L’EDITORIALE. Pazzesco: Carlo Marino indagato per camorra, fa nominare Pippo D’Auria, indagato per camorra, addetto al controllo dei certificati antimafia degli imprenditori. SE NE INTENDE!

di Gianluigi Guarino

Cos’è maturato, cosa si sta sedimentando nella testa degli indagati per la presunta turbativa d’asta sulla mega gara per l’affidamento del servizio di raccolta dei rifiuti solidi urbani nella città capoluogo?

La domanda non è oziosa e nemmeno accademica, ma vuole aprire la strada ad un minimo di valutazione ragionata ed eventualmente condivisa con i nostri lettori, rifuggendo quell’indignazione che pur questa notizia è in grado di determinare nell’animo di chi scrive e nella struttura emotiva di un giornale che ha fatto della lotta alla corruzione nella pubblica amministrazione, non un cliché, ma la carne viva della propria azione di testimonianza quotidiana, fatta di ricerche, di letture documentali lunghe e sfibranti e di tanto altro ancora. Insomma, una bandiera che garrisce, purtroppo ancora vanamente in termini di risultati concreti dell’attività di lotta giudiziaria, sulle nostre insegne.

L’invettiva sarebbe, dunque, giustificata, ma distrarrebbe noi stessi e anche i lettori di CasertaCe da un approdo razionale ad una valutazione sull’operato di chi ha in mano la potestà nel governo di Caserta. E allora, bisogna respirare profondamente, compiere un pò di training autogeno, di meditazione zen, resistendo a questa tentazione.

E dunque, la ripetiamo la domanda che poniamo, prima di tutto, a noi stessi, offrendola, più che alla nostra intelligenza di base, più che alla nostra intelligenza emotiva, alla nostra esperienza di vita, soprattutto professionale: cos’è maturato, cosa si sta sedimentando nella testa degli indagati per la presunta turbativa d’asta sulla mega gara per l’affidamento del servizio di raccolta dei rifiuti solidi urbani nella città capoluogo?

Concentriamoci sulla parola “indagati”. Quando questa riguarda esponenti della pubblica amministrazione, cioè titolari di una rappresentanza diretta (il sindaco Carlo Marino) e indiretta (l’ex dirigente Marcello Iovino e l’attuale funzionario Giuseppe D’Auria, per gli amici Pippo), la medesima definisce una connessione tra uno status giuridico, che è quello di persona sottoposta ad indagine da parte dei titolari costituzionali dell’azione penale, e la funzione pubblica di rappresentanza diretta o indiretta del popolo sovrano o del popolo dei cittadini.

Siamo d’accordo su questo? Se qualcuno obietta, si faccia pure vivo. Il sindaco pro tempore Carlo Marino, l’ex dirigente ora definitivamente in pensione Marcello Iovino e il funzionario, anche lui, tutto sommato, pro tempore, anche se titolare di un contratto di lavoro a tempo indeterminato, Giuseppe D’Auria, per gli amici Pippo, si pongono di fronte all’indagine che li ha coinvolti, in una duplice veste. Quella personale e quella pubblica.

Quella personale si può esprimere solo intimamente, o anche si può manifestare esteriormente nelle mura della propria abitazione, al cospetto dei propri cari. Dunque, limitatamente al contesto privato in cui ha pieno diritto di esistere e di esprimersi ogni cittadino nella sua versione, per l’appunto, privata.

Ambito espressivo tropo angusto per esporre quella che è comunque una libertà fondamentale, cardinale? E va buo’, sono gli incetti del mestiere. Se uno, infatti, ricopre una carica pubblica, la mattina, quando esce di casa, è sindaco, dirigente, funzionario, ministro, deputato, senatore, prima ancora che persona. Nel senso che dovrà connettere ogni sua azione alla rete attraverso cui si esplicano le prerogative che la costituzione e la legge regolano, di altri poteri e di altre funzioni dello stato.

Per cui, se la direzione distrettuale antimafia di Napoli, sezione della omonima procura della repubblica, che se si scrive così ci sarà anche un perchè, ti indaga, ipotizzando tra le altre cose la commissione di reati pesantissimi e aggravati da un effetto che ha prodotto vantaggi per al criminalità organizzata, per la camorra, per il clan dei casalesi, Carlo Marino e Pippo D’Auria, intesi come persone, hanno il diritto, nel chiuso delle loro abitazioni, al cospetto dei loro cari, di esprimere i pensieri più duri, perchè no, anche insultati nei confronti di quei magistrati che li hanno inquisiti.

Fuori dalla propria casa, invece, le cose devono funzionare diversamente. Il nostro, almeno sulla carta, è uno Stato di diritto che permette, secondo noi, più che giustamente, a chi è inquisito anche per reati di camorra, di continuare a svolgere la funzione di sindaco, quella di dirigente, quella di funzionario. A maggior ragione e soprattutto per questa ragione, il Marino sindaco pro tempore e il D’Auria funzionario, anche lui pro tempore del comune, hanno il dovere di rispettare il lavoro di altre potestà e di altre funzioni dello stato. In questo caso, devono rispettare, non in quanto struttura sacrale ed intoccabile, ma in quanto esercizio di un’altra potestà, di un’altra funzione, ugualmente pubblica come la loro, il lavoro della magistratura inquirente, attuato, nel caso di specie, dalla più che benemerita dda di Napoli.

Se una battuta caustica, emotivamente liberatoria, se un atto personale, la prima espressa, il secondo realizzato riservatamente nella sfera privata, in risposta sprezzante ai pm della dda, sono comprensibili e non sono moralmente esecrabili perchè attengono al diritto di chi si ritiene, ripetiamo, si ritiene, ingiustamente inquisito, di sfogarsi e dirne 4 agli inquisitori, è (ci concediamo questa licenza retorica, questo unico cedimento alla tentazione dell’invettiva), assolutamente vergognoso che il sindaco Carlo Marino e il funzionario Giuseppe D’Auria, per gli amici Pippo, consumino, all’interno degli uffici del popolo sovrano e del popolo dei cittadini, una sorta di rito liberatorio, di esorcismo sprezzante, di rivendicazione irridente della propria autorità, rispetto all’azione penale, doverosamente esercitata, nel rispetto della costituzione, dai magistrati di Napoli.

Abbiamo scoperto, in queste ore, verificandolo più volte, (perchè, nonostante abbiamo visto di tutto e di più in questa città e in questa terra, non ci volevamo veramente credere), che Giuseppe D’Auria, per gli amici Pippo, è stato promosso e ha ottenuto un grande ufficio.

Detta così, anzi, scritta così, sarebbe forse ancora poco per indignarsi. Certo, lascerebbe sicuramente l’amaro in bocca e anche un retrogusto acre nella considerazione complessiva di questa indagine che non essendosi connotata con l’emissione di provvedimenti duri di restrizione della libertà personale, a differenza di altre indagini di queste ultime settimane, contenenti elementi di valutazione non certo più gravi di quelli relativi alla vicenda della gara rifiuti a Caserta, ha consentito, sostanzialmente, che gli attori della stessa continuassero ad avere la piena, legittima possibilità di lavorare, di operare sulle questioni oggetto dell’inchiesta.

Ma siccome al comune di Caserta esiste, evidentemente, una forma di cameratismo, di unione di intenti, di affinità biologica tra simili, degenerata verso una deriva sinistramente settaria, il sindaco Marino ha voluto fare di più rispetto alla concessione di una promozione di un grande ufficio: ha propiziato l’attribuzione a Giuseppe D’Auria, per gli amici Pippo, della funzione di controllore (udite udite perchè veramente è la fine del mondo) dei certificati antimafia delle imprese che manifestano la volontà di partecipare a gare d’appalto, bandite dal comune di Caserta.

Questo non vuol dire che noi consideriamo Pippo D’Auria colpevole prima del processo. Scivolare su questo consueto, ormai rituale, piano di ragionamento collegato al solo elemento assertivo intorno alle categorie del giustizialismo e del garantismo, sarebbe fuorviante. Si farebbe il gioco dei cinici utilizzatori del pensiero debole, cioè di chi usa queste speculazioni dialettiche di quinto ordine, come strumento d’azione di chi fa del garantismo, non un nobile principio che affonda le sue radici nell’etica liberale, ma una roba da mercatino dell’usato, per di più taroccata, allo scopo di distogliere l’attenzione dal proprio agire e dal problema enorme della corruzione negli uffici della pubblica amministrazione nostrana.

L’atto di arroganza si esplica nel momento in cui il Carlo Marino, il Giuseppe D’Auria, per gli amici Pippo, esprimono il loro diritto di sbottare contro chi li ha inquisiti, che, ripetiamo per l’ennesima volta, appartiene alla loro sfera privata, in un contesto totalmente diverso. Cioè nel momento in cui esplicano la loro funzione pubblica, andando così a creare un corto circuito, potenzialmente eversivo, con la magistratura inquirente, vittima, in questo caso, di una provocazione, non personale, ma istituzionale, senza precedenti.

Così abbiamo voluto ragionare offrendo a quei pochi casertani sensibili al valore del confronto, all’importanza di operare in modo che i contenuti culturali, politici possano sempre prevalere su uno slogan e sulla demagogia, anche quando questa trova fondamento nella realtà di ogni giorno, qualche argomento di riflessione.