L’EDITORIALE E IL VIDEO. Io ho votato No, ma questa magistratura che canta “Bella Ciao” e “Chi non salta la Meloni è” all’interno di una Procura e di un Tribunale, fa male a se stessa e purtroppo non è degna di una democrazia reale. Uno per uno TUTTI I NOMI dei magistrati ultras

23 Marzo 2026 - 19:14

Incredibili scene di giubilo nella sala dell’ANM all’interno del Tribunale partenopeo

di Gianluigi Guarino

NAPOLI – Ho votato no al referendum. L’ho fatto perché la vita è strana, densa di eventi inaspettati, strutturalmente anticiclici con quella che è stata la mia formazione liberale, che certo non ha guardato con gli occhi dell’ammirazione ciò che successe ai tempi di Tangentopoli, quando una sacrosanta indagine sulle ruberie della politica, sul finanziamento illecito dei partiti, su vari e diversi casi di corruzione fu purtroppo contaminata da una plateale discriminazione, da un plateale doppiopesismo che portò quei magistrati di Milano e, a cascata tanti altri magistrati italiani, a colpire solo gli esponenti del pentapartito e in particolare i socialisti di Craxi, senza mai seriamente affondare il colpo nelle indagini nei confronti della sinistra, del PDs. Insomma, della sinistra ex comunista, che governava nel 50% delle regioni italiane – in un grandissimo numero di comuni, di amministrazioni provinciali – e che intratteneva rapporti molto intensi con imprenditori di successo, producendo peraltro centinaia di miliardi di lire attraverso le cosiddette cooperative rosse, o attraverso certe banche come il Monte dei Paschi di Siena – che poi si è visto che fine ha fatto – e attraverso certe assicurazioni come l’Unipol.

Una enorme massa di denaro, una cui parte si incanalava in una sorta di fiume carsico per poi riemergere nelle aree di uso di quel partito della sinistra che, al netto della buffa vicenda della valigetta di Primo Greganti (CLICCA E LEGGI) – peraltro finita a tarallucci e vino – che recava al suo interno un miliardo di euro in contanti, intercettata a via delle Botteghe Oscure (storica sede del PCI e poi del PdS), null’altro produsse.

Fu quello il periodo in cui, dopo aver cambiato tante volte il mio voto, decisi che quella roba lì aveva rappresentato una delle ingiustizie più grandi da me viste, orientando il mio consenso su partiti collocati in posizioni diametralmente diverse dalla sinistra. Non perché volessi difendere le centinaia e centinaia di persone del pentapartito che furono incarcerate, molte delle quali però poi assolte definitivamente, ma perché ritenevo che quella indagine, avendo guardato solo da una parte, non fosse frutto di un atto di onestà intellettuale da parte della magistratura, bensì di un’attività violenta, da veri e propri ultras di una tifoseria politica che andava a sopraffare un’altra tifoseria, tutti i partiti che avevano governato il paese dal ’48 in poi con l’obiettivo di distruggerli totalmente, così come puntualmente avvenne, a vantaggio dell’unico partito, del cosiddetto Arco Costituzionale che da Mani Pulite usciva sostanzialmente indenne – a mio avviso immeritatamente, perché il Pci partito di enorme potere nell’economia italiana e negli di governo locale, non era certo estraneo alla vita e ai maneggi molto spesso consociativi della cosiddetta Prima Repubblica.

Successivamente, lavorando da giornalista a Caserta, ho vissuto una sorta di esperienza contraria, inversamente proporzionale. Alcuni politici locali hanno goduto di una vera e propria impunità. In quel caso, lo schieramento c’entrava ben poco, perché le evidenze che apparivano davanti ai miei occhi sull’assoluta necessità di sviluppare un’azione penale, tradita dall’inerzia di certa magistratura, non erano frutto di un’azione protettiva nei confronti di una parte politica, ma di accordi meschini, anche banali, tra quei politici e alcuni elementi, purtroppo anche apicali, della magistratura locale.

Quel lungo stato di impunità di cui hanno goduto alcuni politici appartenenti allo stesso comitato di affari, accompagnato da un’azione matta e disperatissima, densa di passione, di studio, che il più delle volte mi faceva e ci faceva approdava a evidenze imbarazzanti, assolutamente palmari, anche nei riscontri di attività ad altissimo sospetto criminale compiute dai politici dei comitati d’affari, mi ha portato a una riflessione attraverso la quale ho voluto isolare, neutralizzare – non senza difficoltà emotive – la valutazione di ordine generale su questo referendum di oggi, per far valere quella riguardante il microcosmo (per noi di Casertace, tutt’altro che micro), in cui certe nefandezze si consumavano e in cui emergeva il pericolo chiaro che la politica, specchiandosi in quell’immunità, dilagasse totalmente in una Sodoma e in una Gomorra dalla quale non sarebbe riemersa per millenni.

Nel momento in cui mi è apparso chiaro questo dualismo tra il pericolo della vittoria definitiva del malaffare, in Campania e in provincia di Caserta, e il tentativo di alcuni magistrati seri, integri, perbene di bloccarlo, ho voluto con il mio no al referendum esprimere un atto di solidarietà nei confronti di queste toghe, pensando che, se è vero che il pensiero più complesso sui temi della riforma della giustizia sarebbe stato, alla fine in caso di vittoria del sì, coperto da un sentire comune, da una percezione rozza, non avveduta, ma comunque esistente di una magistratura che, in quanto sconfitta nella competizione referendaria diventava più debole, delegittimata anche qui da noi a Caserta, dove solo Dio sa di quanto ci sia bisogno di un intervento riorganizzativo finalizzato ad aumentare il numero di sostituti procuratori che indaghino su quella che è l’emergenza principale, ormai cronicamente emergenziale, della corruzione diffusa – anzi diffusissima – nel settore pubblico.

Una relazione a due componenti, che diventa ménage à trois, nel momento in cui le burocrazie che operano all’interno degli enti locali di governo e sottogoverno, diventano a loro volta partecipi del meccanismo corruttivo assumendo il ruolo di braccio armato di un sistema che ci ha portato a scrivere – senza se e senza ma – che oggi il 95% in provincia di Caserta delle gare d’appalto è truccato e una pari percentuale rende illegali quasi tutte le procedure relative a concorsi per assunzioni, così come in quintessenza hanno dimostrato ai nostri occhi i concorsi banditi dall’amministrazione provinciale negli anni scorsi, durante i quali abbiamo dovuto subire l’immeritata violenza di querele anche da parte di magistrati, i cui figli erano stati assunti per effetto di questi concorsi, e altri congiunti erano stati a loro volta gratificati di milioni e milioni di euro di appalti banditi dalla stessa amministrazione provinciale e dal comune di Caserta.

Detto questo, però, occorre finirla con certi giochini, assumendosi invece la responsabilità di atteggiamenti francamente inquietanti e pericolosi, se non addirittura eversivi. Bella Ciao è una canzone nobile ma divenuta, per l’appunto, per quella che è la percezione collettiva del Paese, un canto di parte, purtroppo immeritatamente fazioso che appartiene solamente alla sinistra, pur non essendo stato intonato solamente nel corso dei due anni scarsi della Resistenza dai fazzoletti rossi delle Brigate Garibaldi. È inutile, dunque, che le toghe ritratte oggi pomeriggio a cantare Bella Ciao si giustifichino affermando che si tratti di un canto che non esprime un loro posizionamento politico e che comunque è stato fatto all’interno della sala assegnata nel tribunale di Napoli alle riunioni dell’ANM.

Ma se su Bella Ciao può ancora sopravvivere una trattazione di tipo accademico sull’origine di questo canto, se un magistrato in servizio canta “Chi non salta, Meloni è”, dovrebbe necessariamente il giorno dopo dimettersi dalla magistratura e candidarsi in politica, scegliendo le elezioni che maggiormente ritiene adatte alle proprie passioni, scegliendo ugualmente in maniera legittima un partito della sinistra, vale a dire PD, 5 Stelle o AVS. In quel caso, quel magistrato meriterebbe applausi e approvazioni, in quanto una professione di onestà intellettuale lo avrebbe indotto a rinunciare ai 5mila-6 mila euro di stipendio mensile a vantaggio di una scelta ideale, di una propria testimonianza, sviluppata in un ruolo attivo.

Il video che pubblichiamo, ampiamente diffuso nella rete, mostra facce di magistrati che ieri, oggi e soprattutto domani dovranno giudicare – a questo punto purtroppo – cittadini rinviati a giudizio e che dovranno esercitare l’obbligo dell’azione penale previsto dalla Costituzione. Ora, se tu canti Bella Ciao e urli “Chi non salta Meloni è”, connoti politicamente la tua funzione. In poche parole, stavolta senza ritegno e senza neppure salvare le apparenze, dici di essere un magistrato, ma soprattutto dici di essere una donna o un uomo di sinistra che, nel momento in cui canta Bella Ciao o ebbro o ebbra di gioia urla “Chi non salta Meloni è” all’interno di un tribunale, quand’anche nella sede del sindacato unico delle toghe, fa prevalere, spiattellandola spudoratamente in faccia a tutti, la propria posizione politica rispetto a quella posizione professionale che per Costituzione dovrebbe incarnare in sé i segni ma anche la sostanza dell’imparzialità.

Perché a questo punto finiscono per avere ragione, senza ombra di dubbio, quel 46% dei cittadini italiani, diversi milioni, che si ritengono in pericolo.

Ma non tanto in pericolo di essere indagati, inquisiti, arrestati (quello se è legittimo e giusto che accada, va accettato) ma di esserlo – ed è questo il fatto più importante e sicuramente di inaudita gravità per la tenuta democratica del Paese – in base a valutazioni in cui l’espressione prevista dalla legge e dalla Costituzione, relativa all’obbligatorietà dell’azione penale o di un’eventuale dell’attività deliberante del giudice, non sia frutto di uno sforzo supremo di imparzialità, ma di una serie di pensieri o di retropensieri sul fatto che il cittadino X appartenga al centrodestra e non al centrosinistra.

E questo diventa pericoloso in un posto in cui oggi il centrosinistra governa la Regione Campania, l’area metropolitana di Napoli, l’amministrazione provinciale di Salerno, l’amministrazione provinciale di Avellino, l’amministrazione provinciale di Benevento, in buona parte il comune di Benevento, tutto il comune di Avellino, quello di Salerno e tutte le strutture di sottogoverno collegati a questi enti principali.

In Campania noi che raccontiamo in maniera realmente imparziale, avendo il sottoscritto – direttore di questo giornale – raggiunto la “pace dei sensi” pur essendo di estrazione marcatamente liberale, e votando come ho fatto ieri “no” al referendum più politicizzato della storia d’Italia, abbiamo avvertito per anni la sensazione netta che ai tempi del procuratore Melillo tutto ciò che avveniva alla Regione Campania abbia goduto di una sorta di neutralizzazione, di vere e proprie guarentigie, al punto che lo stesso Zannini per molto tempo ha scorrazzato tranquillamente, ma proprio scorrazzato, in lungo e in largo promuovendo atti corruttivi, falsi ideologici, falsi in atto pubblico, presunte concussioni e chi più ne ha più ne metta. Tutto ciò da principale punto di riferimento del governatore Vincenzo De Luca in provincia di Caserta.

Dio solo sa quanto la Campania abbia bisogno di una magistratura seria, ferma, imparziale e in grado oggi soprattutto, in questo controllo full di ogni istituzione, di guardare chi ha il potere in mano e se questo potere venga esercitato sempre nel rispetto delle leggi. Non solo negli enti che abbiamo elencato prima, ma in più di 400 amministrazioni comunali sui 550 complessivi che operano nelle cinque province campane.

In questa brutta pagina del video girato nel tribunale o nella procura a questo acclusa, che finisce per fornire purtroppo delle ragioni agli assertori sconfitti del Sì, si vedono magistrati di prestigio, quali Antonello Ardituro, già pubblico ministero della DDA di Napoli, poi per tre anni componente del CSM e ora sostituto procuratore alla Direzione Nazionale Antimafia. Pierluigi Picardi, da poco ex presidente del tribunale di Aversa Napoli Nord, Lucia Esposito, giudice civile del tribunale di Napoli Nord. E poi Rossella Marro, presidente della sezione penale del tribunale di Napoli Nord Aversa (a guardar bene, non mancava proprio nessuno al tribunale di Napoli tra i magistrati di Aversa).

Poi un nome noto, che un po’ di riconoscenza la dovrebbe a questo giornale, da cui ha preso spunto – e non solo in linea di massima – per aprire e condurre quelle indagini che gli hanno dato un lustro meritato: parliamo di Luigi Landolfi, per anni pm alla DDA, titolare di molte inchieste tra cui quella appena menzionata, sulle mazzette e sulla corruzione nell’ASL di Caserta con l’arresto dell’imprenditore di Marcianise Angelo Grillo, poi addirittura condannato all’ergastolo come mandante di omicidi, ma anche dell’allora consigliere regionale Angelo Polverino, dell’ex sindaco di Caserta Giuseppe Gasparin; in effetti, a pensarci bene, questi ultimi due orientati a destra.

Intona Bella Ciao e forse anche salta per evitare di essere la Meloni, Simona Di Monte, procuratore aggiunto del tribunale di Napoli.

L’ANSA riporta – anche se il suo volto non si scorge nel video in questione – il nome di Aldo Policastro, già procuratore della Repubblica di Benevento, oggi procuratore generale della Corte di Appello di Napoli. Un casertano dell’agro aversano, dato che Policastro è di San Cipriano d’Aversa. Poi c’è Furio Cioffi, anche lui della Corte di Appello di Napoli, Leda Rossetti, gip del tribunale di Napoli.

Particolarissima e un po’ curiosa la presenza di Gerardo Giuliano, l’ultimo che esulta al grido di “who who”, oggi operante presso la Procura Generale della Corte di Appello di Napoli, figlio dell’ex sottosegretario e per quattro volte parlamentare di Forza Italia, partito del quale è stato anche coordinatore provinciale, Pasquale Giuliano, quest’ultimo in pensione che oggi, inneggiando al no e dunque conto tutto quello a ragione o torto ha lottato Berlusconi, colui che gli ha consentito di essere parlamentare e sottosegretario, si può godere la buona carriera in magistratura di figli e nipoti.

Altre facce che si notano sono quelle del gip Rosa De Ruggiero, di Teresa Orlando che opera alla Procura Europea sezione di Napoli. E poi Vergara, ex pm a Napoli Nord e oggi a Napoli.

Bene ha fatto invece il procuratore della Repubblica del capoluogo partenopeo Nicola Gratteri, molto attivo durante la campagna referendaria, a starsene nel suo ufficio.

No, non ci siamo: questa magistratura, che oggi ha vinto in pratica il referendum ma che comunque ha dovuto riscontrare il sì alla riforma dato da poco meno della metà del Paese, non si accrediterà mai e darà sempre la possibilità a chi è giustamente coinvolto da indagato in un’indagine giudiziaria e da imputato in un processo di affermare di essere un perseguitato per motivi politici.