Veri e propri riti di affiliazione al clan di MONDRAGONE: i tatuaggi con il soprannome “Mangianastri”, la pungitura del dito e i santini bruciati

12 Febbraio 2026 - 17:27

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Non un semplice gesto di stima, ma un marchio che certifica l’ingresso nel mondo della criminalità organizzata

MONDRAGONE – Un tatuaggio con il soprannome del capo e riti di ingresso che richiamano le tradizioni di Cosa Nostra: il gruppo criminale smantellato dai carabinieri a Mondragone, con l’esecuzione di 21 misure cautelari (CLICCA QUI), mescolava simboli e cerimonie tipiche sia della camorra più recente sia della storica mafia siciliana. Al vertice dell’organizzazione, secondo gli inquirenti, ci sarebbe Angelo Gagliardi – già detenuto nel carcere di Bologna – in passato vicino al clan La Torre, per anni dominante nel territorio casertano, prima alleato e poi contrapposto al cartello dei Casalesi.

I dettagli emergono dalle intercettazioni confluite nell’ordinanza di quasi 500 pagine eseguita ieri, che ricostruisce struttura, metodi e violenza del sodalizio.

In una conversazione captata nel febbraio 2024, Antonio Bova – ritenuto il braccio destro di Gagliardi – discute con Luciano Santoro del significato del tatuaggio che identifica gli affiliati più stretti. La scritta è “Mangianastri”, alias attribuito al presunto capo e nome con cui, per gli investigatori, viene indicato l’intero gruppo. “Noi siamo Mangianastri”, afferma Bova, rimarcando il senso di appartenenza.

Non si tratta però di un segno accessibile a tutti: il tatuaggio sarebbe riservato a una cerchia ristretta, definita dallo stesso Bova “fedelissimi”. Non un semplice gesto di stima, ma un marchio che certifica l’ingresso nel mondo della criminalità organizzata.

Un’altra intercettazione, risalente a marzo 2024, documenta una videochiamata tra Bova, Luciano Santoro, Andrea Santoro e un quarto uomo non indagato. Durante la conversazione, Andrea Santoro e Bova – entrambi ai domiciliari in quel periodo – scherzano sul fatto che Luciano non sia stato ancora “battezzato”.

Bova descrive quindi il rituale: la puntura di un dito con uno spillo, la combustione di un santino e l’immaginetta sacra da stringere in mano. Un chiaro richiamo alla “punciuta”, la cerimonia di affiliazione tradizionalmente associata a Cosa Nostra e raccontata in numerose inchieste e testimonianze di collaboratori di giustizia.

Il giudice per le indagini preliminari sottolinea nell’ordinanza che, sebbene il tono della conversazione fosse ironico e volto a prendere in giro Luciano Santoro, dalle parole intercettate emerge comunque l’esistenza di cerimonie di affiliazione all’interno del gruppo. .