REFERENDUM. Tra “giacobinismo” e riforma: il 16 marzo a Caserta l’affondo del Comitato per il “Sì”.

13 Marzo 2026 - 18:17

Caserta (pm) – E’ giunto alle battute finali il referendum costituzionale confermativo sulla separazione delle carriere dei magistrati. Il Comitato “SìVota!” annuncia, con il comunicato stampa che pubblichiamo in basso, l’ultimo grande appuntamento della campagna elettorale sul territorio casertano, un incontro pubblico volto a ribadire le ragioni del “Sì” a una riforma definita “storica e necessaria per un giusto processo”.

La riunione è fissata per lunedì prossimo 16 marzo, alle ore 18.30, presso la sala convegni di Confindustria a Caserta. Interverranno gli avvocati Amedeo Barletta, Michele di Fraia e Gennaro Iannotti, il quale ultimo ha funto un poco da cerniera di quasi tutti i convegni referendari svoltisi in Terra di Lavoro e certamente di quelli con gli ospiti più ragguardevoli.

Alla vigilia del voto le cose sono chiare. Le forze progressiste, sebbene sempre animate da un antimilitarismo di maniera (essendo incapaci di pensare che possa sussistere, in circostanze straordinarie, la necessità della guerra), hanno impartito l’ordine ai propri militanti, obbedienti e ciechi come soldati, di votare “No” al referendum sulla giustizia in opposizione al governo, anche se la riforma è giusta. Ciò avviene anche al costo di smentire decenni di una posizione opposta e, implicitamente, di oltraggiare Giuliano Vassalli – padre del processo accusatorio italiano, partigiano, medaglia d’oro alla Resistenza e presidente della Corte Costituzionale, benemerenze che evidentemente non bastano alla sinistra ideologica – fatto passare per poco meno che un deficiente. E in mancanza di argomenti di merito, inventando una cervellotica svolta autoritaria ed il ritorno del fascismo.

La riprova di questa deriva pregiudiziale risiede nei tanti esponenti autorevoli del riformismo che voteranno “Sì” in dissenso da tale linea passatista, e in quelli che hanno dichiarato, pur ammettendo esplicitamente la correttezza della riforma, che la bocceranno solo perché proviene dal centro-destra. Ed ancora, nell’invenzione dello slogan, buono per i semplici, che la Costituzione non si tocca; quella stessa che, come indicano gli studi specialistici, è stata riformata ben 22 volte, a cominciare dalla riforma del regionalismo, finora disgraziato.

Il riordino del CSM, l’istituzione di una corte disciplinare e la separazione delle carriere dei magistrati sono, in realtà e in una visione più laica, provvedimenti che rispondono a una logica di sistema e di razionalizzazione della materia, a fronte dei veri e propri disastri che l’attuale assetto ha provocato. Il più grave dei quali è l’aver dato vita, per via della correntocrazia, alla vera e sola casta italiana: quella dei magistrati. I quali, non a caso, premono per perpetuare il proprio status quo, mentre per tutto il resto ostentano il loro nuovismo. Intendono la propria autonomia, che ora ritengono minacciata, come facoltà di non rispondere a nessuno. I casi clamorosi di ritardi ingiustificati nelle scarcerazioni degli imputati e nel deposito delle sentenze sono sanzionati, quando accade, con misure sostanzialmente fittizie, a causa dell’ovvia dinamica del correntismo che vede agire intrecci di interessi legati a carriere e incarichi.

All’opposto ed in modo del tutto evidente – almeno per chi ha cultura liberale – questa riforma – il cui testo è di una chiarezza tale da non ammettere interpretazioni diverse dal suo senso letterale, a meno di non essere in mala fede – intende dare finalmente compiutezza al processo accusatorio introdotto dall’illuminato codice vassalliano, con riguardo alla parità delle parti davanti al giudice terzo. Niente di più, niente di meno. Negare questa evidenza – in luce caecutire – può significare una sola cosa: buttarla nella peggiore politica.

Non a caso, nessuno degli oppositori è in grado di spiegare per quale ragione pubblico ministero e giudice dovrebbero permanere in quel rapporto di contiguità, di vicinanza e di interessi che ci ha condotti nell’aberrazione democratica della Repubblica giudiziaria e che ora rischia di precipitarci in quella giacobina, se dovesse prevalere il NO. Gratteri docet!