LA NOTA. Tina Cosentino ma non solo: tanti quelli a cui “Nicola” ha cambiato la vita con nomine e posti di lavoro che lo hanno abbandonato, facendo mancare anche una parola buona alla famiglia
30 Agosto 2025 - 21:09

A pochi mesi dalla sua scarcerazione, che potrebbe avvenire tra l’inverno e la primavera prossimi, è giusto, a nostro avviso, ribadire ancora una volta il fatto che non siamo stati assolutamente d’accordo, pur dovendola rispettare per Diritto e Norma, con la sentenza definitiva della Corte di Cassazione, arrivata successivamente – fatto a nostro avviso fondamentale – alle due assoluzioni definitive relative ai processi su “il Principe e la (scheda) ballerina” e quello sulle pompe di benzina. Gli anni di carcere inflitti a Cosentino sono conseguenza di un teorema sbagliato, tecnicamente sbagliato: quello basato sull’esistenza di un “Grande Vecchio” che muoveva contemporaneamente i fili del clan dei casalesi e della politica. Chi conosce a fondo il fenomeno sa che quella camorra si relaziona alla politica e alle burocrazie in tutt’altro modo, con meccanismi mordi e fuggi che creano delle stratificazioni relazionali, che CasertaCe ogni giorno esamina e combatte. E d’altronde il pentito Antonio Iovine, al riguardo, aveva spiegato benissimo a suo tempo com’era nato e come si è consolidato questo sistema
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CASERTA (Gianluigi Guarino) – Ho soprattutto una domanda da formulare a Nicola Cosentino quando, di qui a qualche mese, avrà terminato di espiare la sua pena carceraria, quando avrà saldato – come si suol dire – il suo debito con lo Stato e la giustizia, la cui entità, oggi più che mai, mi sembra spropositata rispetto alla formulazione del capo di accusa relativo ai presunti rapporti tra lui e la camorra del clan dei casalesi.
E me lo voglio permettere ancora, utilizzando fino e in fondo la libertà di pensiero che una democrazia garantisce ad ogni cittadino, l’aggettivo sulla presunzione dell’accusa smossa a carico del politico di Forza Italia, nonostante sia intervenuta una sentenza definitiva e inappellabile.
E allora lo dico, dei presunti rapporti tra lui e il clan dei casalesi, nella gestione degli appalti dei rifiuti all’interno del consorzio Caserta4 e nella sua struttura operativa, la società pubblico privata Eco4.
La domanda che proverò a porre a Nicola Cosentino è la seguente: quante persone tra parenti, amici, clienti vari a cui lui ha dato un futuro roseo, “sistemandoli” di qua e di là, sono completamente scomparsi dai radar della sua famiglia, di sua moglie, dei suoi figli, quando è caduto in disgrazia?
Cercherò e cercheremo, rappresentando io non solo me stesso, ma anche il giornale che dirigo, di incontrarlo dopo qualche anno di distanza dall’ultima occasione in cui ciò avvenne, un pranzo consumato insieme nello storico ristorante Leucio nelle colline casertane.
Il sottoscritto non è stato mai molto tenero con la politica di Cosentino e l’ha criticata duramente, per anni e anni, in tanti articoli comparsi nei giornali in cui ho lavorato e che ho anche diretto, articoli comunque mai sleali nei suoi confronti.
Ma proprio perché il sottoscritto conosce profondamente fatti e relazioni di questo territorio, che oggi trovano riverbero nelle battaglie quotidiane di CasertaCE, quando ci occupiamo delle relazioni attuali tra la politica e gli interessi camorristici, noi abbiamo sempre scritto che, noi, pur confermando le nostre dure critiche al Cosentino politico, abbiamo sempre scritto che, a nostro avviso, il medesimo non fosse mai stato, per una serie di motivi anche tecnico da noi illustrati in passato e che vi andate a cercare nei nostri archivi se proprio vi interessano, un concorrente né interno e né esterno ai disegni criminali del clan dei casalesi.
Nicola Cosentino, dunque, è stato assolto definitivamente prima nel processo “Il Principe e la (scheda) ballerina” e poi in quello sulle pompe di benzina per le quali è entrato in un carcere in cui non sarebbe mai dovuto entrare, stante la sua assoluzione definitiva. Un carcere in cui avrebbe compiuto un reato di corruzione, a colpi di mozzarelle di bufala e di biglietti del Calcio Napoli, a favore delle guardie penitenziarie, con conseguente lunare condanna, a carico suo e finanche dei suoi familiari.
In quello che apparse, almeno ai miei occhi in tutta evidenza, la nitida espressione di un vero e proprio furore iconoclasta da parte della magistratura.
Se Cosentino è stato assolto definitivamente nei due casi appena menzionati, avrebbe dovuto, a maggior ragione, essere assolto nel processo riguardante gli appalti del consorzio Ce4 e la costituzione della società mista pubblico-privata Eco4. Quello in cui i fatti specifici, a lui contestati, erano ancora più sfumati all’interno di procedimenti amministrativi, dettati dalla politica e dalla discrezionalità di quest’ultima, nei quali individuare una connessione logicamente inconfutabile, tra i comportamenti di Cosentino e gli interessi specifici esposti come tali dal clan dei casalesi, sarebbe stato, a nostro avviso, pressoché impossibile.
Una convinzione, questa, rafforzatasi in noi dopo aver letto due o tre acrobatiche “deduzioni logiche” che la Corte di Cassazione ha messo nero su bianco nella sua sentenza di condanna definitiva, in cui però la stessa Cassazione non ha fornito, sempre a mio avviso, il giusto valore all’assoluzione definitiva del processo “il Principe e la scheda ballerina”, considerato che gli stessi pubblici ministeri della Dda avevano invece valorizzato, fatti e circostanze de “il Principe e la scheda ballerina” quali strutture connesse alla costruzione del capo di accusa nel processo Eco4, a carico dell’ex leader di Forza Italia.
In quel pranzo consigliai caldamente, ma proprio caldamente, a Cosentino di evitare di costituire un movimento politico. Ero convinto, infatti, che lui fosse dentro ai pensieri della magistratura inquirente della Dda, in quanto simbolo plastico, per l’appunto iconico, di quello che non era certo un teorema campato in aria nel momento in cui validava come realtà l’esistenza di relazioni profonde tra politica e affari, tra politica e procedimenti amministrativi finalizzati ad assegnare centinaia e centinaia di milioni di euro in appalti pubblici, ma diventava, al contrario un teorema inquinato, da quello che abbiamo definito furore iconoclasta, nel momento in cui le toghe della Dda ritenevano che queste relazioni, si sviluppassero con l’azione centralizzata di una sorta di deus ex machina.
Un errore, frutto, sempre a nostro avviso, di un obnubilamento di alcuni cervelli, i quali non comprendevano più quello che avevano compreso fino a qualche tempo prima e che il sottoscritto aveva compreso sin da allora e comprende ancor di più oggi. E cioè, che le relazioni tra criminalità organizzata e centri di potestà amministrativa si svolgevano allora, e ancor di più nel tempo presente con una geometria parcellizzata, stratificata, agganciando gli affari della camorra o delle imprese gemmate dalla camorra, alla media politica, cioè ai politici di media levatura, a quelli che possono entrare nei meccanismi di comuni medi, medio piccoli e piccoli, negli enti strumentali, senza dare nell’occhio, e che possono partecipare all’interlocuzione diretta tra ditte di camorra, gli uffici tecnici e gli uffici di erogazione dei servizi sociali, muovendosi in maniera flessibile e difficilmente leggibile anche per chi dovrebbe svolgere l’azione penale.
E d’altronde, Antonio Iovine, uno dei capi del clan dei casalesi divenuto collaboratore di giustizia, ha ben spiegato un parte di questo meccanismo, nel momento in cui ha dichiarato ai magistrati che erano gli imprenditori direttamente a rivolgersi a loro, affinché intervenissero negli uffici tecnici, oppure presso sindaci, assessori, e consiglieri comunali, rovesciando dunque la teoria di una grande e quasi uniforme strutturata a monte dalla politica, per determinare l’esito di gare ed affidamenti. Un meccanismo che oggi, ribadiamo, seppur riverniciato dal tempo e dalle nuove possibilità di comunicazione, resta vivo e vegeto.
Cosentino non mi ascoltò. Non credette al fatto che la magistratura inquirente della Dda avesse in testa e nelle mani operative proprio la teoria del “Grande Vecchio”, del grande pianificatore della relazione pressocché assolutizzata tra politica e camorra, cioè quella di una sorta di capo dei capi, entrato addirittura in Parlamento e nei ministeri.
Non ci credette Cosentino, ribadendo che lui non aveva fatto nulla di male, quindi sarebbe stato assolto in tutti i processi, per cui riteneva di avere tutto il diritto di continuare a far politica. Di conseguenza fondò, molto improvvidamente, il movimento “Campania…” l’aggettivo non ce lo ricordiamo neppure, ma non fa alcuna differenza per il concetto che vogliamo esprimere.
Mise in piedi anche una convention costitutiva alla stazione marittima di Napoli, dove radunò un paio di migliaia di persone. Quell’evento, io lo guardai alla tv, un po’ sconsolato, avendo maturato, a quel punto, granitiche convinzioni su ciò che gli sarebbe capitato di lì a poco, ossia il nuovo arresto in carcere, arrivato a strettissimo giro di tempo dalla convention, nell’ambito dell’inchiesta sulle pompe di benzina, dalla quale sarebbe uscito benissimo con l’assoluzione definitiva e la successiva condanna che oggi sta ancora scontando, la cui ragion d’essere secondo me, parliamoci chiaro, è stata una e una sola: dopo tanti anni di indagini, dopo milioni e milioni di euro spesi per realizzarle, la terza assoluzione definitiva di Nicola Cosentino e il crollo del teorema del “Grande Vecchio” avrebbe sbugiardato, sputtanato un’intera generazione di magistrati, pieni di medaglie ed ebbri di gloria, dopo aver partecipato, assumendo sicuramente molti meriti, alla lotta contro la camorra militare.
Se avete notato, questo articolo ha voluto mettere insieme due cose che, in apparenza, non c’azzeccano granché l’una con l’altra: la valutazione della storia giudiziaria di Nicola Cosentino e l’atteggiamento di quelli che sono andati da lui con il cappello in mano, e che ora sono letteralmente scomparsi, rinnegandolo senza sé e senza ma.
In effetti, la relazione a mio avviso c’è perché quel meccanismo fondato sull’esclusiva cura delle strutture clientelari, che a quel tempo il sottoscritto ha letteralmente fatto a pezzi in ogni articolo che scriveva in proposito, ha contribuito al disegno di un Cosentino che fosse solo una sorta di macchina per gli affari di tanta gente e per gli affari imprenditoriali di suo fratello Giovanni. Ecco perché abbiamo messo insieme due trattazioni apparentemente slegate tra loro.
Per cui dedichiamo la chiusa di questo articolo all’atteggiamento dei clientes, allo stesso modo con il quale abbiamo deciso di dedicargli l’incipit. Dunque, sarà proprio interessante sapere da Cosentino, che lo avrà appreso e lo apprenderà ulteriormente dalla sua famiglia, quanti di quelli che facevano la fila, l’anticamera per parlargli, quanti di quelli che hanno avuto nomine, posti di lavoro – e che posti di lavoro – si sono defilati, sono scomparsi, rinunciando cinicamente anche all’espressione dei sensi di un’umana solidarietà nei confronti di sua moglie Marisa, donna composta e sobria, e dei suoi figli.
Sarà un lungo elenco. Lo sappiamo bene. E abbiamo il sospetto che dentro ci sia anche la protagonista indiretta dell’articolo che pubblichiamo a parte (CLICCA E LEGGI) ossia Tina Cosentino, cugina diretta di Nicola ed entrata nella sanità casertana dalla porta principale, prima come super dirigente dell’azienda ospedaliera Sant’Anna e San Sebastiano e ora come responsabile unica di tutto il personale amministrativo, cioè di migliaia di persone, che operano all’interno dell’Asl.