AVERSA. Attaccati alla poltrona con il Vinavil: Enrico De Cristofaro e Rosario Capasso, sfiduciati politicamente, ricorrono per un cavillo al Tar per ritornare in sella

AVERSA (Gianluigi Guarino) Una cosa non si può discutere e cioè che Enrico De Cristofaro non ha più l’appoggio, anzi, incrocia l’avversione della maggioranza dei consiglieri comunali di Aversa. Già questo, se uno facesse politica, proiettato verso il bene comune, dovrebbe indurre il volenteroso a prendere atto della situazione e, semmai, rimettersi al giudizio degli elettori, magari presentandosi con un programma che ribadisce quelle cose che hanno determinato la rottura del patto di governo.

Ma siccome la politica è una parola che si scrive giusto per scriverla, e si pronuncia giusto per dirla, Enrico De Cristofaro, non a caso spalleggiato dal consigliere comunale ribaltonista (eletto a rappresentare la minoranza e poi saltato sul carro del vincitore) Rosario Capasso, le tenta tutte pur di rimanere al potere, pur di rimanere in Comune a presidiare le sorti del PUC, degli impegni assunti, eccetera eccetera.

Ora, può anche darsi che la delega per la presentazione delle firme contestuali, apposte da 13 consiglieri presso lo studio di un notaio della città, e affidata, per la presentazione alla segreteria generale del comune, a Paolo Santulli, non fosse debitamente contenuta in un documento distinto da quello che incamerava le firme.

D’altronde, cose del genere le abbiamo già viste e commentate in altre occasioni, soprattutto quando a Caserta capoluogo occorsero, nel giugno 2015, due pellegrinaggi dal notaio per mandare a casa Del Gaudio, proprio perchè, nella prima occasione, la delega non era formalmente perfetta.

Ma, detto questo, rispetto al discrimine della dignità politica che dovrebbe essere patrimonio indiscutibile di un sindaco sfiduciato, di un professionista conosciuto, qual è sicuramente De Cristofaro, diventa una espressione infima, una manifestazione banalissima e non commendevole, l’accanimento con cui De Cristofaro e Capasso, letteralmente attaccati alla poltrona col Vinavil, continuano a sperare di rimanere in sella grazie ad un ricorso al Tar presentato proprio sul cavillo della delega.

Non c’è dubbio, dunque, che se un fatto meramente formale, che nulla toglie alla questione sostanziale, alla evidenza politica di un dato, diviene strumento di mera sopravvivenza, allora è chiaro che nessuno potrà essere tacciato di settarismo politico, di valutazione pregiudiziale, di dietrologia cronica, nel momento in cui si chiede che cavolo di interessi economici siano in gioco.