IL NOME. Lo Stato si prende 5 MILIONI da noto imprenditore di MARCIANISE: “riciclati soldi dei Belforte”
30 Marzo 2026 - 14:26
La Suprema Corte ha respinto il ricorso presentato dai legali del 64enne, imprenditore del settore dei pellami e delle calzature dovrà rassegnarsi e dire addio a ville, auto e quote societarie, fu coinvolto in una indagine per favoreggiamento con l’aggravante mafiosa. Nella sua casa, infatti, venne trovato e arrestato Gaetano Piccolo ‘o ceneraiuolo, affiliato al Clan Belforte di Marcianise ed oggi recluso al 41 bis
MARCIANISE – La seconda sezione della Corte di Cassazione, presieduta da Luigi Agostinacchio mette la parola fine alla lunga vicenda giudiziaria legata alla confisca dei beni di Nicola Negro e dei suoi familiari dichiarando inammissibili i ricorsi contro il rigetto della richiesta di revoca della misura patrimoniale. Nel giugno 2010 il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere sezione Misure di Prevenzione ha disposto la confisca dei beni ritenuti nella disponibilità di Negro. La confisca ha ad oggetto beni mobili ed immobili per un valore di circa cinque milioni di euro tra cui intere quote capitale della ditta Nicola Negro costruzioni e Anna Ferraro, locali e depositi a Portico di Caserta, una villa a Capodrise, un immobile a Sessa Aurunca, due vetture di grossa cilindrata un’Audi e una Mercedes ed infine polizze assicurative e conti correnti.
Il provvedimento è stato adottato poichè Negro ritenuto dalla Dda partenopea, presunto prestanome del clan camorristico Belforte per il riciclaggio di denaro proveniente da attività non lecite attraverso l’utilizzo degli esercizi commerciali di pellame e calzature da lui gestiti e legato, inoltre, ai due fratelli Salvatore e Domenico Belforte entrambi capi dell’omonima consorteria criminale oltre che aver favorito la latitanza di Gaetano Piccolo”.
La difesa ha tentato di riaprire il caso sostenendo l’esistenza di nuovi elementi probatori, tra cui una consulenza tecnica volta a dimostrare la compatibilità tra i beni confiscati e i redditi leciti del nucleo familiare. Secondo i ricorrenti, tali elementi non erano stati adeguatamente valutati nei precedenti gradi di giudizio.
La Suprema Corte ha però respinto questa ricostruzione, chiarendo un principio fondamentale: la revoca della confisca è possibile solo in presenza di prove realmente nuove, cioè sopravvenute o non conoscibili al momento del processo. Non basta, invece, una rilettura tecnica di dati già esistenti.
I giudici hanno inoltre ribadito l’autonomia tra processo penale e procedimento di prevenzione. Anche una sentenza penale successiva, che ridimensioni la gravità dei fatti, non incide automaticamente sulla validità della confisca, se restano intatti i presupposti originari.
Altro punto centrale riguarda la stabilità del giudicato: la Cassazione ha sottolineato che gli strumenti di revoca non possono trasformarsi in un mezzo per riaprire processi conclusi o colmare omissioni difensive del passato.
Con questa decisione, la Corte riafferma un orientamento rigoroso: la confisca di prevenzione, una volta definitiva, può essere messa in discussione solo in casi eccezionali e ben circoscritti.
