ESTORSIONE AL POLO SCOLASTICO. La busta con i soldi nella borsa della compagna dell’ex boss ‘o Pecuraro. Così in Appello cambia tutto
4 Luglio 2026 - 16:00
Il ribaltone nel nuovo capitolo giudiziario
SANTA MARIA A VICO – La Corte d’Appello di Napoli ha confermato la condanna nei confronti del 70enne Clemente Massaro, conosciuto come ‘o pecuraro, ma ha completamente ribaltato il verdetto emesso in primo grado nei confronti della compagna Antonietta Sgambato, detta ‘a sparatora. Se in precedenza era stata assolta, i giudici di secondo grado l’hanno invece ritenuta responsabile, condannandola a 4 anni e 5 mesi di reclusione.
L’inchiesta, condotta dai carabinieri della Compagnia di Maddaloni, portò all’arresto della coppia nell’aprile del 2025, al termine di un’indagine nata dalla denuncia dell’imprenditore impegnato nella costruzione del campus scolastico di via Felicissimo a Santa Maria a Vico. Secondo la ricostruzione accusatoria, agli imprenditori sarebbe stato imposto il pagamento del 3% dell’importo di un appalto del valore di circa 3 milioni e 300mila euro, relativo al primo lotto dell’opera.
Nel processo celebrato con rito abbreviato davanti al Gip di Napoli, Massaro era stato condannato a 5 anni, 6 mesi e 20 giorni di carcere, mentre la compagna era stata assolta e rimessa in libertà, con la restituzione delle somme sequestrate. In quella circostanza il giudice aveva escluso il coinvolgimento diretto della donna, ritenendo che non fosse presente durante la richiesta estorsiva e che il fatto di aver ricevuto la busta dal compagno non dimostrasse la consapevolezza della provenienza del denaro.
Una valutazione che la Procura aveva contestato fin dal primo grado, chiedendo per Sgambato una condanna a dieci anni. L’Appello ha ora accolto questa diversa interpretazione, ritenendo provata la sua partecipazione ai fatti. Schiaccianti sono state le immagini acquisite durante le indagini, nelle quali si vede Sgambato prendere la busta contenente il denaro e riporla nella propria borsa.
Per Massaro resta invece confermata la responsabilità già accertata. Nel primo verdetto era stata riconosciuta anche l’aggravante del metodo mafioso, mentre era stata esclusa quella dell’agevolazione del clan, in assenza di elementi che dimostrassero una sua attuale appartenenza all’organizzazione criminale che porta il suo cognome. In passato, il 70enne era stato condannato per la partecipazione al clan fino al 2003, ma non erano emerse prove sufficienti per affermare un suo coinvolgimento stabile negli anni successivi.
