CASERTA. L’urbanistica: “la gallina dalle uova d’oro” casertana. La commissione straordinaria del comune sta a guardare?

31 Marzo 2026 - 19:41

Caserta (pm) – Nel corso degli anni, l’urbanistica casertana ha rappresentato la classica “gallina dalle uova d’oro”. Ha permesso a imprese di costruzione, studi tecnici, professionisti e apparati burocratici di fare la propria fortuna attraverso l’assalto edilizio alla città. Si tratta di una verità arcinota, una di quelle realtà cittadine di cui tutti sono a conoscenza e di cui si mormora a mezza bocca poiché nel tempo si è consolidato un vero e proprio sistema. Da tale ingranaggio nessuno ha avuto interesse a sottrarsi nel momento in cui doveva avviare un cantiere o edificare un immobile. L’assenza di controlli effettivi e la carenza di indagini — a partire dalla Polizia Municipale (la cui estrazione locale favorisce una sorta di letargo istituzionale), fino alle altre forze di polizia e soprattutto alla magistratura — hanno finito per legittimare questa forma di (il)legalità parallela.

Si versa pressappoco – sia pure in sedicesimo –  in quella  condizione pasoliniana del celeberrimo “Io so”. Com’è noto, per denunciare il sistema di potere politico e le trame dell’Italia dell’epoca, il celebre poeta, scrittore ed intellettuale pubblicava un articolo in cui affermava: “Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.” Ma ciò non toglie la verità storica, era l’implicita conseguenza della sua accusa.

In effetti qualche imbroglio al comune è stato scoperto, qualche processo avviato, ma è stata ben poca cosa rispetto a quello che si doveva fare per l’entità assunta dal fenomeno. La prova più eloquente di questo si rinviene nel decreto di scioglimento del comune di Caserta per condizionamento malavitoso. I motivi legati alla gestione urbanistica rappresentano la parte minima del provvedimento a fronte dei molti casi dubbi che si sarebbero dovuti indagare.

Ma, ovviamente, non possiamo fare ora la storia sociale ed istituzionale della città.

Gettiamo lo sguardo, allora, sui fatti più recenti che suscitano più perplessità, anche perché avvengono sotto il governo cittadino di una commissione governativa straordinaria che suscita aspettative di assoluta legalità nell’azione amministrativa comunale.

Del caso del grosso condominio sorto al posto dello storico cinema San Marco di corso Trieste ci siamo già occupati (vedi qui l’articolo). Oggi diamo un aggiornamento della vicenda giudiziaria  che ne è scaturita. Come spiegammo, il Tar Campania, a seguito del ricorso di proprietari frontistanti, annullò i titoli edilizi rilasciati dal comune per realizzare il nuovo immobile nell’area che fu della sala cinematografica. Il giudice amministrativo, tra le varie motivazioni della sentenza, ha evidenziato come la norma applicata per autorizzare l’ingente volumetria della nuova costruzione fosse palesemente impropria. Senza addentrarci in eccessivi tecnicismi, basti dire che il Comune ­­– con un’autentica invenzione urbanistica, facendo passare lucciole per lanterne –  considerava il locale di pubblico spettacolo come se fosse un “complesso industriale o produttivo dismesso” riattabile. Sulla base di tale plateale forzatura si permetteva l’intervento, altrimenti precluso. In realtà la normativa invocata prevedeva esclusivamente il recupero e il riutilizzo di strutture industriali, e non la loro riconversione in civili abitazioni.

Contro la sentenza del Tar, la società proprietaria, l’immobiliare “Fontana & Figli 1955 s.r.l.”, ha presentato appello al Consiglio di Stato lo scorso 21 gennaio. Nella camera di consiglio del 5 febbraio, a seguito della rinuncia all’istanza di sospensione cautelare della sentenza, è stata fissata l’udienza di merito per il prossimo 18 giugno. Nel frattempo, anche l’acquirente di uno degli appartamenti dello stabile dichiarato abusivo ha presentato ricorso.

Nelle immagini, la presidente della terna commissariale d.ssa Antonella Scolamiero ed uno scorcio di palazzo Castropignano

In base a questi sviluppi, l’avvocato del Comune è stato incaricato di costituire in giudizio l’amministrazione per attuare “una strategia processuale a tutela della posizione giuridica dell’ente”. I contenuti di tale strategia non sono tuttavia noti, poiché definiti con rimando ad una relazione, non accessibile, del “settore comunale competente”. Nonostante la rilevanza del caso, l’approccio dell’ente a noi appare francamente inadeguato, tendenzialmente elusivo. Mentre questa sarebbe stata invece la sede formale per sancire un nuovo corso amministrativo, dichiarando l’interesse pubblico all’abbattimento del manufatto illegittimo per affermare il principio di legalità, sull’esempio di quanto sta avvenendo a Milano.

In un’ottica di ripristino della credibilità dell’apparato municipale, appare poco condivisibile anche il provvedimento che di recente ha introdotto il sorteggio a campione per la verifica delle pratiche edilizie minori. Sebbene la scelta sia stata giustificata dalla carenza di organico, la scivolosità della materia avrebbe imposto  soluzioni diverse, come l’applicazione di personale esterno. La propensione all’abuso edilizio non accenna a diminuire, complici i controlli sostanzialmente inesistenti: spesso, infatti, le irregolarità emergono solo grazie alle segnalazioni dei privati controinteressati (come avvenuto recentemente per alcuni lavori eseguiti su corso Trieste) e non per l’attività ispettiva degli uffici. E ci saremmo aspettati, difronte all’espediente urbanistico svelato dal caso del cinema San Marco, che la commissione straordinaria ordinasse la revisione di tutte le licenze edilizie significative rilasciate per verificare che non ne siano state concesse ulteriori con un’invenzione simile.

Ancora. Da qualche giorno è iniziato l’abbattimento di un edificio storico in via Tanucci, a ridosso della Reggia. Ricordiamo che al suo insediamento lo scorso gennaio, dopo due anni circa di interim, segnalammo con pieno fondamento al Soprintendente ai beni culturali Mariano Nuzzo che ”La prima misura necessaria al capoluogo è vincolarne il centro storico, per quel poco che ne resta”, citando anche e proprio il caso del nuovo condominio progettato al posto di tale palazzo antico di una delle vie del nucleo urbano originario della città (qui la nota).

Nuzzo non si è mosso e l’impresa edile esecutrice dei lavori, già da tempo e prima di avviarli, ha posto sul mercato i nuovi appartamenti che affacceranno sulla Reggia.

Se si è consentito questo che per noi è uno sfregio all’identità  del capoluogo data la risalenza del fabbricato e la sua vicinanza al palazzo reale, nessun’altra costruzione storica è al riparo della demolizione per scopi speculativi. Per alcuni, sulla base della cartografia (qui riprodotta ) Unesco aggiornata (2024) della Reggia, il corpo di fabbrica in questione ricadrebbe persino nella cosiddetta “buffer zone”, ovvero la zona di rispetto sottoposta a vincolo.

Di questo svilimento urbanistico ci possiamo solo rammaricare, pur dovendo ammettere che alla cittadinanza, sostanzialmente indifferente, la questione sembra non interessare, se si eccettua l’impegno di Italia Nostra e del Club per l’Unesco di Caserta. Quanto alle autorità costituite, ai vari livelli ordinamentali, per tutelare il patrimonio identitario e architettonico del territorio, l’ignavia e la latitanza che le connotano le rendono ormai irrilevanti. Resta il dubbio su quali dinamiche si celino dietro tali inerzie.

Chiediamo però un favore: nei tanti “convegni passerella” dedicati alla città, ci si risparmi la piaggeria, il birignao di una “Caserta oltre la Reggia”. Perché, oltre la Reggia, di Caserta non resta nulla se non un’anonima edilizia seriale in stile posticcio.