REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA: venerdì 20 febbraio incontro a Maddaloni con il Comitato per il SÌ. REPOST per i lettori

17 Febbraio 2026 - 16:04

Maddaloni (pm)  Dopo la proficua tappa di Caserta dello scorso 9 gennaio, caratterizzata da una partecipazione ampia e qualificata, e dopo quelle tenute nei maggiori centri italiani, l’iniziativa nazionale “SìParte!“, promossa dal Comitato per il SÌ al referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati, approda a Maddaloni.

L’appuntamento è per venerdì 20 febbraio, alle ore 18, presso la biblioteca comunale di via S. Francesco d’Assisi 36. Interverranno per illustrare e sostenere le ragioni del “Sì” al referendum confermativo del prossimo marzo — relativo alla legge costituzionale sulle norme dell’ordinamento giurisdizionale e l’istituzione della Corte disciplinare — Cesare Salvi, ex ministro, senatore e già dirigente di Pds e poi Ds, Guido Vitiello, pungente corsivista del quotidiano Il Foglio ed Amedeo Barletta, imprenditore e creator digitale maddalonese, ma, per quello che più importa, avvocato penalista, responsabile dell’Osservatorio Europa dell’Unione Camere penali italiane.

Porteranno il loro saluto il sindaco di Maddaloni, Andrea De Filippo, il consigliere regionale Vincenzo Santangelo e Giovanni Joey Pasquariello, referente casertano della Fondazione Luigi Einaudi. Quest’ultima, com’è noto, è la promotrice del Comitato per il Sì presieduto dall’avvocato Gian Domenico Caiazza, tra i principali esponenti del garantismo penale in Italia.

IL MANIFESTO DELL’ INCONTRO

Introdurrà e modererà i lavori, come già avvenuto a Caserta, il penalista casertano Gennaro Iannotti. Il quale sta dedicando un impegno particolare alla campagna per il Sì al referendum, promuovendo questo e altri incontri sul tema e curando, sui propri canali social, delle video-pillole di approfondimento sui diversi profili connessi.

I termini del referendum popolare confermativo del 22 e 23 marzo prossimi sono stati finora ampiamente dibattuti e sono più che definiti.

Per i sostenitori del “No”, tutto deve essere lasciato così com’è. Sono i fautori dello status quo, quasi che questo non abbia prodotto i disastri che ha prodotto a causa dei rapporti di vera è propria intrinsecità che si è instaurata nel tempo tra pubblici ministeri e giudici.

Sono a tutti noti il mercato delle nomine confessato dall’ex pm Luca Palamara – che fu qualificato dall’informazione pubblica con l’icastico termine di “verminaio” per estensione e sistematicità –  i casi di malagiustizia favoriti dai rapporti di malintesa prossimità tra requirenti e giudicanti e i diffusi fenomeni della gogna mediatica. È di attualità lo sceneggiato su Enzo Tortora del regista Marco Bellocchio, che prenderà avvio proprio il 20 febbraio. Nella conferenza stampa di presentazione dell’opera è stato messo l’accento su quella autentica vergogna del processo mediatico subito da Tortora e da tanti ancora oggi come lui.

L’allora celebre presentatore, nel corso di una delle prime udienze del suo processo, ebbe a dire: “Signor presidente, io non so neanche di che cosa sono accusato; lo so dai giornali, lo so dalle televisioni, non l’ho saputo da voi“. E ricordò che, nel pomeriggio che precedette la sua cattura, avvenuta poi nella notte, ricevette una telefonata nella camera di albergo a Roma dove soggiornava. L’interlocutore, sorpreso che gli avesse risposto, gli disse che lo aveva chiamato per verificare se fosse già stato arrestato, dato che la Procura della Repubblica di Napoli ne aveva già divulgato la notizia. Sembra quasi di trovarsi in un romanzo distopico per l’abnormità, la smodatezza degli abusi.

Il campo politico che  si vuole progressista, dopo aver sostenuto in passato la necessità della riforma che oggi avversa, ha deciso di prescindere dal merito della questione, dal contenuto effettivo della riforma, per dissimulare questa palese incoerenza.. Agita, per convincere a votare il no, il pericolo fascista, la svolta autoritaria del governo e l’attentato all’autonomia della magistratura. E questo avviene nonostante che l’esecutivo sia stato liberamente eletto con votazioni democratiche, che a Torino – per vero –  si siano visti i manifestanti prendere a martellate i poliziotti e non viceversa e che il testo normativo riformato ribadisca – verbatim – il principio della totale e più assoluta indipendenza della magistratura. Si giunge, paradossalmente, a rinnegare persino il padre di questo disegno riformatore, il socialista e partigiano Giuliano Vassalli. Fautore del Codice di procedura penale del 1989, fu lui a guidare il passaggio dal vecchio sistema “inquisitorio” — eredità del ventennio mussoliniano — a un sistema “accusatorio” fondato sulla parità tra accusa e difesa davanti a un giudice terzo. E questo intervento non fa altro che completare le riforme previste per il sistema di giustizia innovato e rimaste incompiute.

In una visione non ideologizzata,  la modifica referendaria consiste essenzialmente in due adeguamenti ordinamentali necessari per garantire l’equo processo. Quello della separazione delle carriere di giudice e pubblico ministero, per garantire che il giudice sia veramente “terzo” e non abbia un legame di appartenenza professionale con chi sostiene l’accusa. E quello dello sdoppiamento del consiglio superiore della magistratura allo scopo di evitare che i pubblici ministeri  possano influenzare la carriera dei giudici e viceversa, spezzando quella “intrinsecità” corporativa di cui si diceva.

Taluni, su queste cose, paiono parlarsi addosso. Si inventano un supposto indebolimento della lotta alle mafie o un fantasioso assoggettamento del pubblico ministero all’esecutivo oppure contestano il sistema del sorteggio per le nomine al consiglio superiore della magistratura  come rimedio per depotenziare la capacità di condizionamento nelle nomine e nel conferimento degli incarichi giudiziari delle correnti della magistratura associata.

Eppure, nessuno di essi spiega perché si debba conservare un sistema di contiguità tra chi accusa e chi giudica, il quale ha dimostrato abbondantemente i suoi gravi limiti e la capacità di fare danni smisurati. Il pubblico ministero dovrebbe essere estraneo e distante dal giudice tanto quanto lo è il difensore dell’imputato, in ossequio a un elementare principio di parità effettiva tra le parti. Ci pare, invece, che siamo alla supremazia del dogma politico sulla logica giuridica.