottobre e a dicembre, viene meno quel carattere di eccezionalità di cui Spinillo parla nel suo comunicato.

Al contrario, quella dell’ex parroco di Trentola appare una presenza ordinaria, ricostruita stabilmente all’interno del corpo sacerdotale della diocesi di Aversa. Don Michele non ha mai preso la parola in una di queste occasioni e neppure lo ha fatto, creando degli eventi dentro i quali radunare un’assemblea di fedeli. Perché doveva essere lui a rispondere, non il vescovo Spinillo; doveva essere don Michele Mottola a mostrare il livello della sua contrizione di fronte al popolo di Dio che sicuramente non può scagliare la prima pietra ma che di fronte ad un peccato tanto riprovevole merita di misurarsi con la richiesta di perdono che don Michele non deve considerare una gogna pubblica ma un esercizio, seppur complicato, seppur complesso, per promuovere nella testa dei fedeli, nella testa dei credenti appartenenti alla diocesi di Aversa, una riflessione che consideri l’ipotesi di un ritorno di questo prete all’interno del servizio sacerdotale diocesano.

Tornando alle prassi degli ultimi pontefici, quando questi sono intervenuti, hanno ricordato ai vescovi o ai sacerdoti da loro perdonati che il ministero, il confronto quotidiano con Dio si può esplicitare anche attraverso la contemplazione, la preghiera, attraverso una semi clausura che è esattamente un sistema di comunicare con Dio valido ed importante, rispetto a quello del contatto diretto con il laicato dei credenti o con il laicato che si intende far avvicinare alla parola di Dio.

Spinillo dunque ha sbagliato, perché ha relativizzato, banalizzato, il concetto di perdono. Detto ciò, però, l’iniziativa delle firme assume forza nel momento in cui questa è attivata da chi crede. Perché se tra chi ha firmato ci sono anche non credenti, l’iniziativa si indebolisce, in quanto il non credente deve essere vigile e attento affinché si affermi la certezza della pena dei tribunali laici e dunque dello Stato di diritto, in modo da rendere concretamente applicato la porzione del principio risorgimentale e post risorgimentale, introitato dal primo e dal secondo concordato, “libero Stato”. Il non credente può, a buon diritto, esplicitare una propria elaborazione critica nei confronti di una Chiesa che a suo avviso e, aggiungiamo noi, non senza ragione, perde di credibilità in casi del genere. Quello che invece non deve fare il non credente (perché non sono affari suoi, completiamo il principio, libero Stato in libera Chiesa) è firmare petizioni che riguardano fatti di fede e fatti di Chiesa.

IL COMUNICATO DELLA DIOCESI DI AVERSA

“In merito alle notizie pubblicate circa la presenza del sacerdote Michele Mottola, presbitero della diocesi di Aversa, in una celebrazione eucaristica tenutasi nella Chiesa Cattedrale, si ritiene opportuno fare alcune precisazioni. Anzitutto si rileva l’inesattezza dell’informazione riportata nell’articolo pubblicato lo scorso 30 dicembre 2025 a firma dell’Avv. Sergio Cavaliere. Per verità, infatti, va precisato, ciò che è ampiamente documentato, e cioè che la denuncia di quanto, a suo tempo, era accaduto e di cui lo stesso Rev. Mottola si era pubblicamente accusato, avvenne per iniziativa della Diocesi e che solo successivamente sono poi intervenuti gli organi di comunicazione evocati nell’articolo. Ugualmente si precisa che, successivamente, il Rev. Mottola ha espiato le pene che gli sono state comminate dal Tribunale Statale e dal Tribunale Ecclesiastico. Tanto si precisa per indicare l’azione decisa della Diocesi nel condannare il reato e ristabilire la giustizia tutelando le persone vittime e comunque coinvolte nella predetta situazione. Attualmente, per decreto del Vescovo di Aversa, il Rev. Mottola è soggetto ad una serie di restrizioni che precludono chiaramente la sua partecipazione al ministero ecclesiastico, come anche ad eventi pubblici. Nel giorno della conclusione del Giubileo, come in qualche altra eccezionale occasione precedente, il Vescovo ha ritenuto opportuno, nella prospettiva di quella speranza cristiana di penitenza e di redenzione, che in altra forma è contemplata anche negli articoli della Costituzione della Repubblica, permettere al Rev. Mottola di partecipare alla celebrazione. L’eccezionalità della possibilità concessa non annulla le precedenti restrizioni comminate allo stesso per l’esercizio del ministero sacerdotale e la Diocesi di Aversa assicura che in nessun modo viene meno l’attenzione su eventuali abusi che potessero essere commessi da qualunque altro. Allo stesso tempo il Vescovo e la Chiesa diocesana confermano stima e grato rispetto verso tutti i Sacerdoti che ogni giorno vivono con dedizione e generosità il loro servizio alla vita di ciascuna delle nostre comunità.”

LA NOTA DI RISPOSTA DELL’AVV. SERGIO CAVALIERE

“E quindi, grazie alla nostra pertinacia, sappiamo che 1) don Michele Mottola ha scontato interamente la sua pena; 2) non è stato mai spretato; 3) la diocesi lo ha perdonato, al posto della vittima, e reinserito nel clero; 4) la diocesi lo fa partecipare agli eventi più solenni; 5) la famosa tolleranza zero che la Chiesa sbandiera sui crimini sessuali dei preti sono solo chiacchiere; 6) nella diocesi di Aversa hanno problemi con la lingua italiana e non distinguono i due verbi scoprire e denunciare: don Michele Mottola fu scoperto da Le Iene. La sua storia fu coperta dopo le prime indiscrezioni di stampa. Abbiamo finalmente una parte di verità. Ma a quale pena è stato condannato don Michele Mottola? La diocesi di Aversa è muta. Come funziona praticamente la “massima vigilanza” della diocesi di Aversa? Una specie di Grande Fratello dei preti pedofili?”