MARCIANISE. Ci risiamo: poverino il sindaco Velardi, per andare a visitare la bimba malata si è privato, dice lui, di una giornata al mare

22 Luglio 2019 - 19:10

MARCIANISE – Che facciamo, un altro libello? No.
Siccome in passato la spregevolezza della strumentalizzazione del dolore altrui ha rappresentato una regola consueta nell’azione di autovisibilizzazione, il sindaco Antonello Velardi ha cercato di precedere le critiche relativamente alla vicenda della bimba marcianisana afflitta da una grave patologia cardiaca.

Un’attività, la sua, giustificata dall’irresistibile necessità di percorrere la scorciatoia di una malintesa promozione della sua immagine incrociando fatti e situazioni ad altissima emotività pop.
L’unico problema di Velardi era quello di scrivere un altro post e soprattutto di pubblicare fotografie che lo immortalassero al capezzale dell’ennesimo marcianisano, piccolo o grande, colpito dalla sfortuna.

Uno che scrive di aver scelto di non andare al mare per recarsi al Monaldi in visita alla bambina, uno che ha la necessità di collocare questo dettaglio all’interno di una narrazione, non ha in testa le sorti di una persona che soffre, ma solo i propri pensieri, la propria irrefrenabile e irresistibile necessità autocelebrativa.
Ma avete mai letto di un ministro, di un presidente di una regione, di un uomo di Stato, di un sindaco di comune grande o piccolo, che sottolinea il fatto di aver rinunciato al mare per compiere una visita di solidarietà a una persona che soffre? Mai.

Velardi scarica quasi sul padre della bimba la responsabilità della pubblicazione delle foto scattate al Monaldi, come se questo fosse un problema di fredda burocrazia, di cinica necessità di ottenere una liberatoria, come se l’inibizione a pubblicare foto di una bimba che soffre insieme ad un uomo politico fosse legata a difficoltà esterne e non alla doverosa attenzione che un uomo pubblico, un uomo delle istituzioni dovrebbe quasi religiosamente avere nei confronti della sobrietà, dei fatti che sovrastano le parole, del bene che si fa per necessità interiore e non per armare ogni volta un bagaglino.

Vabbè, ma che lo diciamo a fare?
Sono anni che scriviamo queste cose e i marcianisani non hanno ancora saputo liberarsi di questa forma di manipolazione costante, di questa rappresentazione di una ipocrisia ormai elevata all’ennesima potenza.

 

IL POST DI ANTONELLO VELARDI:

++AL MONALDI, RINCORRENDO LA VITA ++

Un sabato speciale. Al Monaldi, a Napoli, lungo i corridoi di un ospedale che è solitamente una bolgia ma che è come inanimato in questo caldo fine settimana di luglio. Da qui, da quassù, la spiaggia e le vacanze sembrano distanti anni luce, eppure dall’ultimo piano il mare si scorge in lontananza.

Vado a cardiochirurgia, al reparto dei trapiantati pediatrici, un fiore all’occhiello nella scalcagnata sanità campana. Vado a trovare Ilaria Savino, 11 anni, un fiore di ragazzina, maturità di una cinquantenne, in attesa di trapianto di cuore. Ilaria è marcianisana, ho scoperto che abita a poca distanza da casa mia. Vive con il cuore artificiale, è una delle sei bambine che attualmente in Italia è attaccata a questo mezzo meccanico che a me ricorda il vecchio condizionatore “pinguino”.

È qui al Monaldi da quattro mesi, vive con il papà Nino e la mamma Diana Sacco in un reparto che è un inno alla vita, il trionfo dell’umanità. La tabella all’ingresso indica in modo anche burocratese ma molto chiaro: “Assistenza meccanica al circolo e dei trapianti nei pazienti adolescenti”. Lo guida un medico che a me sembra un angelo e non perché sia vestito di bianco. Si chiama Andrea Petraio

, è giovane, è qui ogni giorno, non lascia un attimo i suoi pazienti; questa è la sua prima casa, non la seconda. Di sabato mattina, a luglio, è qui con il figlio che gioca con Ilaria, sua coetanea.

Perché sono qui, al Monaldi, oggi? Perché sono qui e non al mare? Non lo so di preciso, so però che mi è sembrato naturale venire a conoscere questa mia straordinaria concittadina, dopo aver letto l’altro giorno la sua storia sul giornale. Conoscere lei e i suoi familiari (manca solo la sorellina Sara), questa famigliola che strappa le lacrime: lacrime di dolore ma anche di gioia.

Cinque anni fa Ilaria si è ammalata di tumore, ne è guarita dopo un lungo calvario. Quattro mesi fa – quando dopo il tunnel era apparsa finalmente la luce – un virus le ha improvvisamente fulminato il cuore. Ed è entrata in un secondo tunnel. Ne uscirà solo con un trapianto, non si sa quando: mancano gli organi, non c’è cultura della donazione. Lei ha bisogno di un cuore particolare, ma non può stare attaccata a questa macchina per molto tempo.

Resto nel reparto fino all’ora di pranzo, parlo con gli altri pazienti, cerco di capire le storie di chi è in attesa, di chi ce l’ha fatta, e anche di chi ha perso la battaglia. Mi informo sul cuore artificiale. È una macchina che non può mai fermarsi. Pompa il sangue che è raccolto in una sacca addosso ad Ilaria, a sua volta collegata con un tubo al sistema circolatorio interno. Ogni tanto bisogna caricare la macchina con la corrente dalla rete elettrica, come facciamo con il telefonino. Alla macchina è legato un computer che indica le pulsazioni e descrive il tracciato attimo per attimo. Lungo il corridoio vedo una macchina analoga, in carica alla presa della corrente: è quella di riserva, mi dicono, in caso di imprevisto o guasto improvviso.

Facciamo un po’ di foto, alla fine. Con Ilaria, i genitori, il primario, un altro paziente, un’infermiera del reparto. Sullo sfondo le pareti disegnate dai pazienti: disegni di mare, che evocano il mare. “Tengo le foto per me, uno straordinario ricordo”, dico a loro. “No – mi rispondono – no, le diffonda, le pubblichi. Racconti questa storia, questo reparto, racconti chi siamo e cosa facciamo. Abbiamo bisogno che la gente sappia, che ci aiuti, ci aiuti con le donazioni. Abbiamo disperatamente bisogno di aiuto, non possiamo restare soli”.

Tornerò, prometto a me stesso e a loro. Tornerò presto. C’è il dolore qui, ma c’è la vita, l’umanità. Scendo giù, vago lungo i viali dell’ospedale, ripenso ad Ilaria e ai suoi angeli. E mi appaiono come giganti, mentre tutto il resto è niente. Davvero niente.
#siamotuttiilaria
#unitisipuò