Romina Del Gaudio, il caso torna davanti al gip: decisivo il DNA trovato sul giubbino
4 Luglio 2026 - 11:49
Una notizia che, dopo ventidue anni di silenzi, errori e piste cadute nel vuoto, riaccende una speranza fragile ma reale
AVERSA – (Tina Palomba) C’è una data, fissata in questi giorni, segnata sul calendario dei familiari di Romina Del Gaudio, novembre. È il mese in cui, davanti al gip tribunale di Santa Maria Capua Vetere, si discuterà l’opposizione alla quarta richiesta di archiviazione presentata dai pubblici ministeri Gerardina Cozzolino e Daniela Pannone. Accolto da parte procuratore aggiunto Graziella Arlomede il ricorso presentato dall’avvocato Marco Spena, legale di parte civile per conto dello zio della vittima, Ciro Gallo. Una notizia che, dopo ventidue anni di silenzi, errori e piste cadute nel vuoto, riaccende una speranza fragile ma reale, grazie al ritrovamento del DNA del presunto assassino sul giubbino della ragazza.
Romina aveva diciannove anni quando, il 4 giugno 2004, uscì di casa ai Camaldoli per andare a lavorare come promoter porta a porta per conto di Wind, tramite la società Global Impact. Quel giorno il gruppo di colleghi fu dirottato ad Aversa. Alle tredici Romina fu vista per l’ultima volta vicino a una macelleria di Via Roma, intenta in una breve discussione con qualcuno che nessuno riuscì mai a descrivere. Da lì, il nulla.
Quarantasette giorni di ricerche inutili, di appelli caduti nel vuoto, di un’indagine partita tardi e mai davvero decollata. Nessuno pensò a mappare le celle telefoniche agganciate dal suo cellulare quel pomeriggio. Poi, il 21 luglio 2004, una telefonata anonima portò i carabinieri nel bosco della Reggia di Carditello, dove furono trovati i resti scheletrizzati della ragazza, insieme a un intero corredo di reperti mai del tutto spiegati. Un giubbino di pelle nera, uno slip non riconosciuto dalla madre, un giubbino azzurro Hilfiger, un pacchetto di sigarette Fortuna, una tessera della piscina Poseidon di Parete, un flacone di lubrificante tedesco. Mancavano, invece, le chiavi di casa, il telefonino, la borsa, la carta d’identità e le mutandine della ragazza.
L’autopsia raccontò l’orrore. Due colpi di pistola calibro 22 alla testa, sparati a distanza ravvicinata, e una profonda ferita da taglio alla schiena. Il corpo, esposto per settimane al caldo estivo, non permise di accertare con certezza una violenza sessuale né di rilevare tracce di liquido seminale, anche se il reggiseno tagliato sul davanti lasciò pochi dubbi agli inquirenti.
Negli anni le piste si sono susseguite senza mai chiudersi davvero. Un vicino di casa, Luciano Agnino, ossessionato dalla ragazza, che insieme all’amico Fabio Fiore fu scagionato dagli esami scientifici dell’epoca. Lettere anonime indirizzate alla famiglia. L’ombra di una vendetta trasversale contro il padre di Romina, Gennaro Del Gaudio, residente in Germania e testimone in un processo legato alla malavita casertana. L’ipotesi di un serial killer attivo in quegli anni contro le prostitute della provincia di Caserta.
C’è anche un episodio inquietante avvenuto pochi giorni prima della scomparsa di Romina, il 3 giugno 2004, proprio a Parete, a pochi chilometri da dove poi sarebbe stato ritrovato il suo corpo. Tre uomini armati tentarono di rapire una ragazza con connotati simili a quelli di Romina. Il piano fallì solo per l’intervento fortuito di un dentista che si trovava sul posto e che riuscì a far desistere gli aggressori. Un episodio che, per la vicinanza di luogo e di tempo, gli investigatori non hanno mai potuto escludere del tutto dal quadro del delitto.
Proprio sulla figura di Gennaro Del Gaudio si aprirono diverse piste investigative, che portarono i carabinieri di Caserta a indagare anche in territorio tedesco. Tra le ipotesi vagliate, quella di una vendetta partita da Francoforte, dove l’uomo viveva, legata al fatto che fosse stato testimone in un processo contro alcuni personaggi originari di Casal di Principe.
Ma è la scienza, oggi, a riaprire lo spiraglio più concreto. Il giubbino di pelle indossato da Romina quel giorno ha restituito, sul retro, un DNA maschile ignoto parzialmente compatibile con i profili di due pregiudicati stranieri. Uno spagnolo, mai identificato per la mancata collaborazione delle autorità di Madrid, e un cittadino francese, un uomo nato nel 1951 e conosciuto con il nome di Jacques, denunciato nel 2012 per violenza aggravata. Nessuno dei due risulta mai stato fermato in Italia, ma i dati in possesso degli inquirenti coprono solo il periodo successivo al 2004, e nulla esclude che uno di loro, o un loro familiare, sia passato dalle parti di Aversa proprio in quei giorni.
Anche il pacchetto di sigarette Fortuna, fotografato dai carabinieri il giorno del ritrovamento dei resti nel bosco di Carditello, torna oggi a incuriosire gli investigatori. Ci si chiede se l’assassino l’abbia perso o gettato via distrattamente, un errore che oggi, alla luce delle nuove tecniche di analisi, potrebbe rivelarsi decisivo. Il marchio, prodotto dall’azienda franco-spagnola Altadis, era all’epoca estremamente diffuso in Spagna, e proprio dal 2004, l’anno dell’omicidio di Romina, la sua commercializzazione fu introdotta anche in Italia.
Ed è proprio su questi elementi che punta ora l’avvocato Marco Spena, legale di parte civile per conto dello zio della vittima, Ciro Gallo, affiancato dalla criminologa Luisa D’Aniello e dalla genetista forense Marina Baldi. La richiesta è chiara, ottenere i dati grezzi delle analisi condotte in Francia e in Spagna, cioè gli elettroferogrammi e i dati di amplificazione del PCR mai trasmessi agli italiani, per verificare la reale affidabilità di quella compatibilità parziale. E poi un’indagine genetica in ambito familiare su entrambi i pregiudicati, per capire se un parente, un fratello, un figlio possa essere l’uomo che lasciò la sua traccia biologica su quell’indumento. A questo si aggiungono nuove analisi con le tecnologie più moderne su tutti i reperti, il test dello Stub sul giubbino Hilfiger mai rivendicato, e uno studio del terreno del bosco di Carditello per capire se Romina fu uccisa lì o se il suo corpo fu solo abbandonato in un secondo momento.
Anche la tessera della piscina Poseidon di Parete, trascurata per vent’anni, è tornata al centro dell’attenzione. L’investigatore privato Giacomo Morandi è risalito al suo proprietario, un uomo che nel 2004 aveva trentacinque anni.
Grazia Gallo, la madre di Romina, è morta nel 2014 senza avere risposte. Suo marito Gennaro è morto nel 2024, anche lui senza sapere chi abbia spezzato la vita di sua figlia. Oggi resta lo zio Ciro Gallo a portare avanti una battaglia che sembra non avere fine, sostenuto dalle parole del suo avvocato, “la verità”, ha detto Marco Spena, “non va mai in prescrizione” nel corso di una puntata della trasmissione “Chi l’ha visto”.
Ventidue anni, quattro archiviazioni, due DNA sconosciuti e una famiglia che non si è mai arresa. A novembre si scriverà un’altra pagina di questa storia, forse quella decisiva, forse solo l’ennesimo rinvio. Ma per chi da più di due decenni aspetta un nome e una verità, anche una crepa nel muro del silenzio è motivo per continuare a sperare.
