Direttore delle Poste prova a fregare soldi ad un correntista casertano: LICENZIATO

7 Giugno 2026 - 09:30

CASERTA – Un dipendente di Poste Italiane, Bruno S., ha perso definitivamente la causa contro l’azienda. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il suo ricorso. Il lavoratore, che era stato licenziato per aver violato le procedure aziendali, dovrà pagare anche le spese del giudizio. La vicenda era iniziata a settembre del 2021, quando l’uomo, all’epoca direttore dell’ufficio postale, aveva effettuato una serie di accessi al profilo di un cliente residente a Recale, in provincia di Caserta.

Secondo la ricostruzione dei giudici, S. aveva usato un applicativo informatico chiamato “3270”, che non lasciava traccia delle operazioni e non consentiva di registrare l’avvenuta identificazione del cliente. Lo aveva fatto dopo essersi disconnesso dal sistema ufficiale, chiamato “SDP”, che invece tracciava tutte le attività. L’accesso non autorizzato era avvenuto in assenza di una valida ragione di servizio e senza il consenso del cliente. L’uomo, che era stato più volte vittima di tentativi di frode, aveva poi dichiarato per iscritto di non essere mai stato in quell’ufficio postale e di non conoscere il dipendente.

Il tribunale, in un primo momento, aveva dato ragione al lavoratore, ordinando la reintegra e il risarcimento. La Corte d’Appello, però, aveva ribaltato la sentenza, ritenendo il licenziamento legittimo. La condotta di S. era stata giudicata di tale gravità da non consentire nemmeno la prosecuzione provvisoria del rapporto di lavoro. Il dipendente aveva quindi fatto ricorso in Cassazione, sollevando cinque diversi motivi. I giudici della Suprema Corte, con sentenza del 4 marzo 2026, hanno dichiarato il ricorso inammissibile.

Hanno ritenuto che la Corte d’Appello avesse correttamente accertato la violazione delle procedure aziendali e l’intenzionalità della condotta. S., secondo la sentenza, si era deliberatamente disconnesso dal sistema che tracciava le operazioni per passare a un sistema che non lasciava traccia. Il fatto che non fosse stato arrecato un danno economico concreto non ha rilevato, perché il solo comportamento, in sé, costituiva una violazione grave dei doveri d’ufficio. La Cassazione ha condannato S.al pagamento delle spese processuali, liquidate in quattromila euro per competenze professionali e duecento euro per esborsi. Il licenziamento è stato quindi definitivamente confermato..