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Un anno fa il secondo tremendo attentato ai danni dell’imprenditore Roberto Vitale. TEVEROLA come Corleone, ha perso l’ennesima occasione di riscatto

20 Novembre 2020 - 18:56

La data ci è rimasta impressa e, a distanza di tanti mesi, siamo ancora più convinti che fu effettuato da camorristi esperti

 

TEVEROLA – Il 20 novembre di un anno fa la città di Teverola perdeva l’ennesima occasione di demarcare finalmente con chiarezza l’area di una legalità quantomeno perseguita e quella del malaffare, che da quelle parti diventa, il più delle volte, un tutt’uno con la camorra, con la cosiddetta criminalità organizzata.
Un anno fa l’imprenditore Roberto Vitale subiva un gravissimo attentato con il quale una mano rimasta ancora ignota gli impartiva un tremendo avvertimento.

La lingua era quella ben conosciuta e parlata dal clan dei Casalesi.

Perché una cosa è certa: se non si può dire con sicurezza che quell’attentato, quelle fiamme che devastarono gli uffici di un’impresa leader negli impianti di illuminazione pubblica, fu di matrice camorristica, si può invece affermare, con grande tranquillità, che se proprio non fu camorra, le assomigliò.
Dinamica, esperienza: in quel fuoco che avvolse scrivanie ed altre suppellettili di quegli uffici era contenuto e declinato il lungo alfabeto dell’intimidazione che nell’agro aversano aveva realizzato centinaia e centinaia di fatti e di atti sinistramente simili a quello di cui era rimasto vittima Vitale e che, sicuramente, recavano la firma in calce del clan e delle sue molte fazioni territoriali federate tra di loro e comunque tutte in azione sotto l’egida di Casal di Principe, Casapesenna e San Cipriano.

A un anno di distanza, noi di Casertace ci sentiamo di ribadire una convinzione che già esprimemmo in quella giornata: l’attentato fu portato a termine da persone che, in maniera diretta o indiretta, con un maggiore o minore lignaggio criminale, hanno avuto a che fare o ancora hanno a che fare con gli eredi di Sandokan, Iovine e Zagaria.
Ma Teverola, in quell’occasione, tacque.

Se si eccettua qualche commento e qualche attestazione di solidarietà proveniente da ambienti politici organici all’opposizione o vicini ad essa, infatti, si registrò un silenzio agghiacciante. Una roba che rimandò il pensiero di molti alla Corleone di Vito Ciancimino e Luciano Liggio e della sua nidiata di eredi, capitanati da Totò Riina, o anche a una certa Casal di Principe degli anni ’90 o dei primi 10 o 12 anni del millennio successivo, quando le amministrazioni in carica vivevano trasognate facendo finta che la camorra non esistesse, mentre invece il clan dei Casalesi dettava legge e lo faceva a partire dagli uffici municipali.

L’amministrazione comunale di Teverola avrebbe dovuto schierarsi e fare il diavolo a quattro per Roberto Vitale, esprimendogli vicinanza e solidarietà.
E invece, se si eccettua qualche ruttino incomprensibile, tacque, facendosi in pratica risucchiare sulle posizioni dell’ex sindaco Biagio Lusini, che per anni non si è letteralmente dato pace e ha cercato in tutti i modi di togliere a Roberto Vitale l’appalto per la fornitura di pubblica illuminazione nel comune di Teverola.

Ci allungheremmo troppo se dovessimo ora ripetere, anche sinteticamente, le tappe di una vicenda inquietante e ribadire pure tutte le ragioni che, documenti alla mano e senza alcun pregiudizio, Casertace ha dovuto riconoscere a Roberto Vitale, letteralmente vessato dall’amministrazione Lusini, ma coraggiosissimo nel resistere, nel mantenere il punto, nell’impugnare davanti ai giudici tutte le iniziative contorte, oblique, poste in essere per togliergli quell’appalto.

Ora, non vogliamo dire, ma non perché temiamo querele, che non ci fanno né caldo né freddo, che l’attentato subito da Vitale un anno fa e quello forse ancor più crudele del maggio precedente, quando ignoti devastarono la cappella di famiglia all’interno del cimitero, abbiano necessariamente a che vedere con la lunga disputa tra l’imprenditore e le amministrazioni comunali targate Lusini, alle cui posizioni, purtroppo, anche quella in carica ha avuto la tentazione (CLICCA QUI PER LEGGERE) di associarsi per far fuori, imprenditorialmente parlando, Vitale e la sua impresa.

No, non lo possiamo dire perché, essendo dei liberali convinti, non possediamo l’estro dei giustizialisti, di quelli che promuovono a verità effettuali, incrollabili, quelle che sono deduzioni logiche (logiche per chi le formula, ovviamente) semplici suggestioni o anche pregiudizi.
Una suggestione è una suggestione, un pregiudizio non serve mai a nulla; una deduzione logica è materia opinabile al pari del cavallo di battaglia del 90% delle inchieste di Mani Pulite, basate sul “non poteva non sapere”, divenuto aberrante assioma su cui si sono basati centinaia di arresti e anche più di qualche condanna penale.
I gravi indizi di colpevolezza sono un’altra cosa, e oggi non abbiamo nulla in mano per affermare che esista una connessione giuridica, men che meno dunque giudiziaria, tra gli attentati e la trama della contesa sulla pubblica illuminazione di Teverola.
Però una cosa la possiamo dire: chi scrive ha maturato una certa esperienza nel campo delle cosiddette “zone grigie”.
Pur essendo io, fino ad una prova contraria che nessuno al momento ha espresso in maniera convincente, un irreparabile tonto, non si possono disconoscere (essendo una grandezza quantitativa e non qualitativa) gli anni e la quantità di ore applicate alle vicende di questa terra.
Di imprenditori farlocchi, di false vittime della criminalità organizzata, che al contrario con questa sono andati a braccetto, ne ho visti e ne ho raccontati a iosa.
Come amava dire un mio vecchio poligrafico “ho il veleno per le zoccole”, cioè posseggo la elementare conoscenza di quelle due o tre cose che mi permettono di distinguere un blabla anticamorra da una posizione che si sforza realmente di essere estranea alle logiche e alla potestà della criminalità organizzata.
Ebbene, Roberto Vitale, che magari non è un angelo, non è un santo, ma non è neppure un imprenditore losco, nulla ha avuto mai a che fare con i clan. Questo è un parametro che, applicato a quel territorio, significa, e ciò lo sanno bene in tanti, a Teverola, che Vitale è un imprenditore onesto.

Nei nostri articoli ci piace, in qualche occasione, chiudere il cerchio che abbiamo cominciato a tracciare all’inizio, nel cosiddetto incipit.
E allora affermiamo che proprio questa qualità di Roberto Vitale, al di là della sua simpatia o antipatia, del modo con cui eroga il servizio di illuminazione che può piacere o non piacere, avrebbe meritato una chiara, limpida e visibile manifestazione della posizione istituzionale, che prescinde anche dalle persone che attivano i sistemi attraverso cui un organismo eletto dal popolo sovrano si esprime.
Ma come glielo tutto questo vai a spiegare al giocondo, e a volte è anche un po’ rubicondo, infermiere che governa da sindaco i destini dei cittadini di Teverola?