LA TRAGEDIA. Operaio 40enne si uccide a lavoro. Era in videochiamata con la moglie mentre si toglieva la vita

29 Aprile 2026 - 09:52

L’utilizzo di manodopera proveniente dall’India e le condizioni di lavoro non semplici in cui vivono tutti questi lavoratori andrebbero analizzate per provare a capire perché, più volte, abbiamo dato notizie simili a quella di ieri

GRAZZANISE – La morte di un operaio indiano quarantenne avvenuta ieri, martedì, all’interno dell’azienda bufalina Lanna di Grazzanise, situata sulla provinciale Borgo Appio, non è un caso isolato. Tre, quattro volte all’anno ci arriva in redazione questa tipologia di notizia, ovvero un suicidio compiuto da operai provenienti da quella zona del mondo.

Un dettaglio drammatico rispetto alla tragedia avvenuta nell’azienda bufalina è emerso nelle scorse ore. L’operaio che si è tolto la vita avrebbe fatto una chiamata, uno videochiamata con la moglie, rimasta in India, proprio mentre stava per farla finita impiccandosi. Un messaggio di addio terribile, con la donna che non ha potuto fare molto per evitare che suo marito si togliesse la vita.

TRA INDUISMO E MANODOPERA

Forse non sapremo mai le specifiche motivazioni che hanno portato a questo gesto, ma possiamo cercare di dare luce al contesto dei lavoratori delle aziende bufaline casertane provenienti dall’India. Negli ultimi anni c’è stato un aumento considerevole dei dipendenti assunti dagli allevamenti di bovini proveniente dall’India.

Per gli imprenditori del settore è diventato necessario trovare forza lavoro straniera. L’allevamento delle bufale richiede turni lunghi, lavoro fisico pesante e orari scomodi, mungitura all’alba, pulizia stalle, eccetera.

E la scelta di dipendenti di origine indiana si collega a due fattori. Il primo è la presenza sul territorio di una forte enclave indiana, seppure inferiore rispetto a quella già insediatasi nell’agro pontino laziale, l’altra è il rapporto che una parte di popolazione indiana, quella di religione induista, ha con le vacche, animali considerati sacri.

Una necessità sempre crescente perché, come detto, l’allevamento delle bufale è faticoso, tutt’altro che facile e, come le aziende agricole hanno bisogno di manodopera straniera, stessa cosa dicasi per gli allevamenti, visto che è molto improbabile ormai trovare persone italiane che accettino questa tipologia di lavoro, essendo aumentata la qualità della vita, il livello di studio, come in tutti i paesi dell’Europa Occidentale.

IL CASO DI IERI PER SPIEGARE UN CONTESTO

Ora, è ovvio che noi non stiamo descrivendo l’azienda Lanna nello specifico, ma parliamo di un fenomeno diffusissimo, come dimostrano i dati della prefettura di Caserta e della questura, che si occupano di rilasciare i permessi di lavoro ai dipendenti che arrivano in Italia per lavorare.

Una concorrenza, spesso anche sleale, che arriva da Paesi interni ed esterni all’Unione Europea, relativa alla vendita del latte, ha reso inevitabile per gli imprenditori del settore bufalino della nostra provincia cercare di abbattere i costi il più possibile. E la possibilità di utilizzare manodopera proveniente da paesi in cui la povertà è molto più diffusa rispetto che in Italia e che, quindi, guadagnare di più non è l’obiettivo, bensì trovare il modo di restare nel nostro Paese, ha fatto sì che questi operai extracomunitari arrivassero a riempire le file delle aziende bufaline casertane.

Ripetiamo, qui non stiamo analizzando il caso dell’azienda agricola di Grazzanise dove è avvenuto il suicidio, ma stiamo cercando di contestualizzare una vicenda che non è un caso isolato.

Parliamo di persone che per mesi, anni, sono lontani dalla propria terra d’origine e dai familiari a cui spediscono una grossa fetta del loro stipendio mesinile. E se la comunità indiana è stata capace di creare una rete di protezione primaria nella zona che da Grazzanise passa per Cancello ed Arnone, Francolise, fino ad arrivare a Castel Volturno, le condizioni di vita di queste persone restano comunque molto precarie e influenzate dall’andamento del proprio rapporto di lavoro in maniera pesante.

PRESSIONE, SOLITUDINE E POCHI SOLDI

Non di rado, infatti, i contratti di lavoro di queste persone sono quelli definiti “stagionali”, ovvero per tre, sei, al massimo nove mesi. Ma sfortunatamente non è raro il caso che i mesi mancanti per raggiungere l’anno solare intero vengano pagati poi in nero, chiaramente ad una cifra inferiore, dai titolari a questi dipendenti che vivono pur di restare in Italia, pur di avere un posto di lavoro, poi si accordano al ribasso, molto al ribasso.

E quando la comunità indiana non riesce a porsi da cuscinetto rispetto a queste situazioni critiche, precarie, il senso di disagio può aumentare considerevolmente, fino arrivare ad atti di autolesionismo che, sfortunatamente, dobbiamo riportare In diverse occasioni durante l’anno. Non possiamo sapere le specifiche motivazioni che hanno portato questo operaio quarantenne a togliersi la vita, ma possiamo analizzare il contesto questa persona in cui viveva.

BASTA PARLARE PER SLOGAN

Cosa fare per evitare tutto ciò? Migliorare la qualità della vita di queste persone migliori, banalmente, aumentare gli standards richiesti dal ministero degli Interni per l’assunzione di persone. E anche aiutare gli imprenditori che, al momento, hanno in carico la totale cura degli alloggi di queste persone, visto che a loro viene chiesto di portare avanti la procedura e dare anche un posto in cui vivere a queste persone.

È necessario che qualcosa si faccia, che gli stipendi aumentino, che questi lavoratori abbiano un livello di vita migliore perché il fenomeno dell’arrivo di dipendenti stranieri nelle aziende agricole e bufaline della nostra provincia non andrà a diminuire, bensì ad aumentare. Non a caso, leggiamo delle proteste delle associazioni di categoria nel momento in cui il governo rende note le quote di persone che possono entrare in Italia con il Decreto Flussi, ovvero la cifra che la politica decide quale opportuna come quota di persone extracomunitarie che possono venire a lavorare in Italia, numero ritenuto troppo basso.