Anatomia di una sentenza /2. Luciano Licenza assolto. Ecco come la Corte d’Appello ha “demolito” i pentiti
25 Giugno 2026 - 19:58
Seconda ed ultima parte dell’articolo sul verdetto nei confronti di colui che è stato considerato evidentemente a torto, a meno che la Cassazione non ribalti tutto, uno degli imprenditori appartenenti alla scuderia di Michele Zagaria. Il rapporto con Tommaso Barbato e..
CASERTA (g.g.) – Completiamo il lavoro di pubblicazione compendiale delle motivazioni della sentenza di assoluzione, pronunciata dalla quarta sezione penale d’appello di Napoli dell’imprenditore 60enne di san Cipriano luciano licenza.
Completiamo perché già ieri abbiamo scritto un articolo sui fondamenti su cui si è retta la strategia della difesa di licenza, condannato a sei anni di reclusione in primo grado da un gup del tribunale di Napoli, ben 10 anni fa, ossia nel 2016.
Ci sono voluti dunque 10 anni per arrivare ad una sentenza di appello. oggi esporremo gli elementi di relazione tra le ragioni dell’accusa e le valutazione che sulle stesse esprimono i giudici di secondo grado, e la stessa relazione esporremo tra ciò e i medesimi giudici scrivono e gli elementi a discolpa esposti dagli avvocati difensori nelle loro memorie processuali.
Il fatto non sussiste, la corte d’Appello assolve
Intanto iniziamo dalla coda e cioè dalle valutazioni finali offerte dalla quarta sezione penale, il materiale probatorio – scrivono i giudici, non è sufficiente a delineare gli elementi essenziali.
Non è sufficiente da un punto di vista oggettivo a provare: “l’impegno assunto dal prevenuto a favorire, sia pure occasionalmente, gli interessi del gruppo con carattere di serietà e concretezza, in ragione della affidabilità e caratura dei protagonisti del sodalizio, dei caratteri strutturali del citato sodalizio, del contesto storico di riferimento e della specificità dei contenuti”.
Nè si può ritenere, osservano i giudici della corte di appello, il compendio accusatorio abbia contenuti tali da poter verificare: “l’efficacia causale del contributo accertato, sulla base di vaste esperienze dotate di empirica plausibilità, sicché si possa affermare che gli impegni assunti dall’imprenditore abbiano inciso effettivamente di per sé e a prescindere da successi eventuali condotte esecutive dell’accordo sulla conservazione e sul rafforzamento delle capacità operative dell’intera organizzazione criminale”.
Infine, conclude la corte di appello prima di pronunciare l’assoluzione sul fatto che non sussiste, nei confronti di luciano licenza, anche la valutazione del fatto soggettivo porta alle stesse conclusioni. Non ci sono elementi per provare inconfutabilmente l’esistenza di un dolo diretto “inteso come coscienza e volontà del fatto tipico oggetto della previsione incriminatrice, ma anche del contributo causale recato dalla condotta dell’agente (licenza, ndd.) alla conservazione o al rafforzamento dell’associazione, agendo l’interessante nella consapevolezza di dare un contributo, anche parziale, alla realizzazione del programma criminoso del sodalizio”.
Questa la ragion d’essere del verdetto, a cui la corte arriva attraverso una sorta di sistematica demolizione di un impianto accusatorio fondato soprattutto sulle dichiarazione dei tre pentiti, Massimiliano Caterino, detto ‘o Mastrone, uomo di fiducia di Michele Zagaria, che lo utilizzava per curare i rapporti con gli imprenditori, di Attilio Pellegrino, altro pezzo importante del sodalizio di Zagaria, e di Raffaele Venosa.
Le tesi della pubblica accusa
Iniziamo da Massimiliano Caterino, il quale asserisce che Licenza avrebbe incontrato Michele Zagaria durante la latitanza. addirittura non esclude che abbai potuto essere stato licenza a costruire il bunker della latitanza di Zagaria. Caterino dichiara pure che la Vicar società di pino fontana, quest’ultimo condannato in via definitiva sempre nel provvedimento Medea, e di luciano licenza avrebbe costruito appartamenti di lusso a Caserta, forse nelle mani e sotto il controllo di Michele Zagaria.
Per quanto riguarda Attilio Pellegrino, dichiara solo di aver sentito parlare di luciano licenza come imprenditore vicino a Zagaria. nell’elenco dei testimoni d’accusa non abbiamo citato in questo articolo, giacomo Caterino, ex consigliere provinciale e per un periodo anche vicesindaco di San Cipriano e coinvolto in diverse indagini della dda, ad esito delle quali ha anche subito delle condanne. Giacomo Caterino cita licenza come un imprenditore associato a Zagaria e impegnato direttamente nei lavori di somma urgenza.
Andiamo a Raffaele venosa, il quale dichiara alla dda che Michele Zagaria aveva detto che quelli di licenza erano, in realtà soldi suoi e della sua famiglia. non solo, ma Michele Zagaria avrebbe anche detto che senza l’apporto di suo fratello, probabilmente si riferiva a Pasquale Zagaria, Luciano Licenza non avrebbe potuto mai fare i soldi che ha fatto.
dichiarazioni su licenza sono state riversate nei verbali anche dall’imprenditore francesco martino, il quale dichiara di aver partecipato ad un incontro presso lo studio di luciano licenza alla presenza dello stesso Michele Zagaria.
Come la difesa “demolisce” i pentiti
Esaurite le tesi dell’accusa, ecco quelle della difesa, ovviamente citate nella parte introduttiva della sentenza nella corte di appello.
Prima di tutto, Massimiliano Caterino non aveva inizialmente incluso luciano licenza nell’elenco imprenditore di Zagaria, nonostante il fatto che i magistrati della dda lo avessero interrogato su questi elenchi, eppure Caterino proprio come abbiamo già scritto prima è titolare di un incarico delicatissimo essendo lui la persona che rappresenta Zagaria con il mondo dell’impresa. è da una sollecitazione del pm che Caterino coglie come una sorta di assist solo a quel punto fa il nome di licenza.
Poca importanza hanno, secondo la difesa, le dichiarazioni de relato o per sentito dire di Attilio pellegrino e quelle generiche di giacomo Caterino. Per quanto riguarda Venosa, questi entrerebbe in contraddizione con Massimiliano. Caterino in quanto ha asserito che luciano licenza sarebbe stato inserito solo una volta nelle liste degli imprenditori, nell’anno 2012 in occasione delle festività pasquali, per una richiesta estorsiva di 50mila euro.
Un errore compiuto dal giudice di primo grado che ha condannato licenza è stato quello di asserire che quest’ultimo non avesse mai presentato denuncia per estorsione. ma questo non è, perché licenza le denunce le ha presentate già nel 2014 nei confronti di Massimiliano Caterino e poi nei confronti di Michele Zagaria.
Per quanto riguarda la sceneggiata degli imprenditori antiracket di cui abbiamo già scritto ieri è stata la testimonianza di Tano Grasso ad escludere il nome di licenza da questo elenco di vittime farlocche.
Gli affidamenti della rete idrica e Tommaso Barbato
Per quanto riguarda il rapporto con Tommaso Barbato, patron degli affidamenti e delle somme urgenze per i lavori delle reti idriche sotto l’egida della regione Campania, questo è stato di rapporto corruttivo e concusisivo.
Precisando che i loro rapporti si sono interrotti nel 2005, quando il politico nolano si è candidato al consiglio regionale. Barbato, come già pure sottolineato, è stato condannato per corruzione ma è stato del tutto scagionato per il reato di camorra. Sempre la difesa ha fatto notare che nel periodo in cui questi rapporti tra Licenza e Barbato si sono sviluppati, la condizione economica del primo è peggiorata come dimostrano documenti ufficiali della dichiarazione die redditi
Tra le altre cose, licenza non ha iniziato a lavorare per la regione Campania con Barbato, ma partecipava agli appalti dal 1993, subentrando al suocero pasquale galoppo, in un tempo, aggiungiamo noi, non era neppure iniziata l’epoca di un elezione diretta dei governatori che celebrò la sua prima elezione nel ’95 quando a vincere fu Antonio Rastrelli, espresso da alleanza nazionale come candidato del centro destra. anche in questo caso la dichiarazione di Massimiliano Caterino il quale sostiene che dal 2002 licenza aveva cominciato appalti e affidamenti in regione non è esatta.
Su Vicar abbiamo già detto, ma nel 2009 licenza lasciò al società non appena Carmine Zagaria fece pressioni affinché quei lavori fossero affidati in subappalto ad un loro cottimista, e consegnando le proprie quote a pino fontana. il contratto sulle unità immobiliari è stato stipulato il 16 Aprile 2009, per cui, secondo la difesa, a questo contratto licenza sarebbe estraneo.
La Corte d’Appello dà ragione agli avvocati difensori
E qui arriva il punto centrale di questa sentenza, in quanto la corte di appello dichiara “di condividere le argomentazioni poste dalla difesa a sostegno del proprio assistito”. La chiamata in correità da parte di Massimiliano Caterino viene definita “generica”, infatti Caterino non indica le somme che licenza avrebbe versato al clan in questo rapporto di società di fatto, in cambio dell’affidamento delle commesse, men che meno Caterino indica quanti e quali sono stati i lavori di somma urgenza ottenuti grazie ai “buoni uffici” del gruppo di Michele Zagaria.
A differenza di quello che ha detto il giudice che ha condannato licenza, questi fin dal 2013 aveva reso dichiarazioni in cui aveva riferito di aver subito estorsioni dal parte del clan. Ed ecco la precisazione temporale delle denunce di cui abbiamo scritto prima, nell’anno 2014 formali, da cui sono nate indagini che hanno portato a condanne nei tribunali.
per la corte di appello, Massimiliano Caterino comincia ad attaccare luciano licenza nel 2015. e ciò lo avrebbe fatto proprio a seguito delle denunce presentate dall’imprenditore.
per quanto riguarda la famosa lista degli imprenditori, indicata da venosa, non è stata mai rinvenuta, mai consegnata. dichiarazioni che lasciano, secondo la corte d’appello il tempo che trovano.
Altri contenuti ci sono ancora in questa sentenza, ma tutti i punti principali li abbiamo riportati tra l’articolo di ieri e il focus odierno.
