LA DOMENICA DI DON GALEONE. Non si può vivere come se Dio non ci fosse. L’uomo che crede di aver trovato la propria libertà e il proprio successo personale in questa illusione, si apre alla più cocente delle delusioni

25 Settembre 2022 - 08:55

25 settembre 2022 ✣ XXVI domenica TO (C)

Il ricco, questo stolto e sfortunato!

Prima lettura  Voi che vi date a vita dissoluta, andrete in esilio! (Am 6, 1). Seconda lettura Conserva irreprensibile il comandamento, fino alla manifestazione del Signore (1Tm 6, 11). Terza lettura   In vita tu hai ricevuto beni e Lazzaro mali; ora lui è nel bene e tu nel male (Lc 16, 19).

La domenica “di Lazzaro povero e felice”   
Vi
fu un tempo in cui Dio sembrava alleato dei ricchi; il benessere, l’abbondanza di beni erano considerati segni della sua benedizione. La prima volta che nella Bibbia compare la parola ebraica kèsef – ֶכ ֶסף (che significa argento, denaro) è riferita ad Abramo. Egli “era molto ricco in bestiame, argento e oro” (Gn 13,2); Isacco “fece una semina e raccolse in quell’anno il centuplo. Il Signore, infatti, lo aveva benedetto” (Gn 26,12); Giacobbe possedeva innumerevoli “buoi, asini e greggi, schiavi e schiave” (Gn 32,6). Anche il Salmista non sa promettere di meglio al giusto; dice: “Abbondanza e ricchezza saranno nella tua casa” (Sal 112,3). La povertà era ritenuta un disonore. Con i profeti avviene un capovolgimento di prospettiva; si comincia a capire che i beni accumulati dai ricchi non sono sempre frutto del loro onesto lavoro e della benedizione di Dio. Gesù considera la ricchezza come ostacolo all’entrata nel regno dei Cieli.

style="color: #ff0000;">Vangelo (Lc 16,19-31)   Il brano di Vangelo presenta una situazione drammatica. Della celebre parabola, che solo l’evangelista Luca ci ha trasmesso, appare la predilezione di Dio per Lazzaro e per tutti i poveri di ogni tempo e di ogni luogo. Forse Gesù si è ispirato a qualche fatto realmente accaduto. Ricchi dal cuore di pietra ce ne sono sempre stati; oggi però questa durezza si manifesta non solo nel singolo ma anche nelle nazioni del benessere. Per comprendere bene la parabola, cominciamo a identificare i tre personaggi:
Uno (Dio) che non viene nominato, ma è Colui che, nell’altro mondo, mette a posto ciò che in questo mondo non è andato bene.
Poi, Lazzaro, che rimane sempre nell’ombra. Non dice nemmeno una parola, non fa assolutamente nulla, non muove un dito, non fa un passo. Egli sta sempre seduto: in terra alla porta del ricco, in cielo in braccio ad Abramo e, durante il viaggio, è trasportato dagli angeli. In nessun’altra parabola Gesù assegna un nome ai personaggi! Solo in questa si dice che il povero si chiamava Lazzaro (Il Signore aiuta). In questo mondo chi «ha un nome»? A chi sono dedicate le prime pagine dei giornali? Per Gesù succede il contrario.
Mentre il povero ha un nome molto espressivo, il ricco, invece, è un tale, ma recita una parte importante: il suo dialogo con Abramo occupa due terzi del racconto.

Dopo aver elencato i personaggi concentriamo l’attenzione su ognuno, cominciando dal ricco che è stato condannato, anche se non si capisce bene il perché. Non ha fatto niente di male: non si dice che rubasse, che non pagasse le tasse, che bestemmiasse, che fosse un dissoluto, che non fosse un religioso praticante. Forse era insensibile ai bisogni degli altri, non aiutava i poveri e dunque commetteva un grave peccato di omissione. Ma se Lazzaro stava alla sua porta, vuol dire che qualche briciola la rimediava. Il ricco gozzovigliava, si vestiva all’ultima moda, ma sempre spendendo del suo. Dunque, aveva un comportamento morale normale, come tanti! Quando Abramo gli nega la goccia d’acqua, non gli rinfaccia alcuna colpa. Si limita a ricordargli che egli in terra ha goduto, mentre Lazzaro ha sofferto. Poi in cielo le cose si sono capovolte. Ma non viene spiegato il perché. Meglio, dunque, non parlare del “cattivo ricco”. C’è chi tende a demonizzare i ricchi, e ad esaltare i poveri, quasi fossero sempre modelli di ogni virtù.

E Lazzaro? Che cosa ha fatto per meritarsi il paradiso? Nulla. Lo abbiamo notato: durante tutta la sua vita non ha mosso un dito. Non si dice che era umile e educato, che andava a pregare nella sinagoga, che era stato un padre di famiglia laborioso ed esemplare. Chi ci assicura che non fosse un fannullone, uno che aveva sperperato tutti i suoi beni? E le sue piaghe non potrebbero essere la conseguenza di malattie contratte con una vita dissoluta? Di lui si sa solo che sulla terra era povero e che la sua situazione era poi cambiata. Ma non ne viene spiegata la ragione.

  Che dire infine dell’atteggiamento di Abramo? In Israele si riteneva che egli, essendo il padre del popolo e l’amico di Dio (Dn 3,35), potesse, con la sua intercessione, togliere i suoi figli perfino dall’inferno. Bene, egli nega una goccia d’acqua a un povero disgraziato. Si può essere a tal punto senza cuore? Il ricco manifesta sentimenti migliori: pur nei tormenti, si preoccupa dei suoi fratelli. Mettendo insieme tutti questi elementi possiamo già trarre una prima conclusione: il ricco non ha commesso colpe e Lazzaro non ha compiuto opere buone. E allora? Semplice: vuol dire che la parabola ha un altro messaggio. Cerchiamo di approfondire.

  I predicatori del tempo di Gesù usavano spesso tali immagini colorite; parlavano volentieri di castighi crudeli, perché erano convinti che queste minacce servissero a far rinsavire le persone. Anche Gesù usava queste immagini (v. 26). Si tratta delle classiche immagini create dalla fervida fantasia degli orientali per rappresentare l’aldilà. Sarebbe ingenuo ricavarne conclusioni teologiche riguardo all’inferno, e sarebbe del tutto fuorviarne attribuire a Dio o ad Abramo il comportamento quasi crudele nei confronti di un peccatore pentito.

  Arriviamo così al messaggio della parabola. Gesù parla di un ricco che viene condannato non perché cattivo, ma semplicemente perché era egoista, perché accumulava ma non condivideva. Gesù vuole fare capire ai discepoli che i beni sono stati dati per tutti e chi ne ha di più deve condividerli con coloro che ne hanno di meno o non hanno nulla, in modo che ci sia uguaglianza (cf. 2Cor 8,13). Commentando questa parabola, sant’Ambrogio diceva: “Quando tu dai qualcosa al povero, non gli offri ciò che è tuo, gli restituisci soltanto ciò che è già suo, perché la terra e i beni di questo mondo sono di tutti, non dei ricchi”.

  L’ultima parte della parabola (w. 27-31) sposta l’attenzione sui cinque fratelli del ricco che continuano a vivere in questo mondo e che corrono il rischio di rovinarsi facendo cattivo uso dei beni. Rappresentano i discepoli delle comunità cristiane (il numero cinque indica tutto il popolo d’Israele) i quali sono tentati di attaccare il cuore alla ricchezza. Come possono liberarsi dalla seduzione della ricchezza? Il ricco ha una sua proposta e la ripete con insistenza, per due volte: supplica il padre Abramo di far giungere prodigiosamente – mediante una visione o un sogno – un messaggio dall’oltretomba. La risposta di Abramo è ferma e chiara: unica forza capace di staccare il cuore del ricco dai suoi beni è la parola di Dio. Mosè e i Profeti era la formula con cui, al tempo di Gesù, si indicava tutta la sacra Scrittura. Chi non si lascia scalfire dalla parola di Dio è certamente impermeabile a qualunque altra argomentazione e minaccia. Quindi, da parte di Dio, nessuna vendetta, nessuna esecuzione, nessun giustizialismo, ma solo rimproveri e minacce educative!

  Questa parabola oggi riceve una grande attualità. Il ricco comprende l’1% dei multimilionari, che ogni anno accumulano sempre più ricchezza. Il povero rappresenta l’80% della popolazione mondiale, che non può arrivare a fine mese. Diventa necessario ripensare l’attualità spaventosa che comporta il “peccato di omissione”. Quando facciamo qualcosa di male, la coscienza non ci lascia tranquilli ma, quando tralasciamo di fare cose che dovremmo fare, la coscienza solitamente resta tranquilla. E tuttavia l’omissione del dovere non compiuto causa molti disastri e sofferenze. È questo il caso del ricco descritto nel Vangelo: egli ha fatto alcun male al mendicante. Semplicemente lo ha lasciato non sulla “porta” della sua casa, ma nel suo “portale”, la parte della casa in cui sta la porta che dà sulla via. Peccato di omissione è stato quello del sacerdote e del levita nella parabola del buon samaritano (Lc 10, 31-32). E a causa di peccati di omissione sarà pronunciata la sentenza di perdizione nel giudizio finale, contro coloro che non hanno dato da mangiare all’affamato, da bere all’assetato, e non hanno visitato l’ammalato… (Mt 25, 41-46).

✶  Perché si verificano il peccato di omissione e l’insensibilità di fronte alla sofferenza? Sono gli effetti inevitabili dell’abbondanza di denaro concentrato in poche mani. Quelli che possiedono denaro in abbondanza, per questo stesso motivo e solo per questo diventano insensibili di fronte alla maggioranza delle situazioni di sofferenza. Ci sono persone religiose ricche che si cercano persino i «confessori su misura», che infondano in loro atti di pietà e devozione, ma che lascino loro le coscienze tranquille! Nella crisi attuale la distanza tra quelli che guadagnano di più e quelli che guadagnano di meno è diventata più grande rispetto al periodo prima della crisi. Come si spiega una simile barbarie? Dobbiamo pensarlo davanti al Signore e davanti ai milioni di poveri che abbiamo in questo periodo. Buona vita!