L’INTERVENTO. Pestaggi in carcere, la mattanza mediatica e il processo dimenticato
24 Maggio 2026 - 13:25
Geo Nocchetti è l’unico tra i giornalisti italiani a parlare con cognizione di causa di una vicenda che ha seguito dal primo giorno fino all’ultima udienza del 20 maggio scorso. Le ombre sul rinvio a giudizio anche dei molti agenti penitenziari che si frapposero tra alcuni loro colleghi e i detenuti per evitare il pestaggio, la visione selettiva dei video, le forzature per portare il dibattimento in Corte d’Assise, l’autentica terzietà della presidente Picciotti che ha sostituito il suo collega, il ruolo strabordante del pm Milita e tanto altro ancora
di Geo Nocchetti
Nel quarto ma poco conosciuto tribunale d’Italia, in quel di Santa Maria Capua Vetere, terra di gladiatori e mozzarelle, nel Casertano, è in corso da più di due anni uno dei processi più delicati e importanti della storia giudiziaria italiana.
Ma a seguirlo sono soltanto poche testate locali e la tgr della campania con un navigato ed esperto, ma soprattutto garantista cronista già messo all’indice dai piemme d’udienza e da tutto il coté progressista e democratico di garanti carcerari e intellettuali dal cuore tenero, ovviamente solo per gli amici, coté per il quale la sentenza di condanna è l’unico sbocco possibile di una vicenda che solo ed esclusivamente nelle primissime fasi dell’indagine ha avuto l’onore delle prime pagine dei quotidiani e degli altri media di tutto il mondo e le condanne verbali, durissime, del capo dello Stato di allora e di oggi, Sergio Mattarella, di quello del Governo, Draghi e del ministro per la Giustizia Cartabia.
Scene indegne di uno stato democratico, orribile mattanza furono i commenti molto di pancia e poco di senso del diritto. Commenti arrivati dopo la diffusione di alcuni minuti di immagini dei pestaggi nell’area di ricreazione del carcere di Santa Maria Capua Vetere. Scene orrende, per carità, ma le uniche note di oltre 50 ore di video registrati dalle telecamere interne. Video diffusi illegalmente alla faccia del rispetto delle regole e della presunzione di innocenza fatte a pezzi in nome de “ la gente deve sapere”, linciaggio mediatico dopo quello fisico celebrato come scoop giornalistico epocale, laddove, giuridicamente, la definizione esatta sarebbe ricettazione di immagini coperte da segreto di indagine.
Che sarebbero state accessibili dopo, a chiunque avesse seguito il processo. Dopo qualche settimana di macelleria giornalistica di presunti colpevoli e presunti innocenti, invece, l’oblio. Il processo, in corso, l’abbiamo già scritto, non interessa a nessuno dei tanti illustri commentatori o principi della cronaca giudiziaria, toghe ad honorem, direbbe Palamara. Eppure, se taluno dei soloni cronisti giudiziari desse un’occhiata non fugace e distratta alle carte, le carte, scoprirebbe che quello in corso è uno dei processi più anomali della storia giudiziaria italiana.
Proviamo a riassumere. Le violenze risalgono al 6 aprile del 2020, il giorno dopo una rivolta molto violenta dei detenuti( le cui immagini sono saltate fuori solo dopo le proteste dei difensori) contro la sospensione dei colloqui causa Covid. Situazione comune a molti altri carceri italiani in alcuni dei quali ci sono stati addirittura dei morti e decine di feriti tra gli agenti penitenziari.
Una situazione esplosiva, dunque, che però sfugge di mano ad alcuni agenti e soprattutto al gruppo speciale di intervento che piomba in forze nel carcere sammaritano e trasforma una perquisizione in un pestaggio. Mattanza? Il perito dell’accusa, ribadiamo dell’accusa, emette referti che arrivano al massimo a venti giorni di prognosi. Mazzate, indegne, orribili, ma non mattanza. E chi le ha date? Nel corso del processo si vedono, nel resto delle 50 ore di immagini registrate, più di un imputato fermare i colleghi picchiatori rigorosamente travisati e praticamente irriconoscibili e la stragrande maggioranza dei quali non imputati, almeno in questo processo. Eppure tutti, quelli che fermano e quelli che distribuiscono manganellate, sono a processo in Corte d’Assise.
Com’ è possibile che per lesioni, falsi, depistaggi, favoreggiamenti, 105 imputati sono a processo nell’aula bunker dello stesso carcere e dinanzi alla Corte d’Assise che è competente per fatti di sangue che destino particolare allarme? Tra i detenuti ce n’era uno, Akimi Lamine, che un mese dopo i pestaggi muore.
Per la procura nessun dubbio: colpa delle botte. Ma anche qui colpo di scena: sempre gli stessi periti dell’accusa, tre, ma uno in particolare, mettono nero su bianco che l’algerino non presenta tracce dei pestaggi, lividi o ferite, ma una semplice escoriazione alla tempia che si potrebbe essere procurato sbattendo vicino al muro del letto. Akimi Lamine, scrive il perito dell’accusa, badate bene, dell’accusa, non della difesa, è morto per asfissia chimica: tradotto, overdose di farmaci che prendeva come terapia per la depressione e altri farmaci non prescritti (del tipo stupefacenti) introdotti illegalmente in carcere ed abusivamente assunti dal detenuto.
Tossicomane sin dall’età di 12 anni ribadisce il perito dell’accusa in una delle ultime udienze. Buona parte di queste circostanze sono già note prima della diffusione dei video e prima delle misure cautelari emesse dal gip Sergio Enea, il quale, correttamente, esclude l’ipotesi di accusa di morte derivante da tortura avanzata dalla Procura allora retta da Antonietta Troncone ( regolarmente promossa dopo questo e altre inchieste e processi che hanno visto cadere le accuse mosse dalla sua procura)e dall’aggiunto Alessandro Milita, tuttora piemme d’udienza. Dopo un anno di riflessione, invece, il giudice per l’udienza preliminare Pasquale D’Angelo manda a giudizio tutti e 105 gli imputati dinanzi alla Corte d’Assise. La motivazione, modificata in corsa dalla procura, è che sì, l’algerino è morto per overdose, ma per colpa dei maltrattamenti psicologici inflitti dagli agenti penitenziari.
A seguire la vicenda ancora oggi, che tra indagini e processo tiene banco da oltre sei anni, è proprio il piemme Alessandro Milita. Quello, per capirci, che ha fatto durare cinque anni un processo con un solo imputato ovvero Nicola Cosentino. Quello che in questo processo ha interrogato per cinque udienze il capitano della compagnia dei carabinieri di Santa Maria Capua Vetere dell’epoca che per cinque volte è andato e venuto dalla Sardegna a spese dei contribuenti. Quello che nell’ultima udienza di mercoledì 20 maggio ha accusato la presidente della corte d’Assise di voler far impazzire lui e le sue colleghe fissando la requisitoria al 15 giugno.
Bisogna capirlo: con precedente presidente venivano accolte le richieste della procura con un allungamento dei tempi notevolissimo. L’attuale presidente Claudia picciotti, invece, ragiona codice alla mano e governa lei il processo. Sin dalla prima udienza del suo insediamento. E con tono calmo, ma fermo ha più volte arginato la straripante personalità del più bravo dei magistrati della Campania.
Com’ è potuto accadere che pur con le sue straordinarie doti professionali sia stato il pm a condurre il processo tra i più importanti della storia giudiziaria italiana fino all’avvento dell’attuale presidente? Una delle tante particolarità di una storia che per il giornalismo di inchiesta e militante si è conclusa qualche settimana dopo la diffusione dei video. Lasciando il seguito agli operai e ai braccianti dell’informazione non unti dal signore della comunicazione
