CASERTA Oggi l’ultimo abbraccio della Civitas Casertana a Padre Nogaro, gigante della fede e timone delle coscienze.
9 Gennaio 2026 - 08:40
Caserta (pm) – Tra poche ore la città si accingerà alle esequie di Padre Raffaele Nogaro e alla sua inumazione nel cimitero comunale dove egli ha scelto di restare per sempre: tra la sua gente, come amava dire
Abbiamo chiesto a Sergio Tanzarella, che forse più di tutti lo ha conosciuto e gli è stato vicino testimone privilegiato del suo cammino, di tratteggiare per l’ultimo saluto il profilo di un uomo che non ha solo guidato la sua Chiesa, ma ha seminato inquietudine e speranza, cambiando per sempre il volto e il cuore della comunità casertana. Questo è il testo che ci ha inviato e di cui lo ringraziamo:
Raffaele Nogaro: “Non tenere mai nulla per sé”
Ormai è dicembre. Sappiamo entrambi che la morte è ormai prossima, i segnali sono evidenti, ma non abbiamo da aggiungere parole a quelle che ci siamo detti in questi 35 anni di amichevole collaborazione. Nelle ultime estati tutte le domeniche, compreso il Ferragosto, a pranzo insieme nella sua minuscola e povera casetta di due stanzette, visitata durante la settimana da un pellegrinaggio continuo di persone e di gruppi che, anche con viaggi di molte ore, hanno bussato alla porta, sempre aperta, per un confronto, un consiglio, un incoraggiamento, un sostegno. Estati soffocanti di calore nel deserto di una città abbandonata all’incuria e all’indifferenza. Vittima di una corruzione sistemica e di una presenza attiva della camorra che dissangua la vita, esattamente l’opposto di quella Civitas invano proposta dal Vescovo.
Ma ora è tempo di partire. Il Vescovo si tiene pronto, la lampada è accesa, accarezza più spesso tra le mani un modesto crocifisso incerottato, paradigma dei crocifissi della storia a cui ha dedicato tutta la vita. Desidera che nella bara lo possa stringere ancora tra le mani. Raccomanda di non ricevere alcun onore, solo la talare nera di prete quale è stato, nessuna insegna del potere. Del resto di anello, pettorale, mitra, zucchetto, pastorale, filettature viola se ne è disfatto da decenni rifiutando ogni costantinismo e trionfalismo mondano. È ciò che i benpensanti e i devoti della religione civile, una religione inamidata e impeccabile sebben senza fede e resurrezione, non gli hanno perdonato. Eppure con quella talare un po’ logora percorreva a piedi ogni giorno la città a far visita agli ammalati in casa e in ospedale. Nei pomeriggi assolati o di freddo era frequente trovarlo sul proprio cammino e i suoi tempi si allungavano per questi incontri inattesi. Per ognuno un nome e una parola di speranza pur tra i cumuli di spazzatura e i marciapiedi dissestati. Oppure chiedeva un passaggio per raggiungere i poveri alloggi dei migranti o i presidi degli operai delle fabbriche che licenziavano, o di quelle che mortalmente inquinavano o la discarica dello Uttaro che i politici vollero realizzare a 3 chilometri dal centro della città, la discarica mortale che per due volte occupò facendosi chiudere dentro per salvare la vita del popolo del quale volle condividere sempre la sorte.
Ma ora è proprio tempo di partire e ogni separazione ci strappa un po’ di pelle e noi siamo fatti anche di questo, direi soprattutto. Nella sua progressiva conversione il Vescovo ha abbandonato le tentazioni degli spiritualismi devoti e privi di conseguenze per la vita, si è immerso totalmente nella realtà tumultuosa dell’incarnazione avvertendo così il Cristo sempre più vicino, inseparabile amico.
Anche oggi molte visite, come sempre gente comunissima, molti di condizione modesta. Una signora venuta sotto il diluvio nell’andar via mi dice sottovoce: “Lei pensa che potrò mai dirgli abbastanza grazie?”. Due sconosciuti hanno attraversato la città a piedi, inzuppati per bene: “Lei non sa che cosa lui ha fatto per noi!”. Ma non erano i soli a non sapere, anche il Vescovo lo ignorava. Perché davvero il bene non si compiace mai di se stesso. Molti episodi edificanti in questi giorni, come sempre. Senza febbre lucidità totale, pur alla fine della vita la compassione al presente dell’umanità non viene mai meno. Così si ritorna a parlare degli amici scomparsi da don Franco Alfieri a Giovanni Avena, della nostra visita a Tonino Bello ormai morente e a quelle ad Arturo Paoli e Luigi Di Liegro, dell’avvocato Petteruti che lo sostenne negli anni di Sessa e di don Mimì e suor Concettina che furono il sostegno in quelli di Caserta, della riforma della Chiesa e dell’abbandono del modello costantiniano e teodosiano, della urgente necessità per la Chiesa della prossimità alla vita degli esseri umani, del controllo dei mezzi di informazione da parte di tutti i poteri, della condanna di tutte le armi e le guerre e dei complici silenzi sulla pedofilia, dell’eccidio dei palestinesi da parte del governo israeliano, della dolorosa e ingiustificabile emarginazione delle donne nella Chiesa, della sistematica persecuzione dei migranti e dell’inumanità del centro di detenzione in Albania e degli altri centri di reclusione, della mostruosa iniquità delle azioni di Trump e della sua corte di ferventi cattolici, delle emergenze di Caserta città oramai in rovina, della sua visita a papa Francesco e della grandezza dei suoi gesti.
Come sempre gli ricordo che le azioni del papa le abbiamo vissute con 30 anni di anticipo, compiute da lui e che l’unica cattedra del suo magistero è stata quella della povertà e da questa nessuno l’ha mai potuto smentire. Adesso però non nega più, come in passato, questa mia considerazione, sa che è ciò che tutti gli riconoscono e che è vero. Si limita a guardarmi e percepisco come il ricordo di ciò che ha compiuto sia ormai già oltre la scena di questo mondo.
Oggi sono stato in banca, gli dico. Il direttore mi ha detto: “Quante persone avete aiutato in questi trent’anni! E nessuno lo ha saputo”. Ho risposto: “Certo. E nemmeno noi”. Ride divertito.
È così che sono stato testimone, senza alcun merito, di una santità nascosta e vivente, palpitante di un bene fatto senza clamore e senza celebrazioni. Totalmente lontano dai pranzi natalizi di beneficenza e dalle “buone notizie”. Uno stile in cui noi due ci siamo perfettamente ritrovati. Ispirato sempre al Samaritano a lui tanto caro: aiutare chiunque senza distinzioni o appartenenze, imponendogli però di dimenticare, di non sentirsi in debito di riconoscenza. Non donare ma restituire, perché se a qualcuno manca qualcosa non è per disgrazia, ma perché gli è stato tolto. Dunque mai dire “i meno fortunati”. Per questo mai “poveri” ma impoveriti, cioè derubati del diritto alla vita e alla speranza. E in modo implicito senza dichiarazioni e pubblicità: “Non tenere mai nulla per sé”.
Sergio Tanzarella
