REFERENDUM. L’OPINIONE. Domani a Caserta convegno per il No con i magistrati Cantone, Piccirillo e Fucci. E allora chiedo…

5 Marzo 2026 - 22:09

L’augurio dell’autore di questo articolo è che, al di fuori dei cliché sulla “torsione autoritaria” e sulla presunta subordinazione della giustizia alla politica, si spieghino le ragioni per cui non si dovrebbe modificare l’attuale sistema, caratterizzato dalla stretta contiguità e dalla comunanza di interessi tra il Pubblico Ministero e il giudice. Il nostro storico collaboratore Pasquale Manzo esprime il suo punto di vista, le sue idee sul tema caldo del referendum sulla giustizia

Caserta (pasquale manzo) ­­– Proseguono nel capoluogo e nei principali comuni della provincia i convegni relativi al referendum costituzionale confermativo del 22 e 23 marzo.

Domani alle 17.30, presso l’Auditorium Provinciale di Caserta in via Ceccano, gli oppositori alla riforma giudiziaria terranno un incontro dal titolo emblematico: “La Costituzione voterebbe No”. L’evento sarà moderato da Antonio Casaccio, direttore responsabile del magazine Informare, mensile gratuito di informazione del territorio campano e di Castel Volturno. I lavori saranno introdotti da Marinella Graziano, magistrato e presidente vicario del Comitato “Giusto dire NO”. Seguiranno i saluti di don Antonello Giannotti e don Antimo Vigliotta, della diocesi casertana, e di Simmaco Perillo e Silvio Ronconi, esponenti dell’associazionismo locale.

Il cuore del dibattito sarà rappresentato dagli interventi dei noti magistrati Raffaele Cantone (Procuratore della Repubblica di Perugia), Raffaele Piccirillo (Sostituto procuratore generale presso la Corte di Cassazione) e Carlo Fucci (Procuratore della Repubblica di Cassino e per lungo tempo in forza alla Procura samaritana). Previsti, quindi, i contributi dell’avvocato Fernanda D’Ambrogio, di Michele Ciambellini (già consigliere del CSM) e della giornalista Marilù Musto. Le conclusioni saranno affidate a Gionata Fiore, sostituto procuratore presso il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere e coordinatore territoriale del Comitato “Giusto dire NO”. Questo per quanto attiene ai dati di cronaca.

Sia ora consentita qualche riflessione di contenuto.

Intanto ci sembra inopportuna la presenza dei due influenti ecclesiastici del clero casertano, soprattutto dopo le polemiche che sono scaturite dalla prolusione del cardinale Zuppi all’ultimo Consiglio Episcopale Permanente. In quell’occasione, il presule ha affermato: «…la separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici e l’assetto del Csm sono temi che, come pastori e come comunità ecclesiale, non ci devono lasciare indifferenti […] C’è un equilibrio tra poteri dello Stato che i Padri costituenti ci hanno lasciato come preziosa eredità e che è dovere preservare».

La dichiarazione è parsa a molti, per il tenore delle parole, una chiara indicazione di voto, nonostante la CEI abbia precisato il giorno seguente l’assenza di simili intenzioni. Anche Il Poliedro, organo d’informazione diocesano, nel numero di febbraio ha sottolineato: «È vero: la partecipazione a incontri promossi da associazioni o movimenti che portano avanti una delle opzioni referendarie può alimentare la percezione di uno schieramento. Ma la distinzione tra l’organismo collegiale e la libertà personale di un singolo pastore resta essenziale. Non ogni intervento individuale diventa una linea ufficiale». Resta il fatto che i due parroci, in quanto “pastori”, sono alla guida di comunità che, così come li seguono nel percorso spirituale, potrebbe essere indotte a assecondarli anche in scelte  altre.

C’è poi la questione del merito. Come ampiamente emerso finora, lo schieramento del NO agisce in opposizione al governo, prescindendo dai contenuti reali della riforma su cui non sembra avere argomenti che non siano meramente propagandistici. Si straparla di deriva autoritaria e di assoggettamento del pubblico ministero all’esecutivo. Ma di tutto questo non vi è traccia nelle nuove norme, né ci pare sia alle viste un prossimo decreto che riesumi il “sabato fascista” o le corporazioni professionali.

I fautori del SÌ vedono invece nella riforma il compimento del codice Vassalli, che ha introdotto il modello accusatorio per dare piena attuazione al principio del giusto processo. In base a tale principio, il dibattimento deve svolgersi nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a un giudice terzo. Finora, per un deficit di azione  politica legato alle note vicissitudini sociali e politiche del Paese, l’equilibrio tra accusa e difesa non si è potuto realizzare. L’attuale riforma mira a colmare questa lacuna come conquista di civiltà giuridica. Oggi, infatti, la contiguità, la vicinanza, le cointeressenze tra accusa e giudice compromettono la parità che imputato e pubblico ministero dovrebbero avere rispetto al giudicante. Non vi è ragione perché non debba essere così, e nessuno dei sostenitori del NO è in grado di spiegare il motivo per il quale si debba perpetuare il sistema attuale, che ha già prodotto non pochi danni.

Dalle parti del fronte del NO pare si vada letteralmente all’arrembaggio. Così un mitizzato ed ubiquitario Gratteri – che si vede sempre più spesso in televisione e nei dibattiti promozionali, a segno che la criminalità campana non gli dà particolari grattacapi – arriva ad inventarsi una intervista di Falcone contrario alla separazione delle carriere. O il giornale militante La Repubblica si è spinto  a dileggiare la figura di Giuliano Vassalli (socialista, partigiano, medaglia d’oro alla Resistenza, ma evidentemente non basta) negando che abbia mai dato una intervista al giornalista inglese Torquil Dick Erickson per il Financial Times in cui sosteneva la indispensabilità, per un processo realmente accusatorio, della separazione delle carriere. Solo che il giornalista, alcuni giorni fa, benché anziano, in un convegno referendario confermava e ricordava la circostanza.

Poi ci sono le falsità, le cose inventate ad arte o per pochezza, le reazioni ancora più scomposte che popolano commenti e scritti vari.

Ma non meravigliano più di tanto. Sono nello stile comunicativo introdotto per i suoi da Rocco Casalino per il movimento 5S, quelli che hanno sconfitto la povertà, se ricordate. Negare anche l’evidenza, dare su di voce e concludere con un perentorio ed immancabile “vergognatevi”. Ovviamente, questa nostra, è solo una notazione storico-istituzionale e non un giudizio politico, per quanto sappiamo bene che gli interessati stenteranno  a capirlo e ad accettarlo.

Questo approccio ha probabilmente un momento spartiacque, dal quale nulla più è stato come prima,  nel noto confronto televisivo tra la deputata Laura Castelli e  Pier Carlo Padoan. La Castelli, poco più che diplomata in economia, apostrofò il professore Padoan, economista di fama mondiale e già ministro dell’economia e delle finanze, dicendogli “…questo lo dice lei” quando la riprendeva perché aveva detto una castroneria a riguardo dello spread. Il classico caso del nano che accusa il gigante di essere basso.

Da quel momento, tale metodo è dilagato, purtroppo anche tra i partiti di una certa tradizione culturale. L’auspicio, per pietà della Nazione, è che venga tenuto lontano dall’appuntamento di domani pomeriggio.

LA LOCANDINA