Il patrimonio da 12 MILIONI dei Balivo in mano allo Stato. I giudici “fanno felice” la famiglia di imprenditori. ECCO PERCHE’
4 Maggio 2026 - 18:32
TRENTOLA DUCENTA – La seconda sezione della Corte di Cassazione ha accolto i ricorsi presentati dai componenti della famiglia Balivo, di cui due componenti sono stati ritenuti imprenditori vicini al clan dei Casalesi. I giudici supremi, presieduti da Marco Maria Alma, hanno annullato il decreto di confisca dei beni emesso dalla Corte d’Appello di Napoli e disposto un nuovo processo dinanzi ad altra sezione del tribunale partenopeo. Il nuovo giudizio dovrà concentrarsi in particolare sulla proporzione tra i beni confiscati e il periodo di effettiva pericolosità sociale dei ricorrenti. Il provvedimento riguarda Francesco Balivo, Salvatore Balivo, Silvestro Balivo, Maria Luisa Balivo, Maria Rotonda Giordano e Gaetano Balivo.
La vicenda trae origine dalla maxi inchiesta Jambo1, che aveva ricostruito un sistema di espropri forzati ai danni di agricoltori dell’agro aversano per la realizzazione di un centro commerciale. In quella indagine era emerso il ruolo di socio occulto del boss Michele Zagaria. Gaetano e Silvestro Balivo furono individuati come imprenditori contigui al clan.
In primo grado, il tribunale di Santa Maria Capua Vetere, su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia, aveva disposto la confisca di beni per un valore complessivo di circa 12 milioni di euro. Il patrimonio sottratto alla famiglia comprendeva un intero complesso di palazzine a Trentola Ducenta, altri immobili nello stesso comune, una proprietà a Sessa Aurunca, una casa a Fiuggi, ulteriori beni immobili e diversi conti correnti bancari. La Corte d’Appello di Napoli aveva in parte confermato il provvedimento, restituendo alcuni beni ai figli dei Balivo.
Avverso quella decisione, gli interessati hanno presentato ricorso in Cassazione. La difesa di Maria Rotonda Giordano ha contestato specificamente la revoca della confisca per alcuni immobili a Sessa Aurunca e a Trentola Ducenta, dimostrando la liceità degli acquisti grazie a un reddito agrario di cui la donna all’epoca fruiva. Argomentazioni simili sono state portate avanti per gli altri ricorrenti, con le difese che hanno sostenuto la legittimità delle acquisizioni patrimoniali e l’inattendibilità delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, poste a fondamento delle presunte cointeressenze con Michele Zagaria.
La Cassazione ha accolto le tesi difensive. Per i giudici supremi, il meccanismo di confisca non può basarsi su accertamenti empirici o su un effetto di trascinamento derivante da una presunta illecita accumulazione pregressa. La pericolosità sociale dei soggetti non può fungere da recinto temporale illimitato per l’ablazione patrimoniale. Quando gli acquisti sono distanti dal periodo in cui si è manifestato il requisito soggettivo di pericolosità, la sola verifica dell’incapacità reddituale non è sufficiente a sostenere la confisca.
Sulla base di questi principi, la Suprema Corte ha annullato il decreto ablativo e ha disposto il rinvio per un nuovo esame alla Corte d’Appello di Napoli.
