I NOMI. Usura aggravata dal metodo mafioso: pene ridotte in Appello

5 Luglio 2026 - 11:30

L’indagine, condotta dai carabinieri della Compagnia di Casal di Principe e coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, prese avvio dopo l’arresto di …

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TRENTOLA DUCENTA – La Corte d’Appello di Napoli ha rideterminato le pene nei confronti di due imputati coinvolti in un’inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli su un presunto giro di usura aggravata dal metodo mafioso. Per Raffaele Visconti, 50 anni, di Frignano, la condanna è stata ridotta dagli otto anni inflitti in primo grado a sei anni di reclusione. Riduzione anche per Raffaele Catalano, 58 anni, di Trentola Ducenta, la cui pena è passata da sette anni e otto mesi a cinque anni e otto mesi.

Secondo l’impostazione accusatoria, i due avrebbero concesso prestiti a persone in gravi difficoltà economiche, tra cui piccoli commercianti e soggetti in stato di bisogno, applicando tassi di interesse ritenuti usurai. In uno degli episodi contestati, a fronte di un prestito iniziale di appena 500 euro, gli investigatori hanno ricostruito un profitto di circa 14 mila euro, mentre gli interessi richiesti avrebbero raggiunto punte del 40% mensile.

L’indagine, condotta dai carabinieri della Compagnia di Casal di Principe e coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, prese avvio dopo l’arresto di Raffaele Della Volpe, ritenuto dagli inquirenti un esponente di rilievo del clan dei Casalesi. Proprio la presunta vicinanza di Visconti a Della Volpe e, nel caso di Catalano, anche il rapporto di parentela con quest’ultimo, sono stati valorizzati dall’accusa per sostenere la contestazione dell’aggravante del metodo mafioso.

Nel corso delle perquisizioni, i militari sequestrarono numerosi appunti ritenuti dagli investigatori una sorta di “libro mastro”, contenente annotazioni, cifre e nominativi che avrebbero documentato l’attività di concessione dei prestiti e la riscossione delle somme dovute. Con la sentenza di secondo grado, la Corte d’Appello ha quindi confermato l’impianto accusatorio, intervenendo tuttavia sulla quantificazione delle pene inflitte ai due imputati.