La Domenica di don Galeone: “Tutti possono salvarsi, e con facilità, perché tutti possono fare qualcosa per gli altri”

22 Novembre 2020 - 09:00

22 Novembre 2020 – Solennità di Cristo re

IL MIO REGNO NON È DI QUESTO MONDO!

Prima lettura: Cercherò le mie pecore e ne avrò cura (Ez 34,11). Seconda lettura: Gesù consegnerà il Regno a Dio, perché Dio sia tutto in tutti (1Cor 15,20). Terza lettura: Io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare (Mt 25,31).

La festa di Cristo, re dell’universo, segna la conclusione dell’anno liturgico. Domenica prossima sarà la prima domenica di Avvento, un nuovo periodo di grazia, nell’attesa del Natale. L’evangelista Matteo ci presenta la scena finale, e lo fa attraverso l’immagine del “pantrokrator”: Gesù, seduto sul trono nell’atto di giudicare. Il suo giudizio non terrà conto delle parole di devozione, ma delle opere di misericordia. Così anche questa grandiosa scena di giudizio ci impedisce di fantasticare su quel giorno, e ci obbliga a prestare attenzione agli ultimi e ai poveri, nel corpo e nello spirito. Tutti saremo giudicati sulla carità! Anche i non cristiani, se sono uomini di buona volontà, saranno ammessi al Regno di Dio, sentiranno l’invito: “Venite, benedetti!”. Il motivo è semplice: dove c’è amore, ivi c’è Dio!

Questa festa di Cristo re, quando fu istituita da Pio XI (1925), in pieno regime fascista, suscitò qualche obiezione: era proprio quello il momento di chiamare re il Cristo, mentre le vecchie monarchie scomparivano, e apparivano le nuove dittature (fascismo, nazismo, stalinismo)? Forse la Chiesa voleva impadronirsi del potere politico? Il Regno di Dio non è stato inaugurato con una solenne parata militare, ma con l’arresto del suo re; non è stato presentato al mondo con una solenne cerimonia ma con una croce e un crocifisso. Cristo ha sempre rifiutato di essere fatto re. Si è dichiarato re, quando questa parola non correva nessuno rischio di essere fraintesa: Gesù si trovava solo, prigioniero, legato davanti a Pilato: “Il mio Regno non è di questo mondo!”. La parodia del processo è contenuta nella frase di Pilato: “Ecco il vostro re!”. Cristo è re perché è il solo che ci ami pienamente; è il solo che darebbe anche oggi la sua vita per me, per noi; è il solo che si fa mangiare da quanti cercano un senso alla loro vita. Cristo è re perché manifesta la sua potenza non tanto creando una volta, ma perdonando settanta volte sette! Ogni autorità deve imitare quella del Cristo; il primato del papa è un primato di funzione, di servizio, di esemplarità. Nel cristianesimo non ci sono onori ma responsabilità, non poltrone da coprire ma fratelli da ricoprire, non professionisti di carriera ma dilettanti di amore. Diceva Ignazio di Antiochia che, se primati ci devono essere, uno solo è accettabile: “il primato e la presidenza dell’amore”. Il titolo più bello con cui i papi abbiano firmato i loro documenti è “servus servorum Dei!”. Non dominare ma servire! Come cambierebbero le nostre famiglie, le nostre parrocchie, i nostri governi se coloro che vogliono essere i primi (ministri!), si facessero i servitori e gli ultimi!

Nelle questioni di potere, tutti siamo particolarmente esposti a “cadere in tentazione”.  Gesù lo sapeva molto bene. Per questo disse ai suoi apostoli che essi dovevano comportarsi esattamente al contrario di come si comportano gli uomini della politica. L’idea di Gesù è che i suoi apostoli dovevano vivere la vita come “il servo” (διάκονος) e “lo schiavo” (δοῦλος). Ed è precisamente in tale contesto che Gesù afferma che egli sta nel mondo “non per essere servito, ma per servire” (Mc 10,45). A me piace molto l’espressione di don Tonino Bello: chiesa del grembiule, cioè chiesa del servizio. Sembra un’immagine audace ma è al centro del Vangelo: “Gesù, preso un grembiule, se lo cinse attorno alla vita, versò dell’acqua e cominciò a lavare i piedi” (Gv 13,3). Quando uno viene ordinato sacerdote, gli regalano una stola dorata o una casula preziosa. Nessuno pensa di regalargli un grembiule, un asciugatoio! Eppure questo è l’unico paramento sacerdotale ricordato nel Vangelo. Particolare interessante: quando riprese le vesti, Gesù non depose il grembiule: se lo tenne. Gesù è un diacono permanente, è servo a tempo pieno!

Dopo il buon inizio evangelico, abbiamo imboccato la strada sbagliata: anziché adorare Dio “nello spirito e nella verità” (Gv 4,23) abbiamo preferito adorare il Dio pantokrator, siamo entrati nella sala del comando, accumulando ricchezze e privilegi, ricorrendo anche a false donazioni! Lo lamentava già ai suoi tempi Dante Alighieri: “Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre / non la tua conversion, ma quella dote / che da te prese il primo ricco patre! (Inferno XIX,115). È la grande tentazione, anzi, l’unica: il potere, più chiaramente ancora, il denaro con tutti i suoi pericolosi surrogati! Anche Gesù fu tentato dal diavolo nel deserto! (Mt 4,1). Occorre certo coraggio per togliere tutto quel ciarpame che ha trasformato il Padre misericordioso in un giudice severo, e lo stesso Gesù, mite e dolce di cuore, in un pantokràtor che giustifica il potere di imperatori e pontefici. Se vogliamo comprendere qualcosa di Dio, non occorre andare in cielo ma frequentare le periferie del mondo: veri inferni per tanti uomini, ma dove Dio oggi abita!

Il termine pantokràtôr fu preso dal linguaggio imperiale di Roma e indicava che l’imperatore era il padrone del mondo. Il termine non si trova in tutta la Bibbia, e fu accettato solo nell’anno 381, nel concilio di Costantinopoli, dopo tensioni tra gli stessi cristiani, durate circa 50 anni (P. Healther, La caduta dell’Impero Romano). I cristiani, nel corso dei secoli, hanno avuto più presente il pantokràtôr imperiale che il Padre di bontà, del quale parla continuamente l’ebreo Gesù nel Vangelo. Le aureole, i pantokràtôr dei mosaici bizantini e tutta la tradizione devozionale hanno fatto di Gesù crocifisso qualcosa di artistico e prezioso, ma egli era l’uomo dei dolori (Is 52,14). Abbiamo una chiesa che somiglia molto alle istituzioni dell’impero romano: “La chiesa sa più di Giustiniano che di Cristo”, lamentava già dieci secoli fa s. Bernardo. Ma il Regno di Dio è ben altro che la gigantografia del regno di un imperatore! Difficile togliercelo dalla testa: anche il foglietto della messa oggi ci consegna l’immagine di Gesù con la corona sul capo!

Ma fu nel secolo XI, con il pontificato di Gregorio VII (1015-1085), che l’esaltazione del potere papale raggiunse il suo culmine. Con questo papa si consolida la sua divinizzazione (Y. Congar, L’écclesiologie du haut Moyen Age). L’inflazione del potere ecclesiastico avviene con i papi Gregorio IX (1145-1241), Innocenzo IV (1195-1254), Bonifacio VIII (1230-1303). Con costoro abbiamo una compiuta teocrazia, frutto di una megalomania e di un’ambizione fuori controllo. Il 18 novembre 1302 Bonifacio VIII emanò la bolla Unam Sanctam, nella quale veniva ribadito dogmaticamente: “Subisse romano pontifici omni humanae creaturae declaramus, dicimus, deffinimus omnino esse de necessitate salutis”. Bonifacio VIII dava a se stesso le “due spade”, ossia i due poteri, il divino e l’umano, lo spirituale e il temporale: il primo viene condotto dalla chiesa, il secondo per la chiesa, quello per mano del sacerdote, questo per mano del re, ma dietro indicazione del sacerdote. È logico chiedersi: quale idea di Dio avevano questi uomini? Ma davvero per entrare in Paradiso occorre il lasciapassare del Papa? Accettare la figura di un Dio notaio che controfirma i documenti portati dal Vaticano?

Un detto chassidico così esorta: “Se un uomo chiede il tuo aiuto, non gli dire devotamente: ‘Rivolgiti a Dio, abbi fiducia, deponi in Lui la tua pena’, ma agisci come se non ci fosse Dio, come se sulla terra ci fosse uno solo in grado di aiutare quell’uomo: tu solo!”. Argomento del giudizio non sarà tutta la mia vita, ma le cose buone della mia vita: non la fragilità ma la bontà! Cristo giudice non guarderà a me ma attorno a me, se qualcuno da me è stato consolato, se ha ricevuto pane e acqua per il viaggio, coraggio e fiducia per la vita. Allora, davanti a Cristo giudice non dobbiamo aver paura dei nostri peccati, ma delle nostre mani vuote. Matteo presenta sei opere buone, vaste quanto è vasto il dolore umano. Non ci viene chiesto di compiere miracoli ma di avere cura; non di guarire i malati ma di visitarli. Avere cura degli altri! Don L. Milani nella sua stanza/aula aveva scritto una parola, che era tutto un programma per i suoi ragazzi di Barbiana: “I care!”. Tutti possono salvarsi, e con facilità, perché tutti possono fare qualcosa per gli altri.

Lontano da me, maledetti!  Sono queste la parole più terribili sulla bocca di Gesù, e non sono le uniche (Lc 13,27; Mt 13,41; Mt 22,13; Mt 24,50). Queste frasi sono ben incise nella nostra mente e hanno ispirato tanti artisti e poeti; tra i tanti ricordo il Giudizio universale di Michelangelo e la lirica Dies irae attribuita a Tommaso da Celano. Un Dio che condanna ‘senza se e senza ma’ oggi riesce imbarazzante. Altro che Vangelo, buona notizia, annunzio di gioia! Difficile mettere d’accordo il Dio terribile di questo brano con il Padre descritto altrove (Mt 43, 5,43; Lc 19,10; Lc 7,34). Questo Dio giusto non convince: il peccato dell’uomo (fragile, limitato, finito) può essere punito con un castigo eterno? C’è proporzione fra colpa e pena? Sono domande molto serie che forse hanno origine da un’esegesi non corretta del testo. Il linguaggio è quello tipico dei predicatori che, per scuotere gli ascoltatori, ricorrevano a immagini impressionanti e castighi tremendi. Mettiamo un po’ di ordine:

Quando i rabbini e Gesù parlavano di “fuoco delle Geenna” non si riferivano all’inferno ma alla discarica che ardeva perennemente nella valle attorno a Gerusalemme, e che serviva da immondezzaio della città. “Eterno” in quel tempo significava semplicemente periodo lungo, indefinito… Sostenere la tesi di un inferno eterno appare azzardato. L’inferno esiste ma non è un luogo creato da Dio per punire i suoi figli. A noi un giudice pare giusto quando valuta e punisce con equità. Ma questa non è la giustizia di Dio. Egli non è giusto perché premia/castiga secondo i nostri criteri, ma perché riesce a “rendere giusti coloro che sono malvagi(Rm 3,21).

Inoltre, conviene ricordare che la dottrina platonica della immortalità dell’anima rimpiazzò la fede neotestamentaria nella risurrezione dei morti (1Cor 15,12). E la dottrina ellenista dell’anima eterna continua a essere fino a oggi il modo corrente di pensare del cristiano. Il Vangelo, però, insegna non l’immortalità dell’anima ma la risurrezione dei morti. Noi non crediamo nella immortalità dell’anima ma nella risurrezione dei morti (cf credo niceno-costantinopolitano).

Quando parliamo del giudizio di Dio (o di Gesù), non possiamo spiegare tale giudizio a partire dai criteri della giustizia umana, così come sono stati definiti e applicati nella cultura occidentale. I concetti di giudizio e giudicare, presi dalla sfera giuridica, trovano i loro limiti al momento di applicarli a Dio, giacché i giudizi di Dio sono insondabili. Ciò che emerge in tutta evidenza nel Nuovo Testamento è la signorìa universale e il trionfo della grazia di Cristo.

Questa parabola appartiene al genere letterario detto scene di giudizio, già noto nella Bibbia (Dn 7) e nella letteratura rabbinica; scopo di questo genere letterario non è informare su ciò che accadrà alla fine del mondo, ma dare insegnamenti per vivere bene in questo mondo. Riporto un esempio, da un’opera rabbinica, impressionante per l’analogia con il nostro Vangelo. Eccola: “Nel mondo futuro verrà chiesto: Quali sono state le tue opere? Se risponderà: Ho vestito gli ignudi, ho allevato orfani, ho fatto elemosine… gli verrà detto: Questa è la porta del Signore, entra attraverso di essa!” (Midrash del Salmo 118,17-20).

Gesù rivela ai discepoli quali sono i veri valori della vita; a costo di apparire monotono, li ripete ben quattro volte: si tratta di sei opere di misericordia. La lista delle persone bisognose era già nota in tutto il Medio Oriente (cf. Is 58,6). Celebre è quanto scritto nel cap. 125 del Libro dei morti, un testo egizio del II millennio a.C. che era collocato accanto al defunto. Ecco ciò che costui doveva dichiarare davanti alla dea Osiride: “Ho fatto ciò che fa gioire gli dèi. Ho dato il pane all’affamato, acqua all’assetato, vestito all’ignudo, un passaggio a chi non aveva una barca”. Unica novità aggiunta da Gesù: egli si identifica con questi poveri: “Lo avete fatto a me!” (Mt 25,40).

Per imprimere meglio nell’ascoltatore l’insegnamento, i rabbini erano soliti ripeterlo due volte: prima al positivo e poi al negativo. È il noto artificio letterario detto parallelismo antitetico usato anche da Gesù (Lc 6,20; Mt 7,24; Mc 16,16…).

Sono verità che urtano la nostra religiosità borghese. Al termine di un incontro con i sacerdoti, un anziano teologo mi obiettò: “Lei forse vuole negare quanto scrive Pascal nella XI Provinciale, che Dio odia e disprezza i suoi nemici? Anche Benedetto XV, non ricordo in quale decreto, afferma che Dio punisce veramente i dannati!”. Qualunque studente di teologia potrebbe rispondere che le leggi divine non sono quelle umane: “I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie – oracolo del Signore” (Is 55,8). Dio non giudica. Dio giustifica! Dio non premia o separa. Dio salva e accoglie! Splendido! E con questa lezione, possiamo chiudere l’anno liturgico in sintonia con i nostri fratelli diversamente credenti, e prepararci al nuovo Avvento del Signore. Vieni, Signore Gesù! תא מרנא! Buona vita!