PENTITI, TIRA BRUTTA ARIA: riga per riga, la “demolizione” della Corte di Appello di Nicola Schiavone sui fratelli Mastrominico

21 Maggio 2021 - 13:51

L’altra sera avevamo dato un breve cenno, oggi approfondiamo, non facendo mancare una nostra considerazione in proposito

 

SAN CIPRIANO D’AVERSA(g.g.) I fratelli Pasquale e Giuseppe Mastrominico erano verosimilmente implicabili in una indagine finalizzata a stabilire se tra loro e il clan dei casalesi ci fossero cointeressenze da precisare? Noi che abbiamo vissuto e raccontato quel tempo, cioè i primi anni del millennio in cui i Mastrominico furoreggiavano letteralmente, tra aggiudicazioni e l’approvazione di un numero cospicuo di project financing, riteniamo che questo spazio, che questa potenzialità, che l’esigenza di muoversi in presenza di notizie di reato, ci fosse eccome.

Naturalmente,

abbiamo anche maturato un’ opinione su questa potenziale contiguità, ma ovviamente non la sveliamo, pur potendo magari, ci si perdoni la battuta, mettere dentro elementi molto più concreti e fattuali rispetto a quelli utilizzati negli anni dall’autorità inquirente, nel caso specifico della Direzione Distrettuale antimafia, che ora, non a caso, paga dazio.

Questa

premessa l’abbiamo fatta per richiamarci alla Nota pubblicata ieri (CLIKKA QUI) in cui, prendendo spunto da un convegno che si terrà domani, sabato, in occasione della strage di Capaci, ci siamo espressi intorno al tema delicatissimo della cosiddetta crisi della magistratura, che sembra collocarsi nel contesto di molte sentenze, pronunciate ultimamente  dalla Corte di Appello di Napoli e anche dalla Cassazione, che chiudono in pratica una stagione vertiginosa e scompostamente entusiastica, durante la quale la magistratura inquirente ha ritenuto che fosse sufficiente mettere insieme tre o quattro dichiarazioni rese da collaboratori di giustizia per istruire un’accusa che andasse anche al di là della fase cautelare e che potesse sopravvivere nei dibattimenti in ogni grado di giudizio.

Sono passati pochi anni, ma la cosiddetta crisi della magistratura ha cambiato le cose, come se di tempo ne fosse passato molto di più. Non sappiamo se questo ritorno alla semplice lettura testuale degli atti di accusa, da parte della Corte di Appello e della Cassazione sia frutto di un particolare momento emotivo, frutto dell’incidenza di quelle perplessità che si sono addensate ultimamente sulla delicatissima funzione giudiziaria.

Certo è che leggendo come stiamo facendo noi le motivazioni dell’assoluzione di massa, pronunciata recentemente dalla Corte di Appello di Napoli nei confronti dei vari Enrico Fabozzi, Caiazzo, dei fratelli Mastrominico e compagnia, ci rendiamo conto di una cosa semplice, anche troppo semplice: non è che occorra un grande magistrato o forse neanche semplicemente un magistrato per rimanere a dir poco interdetti di fronte a certe ricostruzioni realizzate da quello che doveva essere la punta di diamante, l’uomo emblematico della resa incondizionata del clan dei casalesi, cioè Nicola Schiavone, figlio di Francesco Schiavone Sandokan, che pentendosi avrebbe potuto raccontare tante cose, corredandole di dettagli che altri pentiti non erano riusciti a garantire perchè magari non svolgevano una funzione apicale nelle gerarchie del clan.

Ed effettivamente, quando sono saltati fuori i primi verbali, la costruzione dei ragionamenti che Nicola Schiavone esponeva, ha ingannato anche noi. Ingannato fino ad un certo punto, perchè noi, non facendo i magistrati, non possedevamo, al di là di un pò di archivio e di un pò di memoria storica, stabili e approfondite cognizioni per ritrovare immediatamente incongruenze dentro ai racconti del citato Nicola Schiavone.

Questo parla bene, argomenta ancora meglio. Si vede che ha anche studiato nella vita. Però, dice un sacco di sciocchezze, ma quando le sciocchezze sono ben acchittate, possono fuorviare, almeno in un primo tempo. Il quadro che viene fuori dalle valutazioni che la corte di appello di Napoli mette nero su bianco all’interno dei motivi della sentenza prima citata, fornisce l’idea di avere a che fare con una sorta di cazzaro, il quale, avendo deciso di fare il pentito, vuole ricoprire questo ruolo da un rango importante, quello del super boss.

E allora, Nicola Schiavone non c’è una cosa che non sa, non c’è una cosa che non racconta. Da Roccamonfina a Parete tutto era sotto il suo controllo: politica, appalti, relazioni. In realtà, non è così e in realtà la decisione della procura generale di utilizzare incautamente le sue dichiarazioni è stata forse determinante per indirizzare i giudici verso l’assoluzione di massa. Perchè i Mastrominico appartengono sicuramente a quella categoria di imprenditori che hanno saputo galleggiare dentro al mare agitatissimo delle influenze criminali che condizionavano i territori, i comuni in cui loro volevano operare e dove hanno operato.

Sarebbe a dir poco stupido affermare che negli anni 90 o nei primi anni del 2000 ci si potesse aggiudicare un appalto o si potesse proporre un project financing a Casal di Principe, a Villa Literno, a San Cipriano, senza che questo atto non alzasse immediatamente le antenne di una camorra che, con l’incedere dell’età che i suoi boss più maturi, cioè Antonio Iovine e Michele Zagaria, puntava ad essere sempre più imprenditoriale e sempre meno militare.

Se leggete la motivazione che demolisce tutte le ricostruzioni fatte da Nicola Schiavone sui lavori al cimitero di Villa Literno, sul progetto di riqualificazione dello stesso comune, che diventano un tutt’uno, un insalatone incommestibile con lavori nella zona Asi di Marcianise, che non hanno mai riguardato i Mastrominico, ma che riguardavano invece Malinconico, l’imprenditore matesino che ai Mastrominico era legato, la Corte di Appello non chiede scusa a Pasquale e Giuseppe Mastrominico, non li innalza sugli altari delle vittime di una macchinazione e di una persecuzione giudiziarie. Anzi, avendo demolito Nicola Schiavone attraverso l’utilizzazione delle propalazione di altri due pentiti, cioè Iovine e del bidognettiano Emilio Di Caterino, non colpisce queste ultime allo stesso modo con cui definisce “fantasiose”  quelle di Nicola Schiavone, ma dice l’apporto di Iovine e di Di Caterino in merito al capo di imputazione riguardante i fratelli Mastrominico, sono frammentarie e lacunose.

Un giudizio di valore non certo uguale a quello quasi sprezzante, espresso nei confronti delle parole di Nicola Schiavone. Naturalmente c’è una parte riguardante la contestazione dell’associazione per delinquere di stampo camorristico che non vi abbiamo riportato nello stralcio ma che dimostra chiaramente il dato di una magistratura di legittimità ormai attenta a sottolineare stabilmente i limiti entro i quali si possono seriamente contestare i reati associativi.

Esiste una continuità delle azioni, elemento essenziale e che può essere collocato all’interno di un piano univoco finalizzato ad alimentare gli interessi del clan camorristico, lavorando magari su due fronti diversi, quello spiccatamente criminale e quello imprenditoriale, oppure può essere collocato in una condizione di non partecipazione diretta, connaturata, organica a un piano di azione comunemente manifestato. Una partecipazione non diretta ma comunque esistente e consapevole nel momento in cui il concorrente esterno attua azioni isolate o frequenti, di cui è chiara la funzionalità rispetto alla strategia criminale del clan camorristico.

 

QUI SOTTO LE MOTIVAZIONI DELLA SENTENZA